L'ISOLA RIMASTA IN SEME

Da venti spighe custodite dal nonno, Cincotta Jr riporta il Margherito nei campi di Lipari.

27/08/26

L'ISOLA RIMASTA IN SEME

Da venti spighe custodite dal nonno, Cincotta Jr riporta il Margherito nei campi di Lipari.

27/08/26

L'ISOLA RIMASTA IN SEME

Da venti spighe custodite dal nonno, Cincotta Jr riporta il Margherito nei campi di Lipari.

27/08/26

Venti spighe serbate in un vasetto, conservate per quarant’anni da Antonino Cincotta: il ritorno del grano nei campi di Lipari comincia da qui, da un pugno di materia rimasto in attesa. Nel 2018 il nipote Antonello, laureato in Economia e allora consulente finanziario a Milano, torna sull’isola e avvia il recupero dei terreni di famiglia, estendendolo poi ad altri appezzamenti ottenuti in comodato d’uso.

Le spighe vengono affidate alla Stazione Consorziale Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia, a Santo Pietro di Caltagirone. Le analisi ne confermano la capacità germinativa e riconducono quel frumento, chiamato dal nonno Barbettune per le ariste scure simili a una barba, al Margherito. Da quelle prime sementi prende forma il lavoro dell’Azienda Agricola Mandarano: oggi la coltivazione alloggia su circa dieci ettari e alimenta un piccolo molino a pietra, farine, pasta secca e una birra artigianale, Margherì.

È bene, tuttavia, sottrarre la vicenda alla tentazione della leggenda facile. Il Margherito non era scomparso in assoluto, né può essere definito esclusivamente eoliano: la letteratura tecnica lo classifica da decenni come varietà gemella del Bidì e del Senatore Cappelli, tutte selezionate a partire dalla stessa popolazione nordafricana, il Mahmoudi (o Jenah Rhetifah) — tanto che l’agronomo Ugo De Cillis, nel suo studio del 1942 sui frumenti siciliani, le classificava come sinonimi. Il valore dell’impresa di Cincotta è, quindi, un atto, concreto: avere restituito questa varietà storica siciliana ai campi di Lipari e avere ricomposto, dopo decenni di abbandono, una filiera locale.

In questa filiera la pasta è forse l’approdo più eloquente. Il chicco custodito diventa semola, impasto, forma secca; lascia il campo senza perdere la propria geografia. Non è soltanto un prodotto derivato, ma il punto in cui agricoltura e cucina tornano a riconoscersi. La memoria familiare acquista così una consistenza quotidiana, destinata a essere cotta, condivisa, mangiata.

Accanto ad Antonello opera la madre Pietrina, impegnata anche nelle scuole dell’isola, dove insegna ai ragazzi i gesti del pane e della pasta. È un passaggio decisivo: la biodiversità non si conserva soltanto nei registri o nei depositi di sementi. Vive quando torna nelle mani, nel lessico e nell’alimentazione di una comunità.

A Lipari, questa volta, il futuro non è arrivato dal mare. Era rimasto per quarant’anni dentro un vasetto, aspettando qualcuno che tornasse a seminarlo.

Venti spighe serbate in un vasetto, conservate per quarant’anni da Antonino Cincotta: il ritorno del grano nei campi di Lipari comincia da qui, da un pugno di materia rimasto in attesa. Nel 2018 il nipote Antonello, laureato in Economia e allora consulente finanziario a Milano, torna sull’isola e avvia il recupero dei terreni di famiglia, estendendolo poi ad altri appezzamenti ottenuti in comodato d’uso.

Le spighe vengono affidate alla Stazione Consorziale Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia, a Santo Pietro di Caltagirone. Le analisi ne confermano la capacità germinativa e riconducono quel frumento, chiamato dal nonno Barbettune per le ariste scure simili a una barba, al Margherito. Da quelle prime sementi prende forma il lavoro dell’Azienda Agricola Mandarano: oggi la coltivazione alloggia su circa dieci ettari e alimenta un piccolo molino a pietra, farine, pasta secca e una birra artigianale, Margherì.

È bene, tuttavia, sottrarre la vicenda alla tentazione della leggenda facile. Il Margherito non era scomparso in assoluto, né può essere definito esclusivamente eoliano: la letteratura tecnica lo classifica da decenni come varietà gemella del Bidì e del Senatore Cappelli, tutte selezionate a partire dalla stessa popolazione nordafricana, il Mahmoudi (o Jenah Rhetifah) — tanto che l’agronomo Ugo De Cillis, nel suo studio del 1942 sui frumenti siciliani, le classificava come sinonimi. Il valore dell’impresa di Cincotta è, quindi, un atto, concreto: avere restituito questa varietà storica siciliana ai campi di Lipari e avere ricomposto, dopo decenni di abbandono, una filiera locale.

In questa filiera la pasta è forse l’approdo più eloquente. Il chicco custodito diventa semola, impasto, forma secca; lascia il campo senza perdere la propria geografia. Non è soltanto un prodotto derivato, ma il punto in cui agricoltura e cucina tornano a riconoscersi. La memoria familiare acquista così una consistenza quotidiana, destinata a essere cotta, condivisa, mangiata.

Accanto ad Antonello opera la madre Pietrina, impegnata anche nelle scuole dell’isola, dove insegna ai ragazzi i gesti del pane e della pasta. È un passaggio decisivo: la biodiversità non si conserva soltanto nei registri o nei depositi di sementi. Vive quando torna nelle mani, nel lessico e nell’alimentazione di una comunità.

A Lipari, questa volta, il futuro non è arrivato dal mare. Era rimasto per quarant’anni dentro un vasetto, aspettando qualcuno che tornasse a seminarlo.

Venti spighe serbate in un vasetto, conservate per quarant’anni da Antonino Cincotta: il ritorno del grano nei campi di Lipari comincia da qui, da un pugno di materia rimasto in attesa. Nel 2018 il nipote Antonello, laureato in Economia e allora consulente finanziario a Milano, torna sull’isola e avvia il recupero dei terreni di famiglia, estendendolo poi ad altri appezzamenti ottenuti in comodato d’uso.

Le spighe vengono affidate alla Stazione Consorziale Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia, a Santo Pietro di Caltagirone. Le analisi ne confermano la capacità germinativa e riconducono quel frumento, chiamato dal nonno Barbettune per le ariste scure simili a una barba, al Margherito. Da quelle prime sementi prende forma il lavoro dell’Azienda Agricola Mandarano: oggi la coltivazione alloggia su circa dieci ettari e alimenta un piccolo molino a pietra, farine, pasta secca e una birra artigianale, Margherì.

È bene, tuttavia, sottrarre la vicenda alla tentazione della leggenda facile. Il Margherito non era scomparso in assoluto, né può essere definito esclusivamente eoliano: la letteratura tecnica lo classifica da decenni come varietà gemella del Bidì e del Senatore Cappelli, tutte selezionate a partire dalla stessa popolazione nordafricana, il Mahmoudi (o Jenah Rhetifah) — tanto che l’agronomo Ugo De Cillis, nel suo studio del 1942 sui frumenti siciliani, le classificava come sinonimi. Il valore dell’impresa di Cincotta è, quindi, un atto, concreto: avere restituito questa varietà storica siciliana ai campi di Lipari e avere ricomposto, dopo decenni di abbandono, una filiera locale.

In questa filiera la pasta è forse l’approdo più eloquente. Il chicco custodito diventa semola, impasto, forma secca; lascia il campo senza perdere la propria geografia. Non è soltanto un prodotto derivato, ma il punto in cui agricoltura e cucina tornano a riconoscersi. La memoria familiare acquista così una consistenza quotidiana, destinata a essere cotta, condivisa, mangiata.

Accanto ad Antonello opera la madre Pietrina, impegnata anche nelle scuole dell’isola, dove insegna ai ragazzi i gesti del pane e della pasta. È un passaggio decisivo: la biodiversità non si conserva soltanto nei registri o nei depositi di sementi. Vive quando torna nelle mani, nel lessico e nell’alimentazione di una comunità.

A Lipari, questa volta, il futuro non è arrivato dal mare. Era rimasto per quarant’anni dentro un vasetto, aspettando qualcuno che tornasse a seminarlo.