LA PASTA ERA SOLO UN’ESCA

Brooklyn Beckham, la cucina social e l’economia dell’attenzione

14/08/26

LA PASTA ERA SOLO UN’ESCA

Brooklyn Beckham, la cucina social e l’economia dell’attenzione

14/08/26

LA PASTA ERA SOLO UN’ESCA

Brooklyn Beckham, la cucina social e l’economia dell’attenzione

14/08/26

Cucinare è anche un atto di memoria. È il tempo che si fa materia, una geometria di gesti tramandati, corretti, ripetuti. Ma nel momento in cui la cucina entra stabilmente nell’universo dei social media, cambia inevitabilmente funzione: non deve più soltanto nutrire, raccontare una cultura o dimostrare una tecnica. Deve anche “produrre attenzione”.

 È in questo passaggio che il caso di Brooklyn Peltz Beckham diventa interessante. Non tanto per stabilire se sappia o non sappia cucinare — questione sulla quale il dibattito pubblico si è spesso accanito con una severità sproporzionata — quanto per osservare che cosa accade quando il gesto culinario diventa contenuto, intrattenimento e infine prodotto commerciale.

 Nel dicembre 2021 Beckham lanciò la serie social “Cookin’ With Brooklyn”. All’epoca The Independent, riprendendo informazioni attribuite dal New York Post a fonti interne, riferì che ogni episodio avrebbe richiesto il lavoro di 62 professionisti e un costo nell’ordine dei “100.000 dollari”. Sono cifre riportate dalla stampa, dunque, non dati ufficialmente certificati dalla produzione, e come tali vanno trattate. Lo stesso Beckham, peraltro, chiariva nell’introduzione al programma di non essere uno chef e descriveva quelle esperienze come l’inizio del proprio iter nel cibo.

 Il punto interessante sta proprio nella sproporzione percepita tra due linguaggi: da una parte l’estetica spontanea della cucina domestica; dall’altra una macchina produttiva professionale costruita per trasformarla in spettacolo. Non necessariamente una finzione, ma certamente una forma di cucina diversa da quella cui il racconto visivo sembra alludere.

 Negli anni successivi le ricette pubblicate da Beckham hanno continuato a generare discussioni. Una delle più note mostra la preparazione di una pasta al pomodoro a bordo di uno yacht, con l’acqua di mare raccolta direttamente per cuocere gli spaghetti. Il video, pubblicato nel 2025 e tornato a circolare nell’estate 2026, ha prodotto migliaia di reazioni, molte delle quali concentrate sulle possibili implicazioni igieniche e sulla scelta stessa di utilizzare acqua marina non controllata.

 Il dato rilevante, tuttavia, non è trasformare una scelta discutibile in una sentenza gastronomica. È osservare ciò che quella scelta genera. Una normale pasta al pomodoro difficilmente avrebbe ottenuto la stessa quantità di commenti; una pentola immersa nel Mediterraneo dal bordo di uno yacht, invece, diventa immediatamente materia di discussione, ironia (non sempre benevola), condivisione.

 Lo stesso vale per un’altra immagine diventata virale: un “tappo di sughero lasciato cuocere nella Bolognese”. Presentarlo semplicemente come un’assurdità sarebbe però inesatto. L’impiego del sughero appartiene realmente ad alcune consuetudini tradizionali, soprattutto nella cottura del polpo, anche se la sua efficacia è discussa e non esiste una ragione consolidata per trasferirne il principio a un ragù di carne. Lo stesso Beckham, parlando nel 2025 della propria Bolognese, ha ammesso di non sapere dove avesse appreso il gesto e di dubitare che producesse realmente un effetto.

È una distinzione importante. Perché una critica gastronomica credibile non dovrebbe avere bisogno di trasformare ogni eccentricità in incompetenza.

Anche le sue interpretazioni delle “Fettuccine Alfredo” hanno suscitato contestazioni. In un video del 2023, diversi osservatori notarono innanzitutto l'impiego di un formato che appariva essere spaghetti invece delle fettuccine. Più in generale, molte versioni internazionali dell’”Alfredo” incorporano panna e altri ingredienti estranei alla matrice romana originaria, fondata essenzialmente sull’emulsione di fettuccine, burro e Parmigiano Reggiano. Parlare di adattamento o reinterpretazione è quindi più corretto che evocare un presunto oltraggio alla cucina italiana.

Persino il celebre arrosto che nel 2023 molti utenti definirono “crudo” richiede maggiore prudenza. Le immagini mostrarono una carne decisamente rosata e generarono una valanga di commenti, ma definirla oggettivamente cruda non è possibile sulla sola base del video; Victoria Beckham intervenne infatti sostenendo che fosse semplicemente servita "rare".

Diverso, e forse più significativo, è il tema dell’ostentazione. In una preparazione di pasta cremosa al tartufo Beckham utilizzò una quantità generosa dell’ingrediente, aggiungendone ancora a lamelle alla fine e accompagnando il video con l’idea che, nella sua cucina, il tartufo non fosse mai troppo. Anche in quel caso arrivarono molte critiche, soprattutto per l’esibizione di un prodotto molto costoso durante una fase di forte aumento del costo della vita.

È qui che il discorso esce definitivamente dalla cucina.

Negli ultimi anni il termine “rage bait” è entrato nel lessico digitale per indicare contenuti capaci di generare attenzione attraverso irritazione, indignazione o conflitto. Applicare direttamente questa definizione alle intenzioni di Beckham sarebbe però arbitrario: non esistono elementi sufficienti per affermare che gli errori o le provocazioni siano deliberatamente progettati per far arrabbiare il pubblico.

Esiste invece un fenomeno più ampio e ben documentato. La ricerca sui social network ha mostrato come l’espressione dell’indignazione possa essere rinforzata dalle reazioni ottenute online e come i contenuti capaci di suscitare emozioni forti possano acquisire una maggiore capacità di diffusione. In altre parole, "non occorre necessariamente pianificare il rage bait perché la controversia finisca per comportarsi come tale".

Ed è probabilmente questa la chiave più interessante del caso Beckham.

Nel 2024 Brooklyn Peltz Beckham ha lanciato “Cloud23”, la propria linea di salse piccanti, inizialmente distribuita attraverso Whole Foods Market e sostenuta, secondo Bon Appétit, da investimenti nell’ordine di milioni di dollari. Nel 2025 il marchio è entrato inoltre in una collaborazione ufficiale con The Langham e con lo chef Michel Roux Jr, con alcune salse inserite in piatti e menu degli hotel del gruppo a Londra e negli Stati Uniti.

Non sarebbe corretto sostenere che siano state le polemiche culinarie a determinare quel successo commerciale: non possediamo dati che dimostrino un rapporto causale. È però evidente che cucina, identità personale, esposizione mediatica e prodotto commerciale siano ormai parti dello stesso ecosistema comunicativo.

Ed è forse qui che Brooklyn Beckham smette di essere il centro della storia.

La questione riguarda noi.

Abbiamo trascorso anni a discutere se un arrosto fosse troppo crudo, se un tappo dovesse stare dentro un ragù, se gli spaghetti potessero chiamarsi Alfredo, se fosse ragionevole raccogliere con una pentola l’acqua del Mediterraneo. Ogni correzione, indignazione o battuta ha prodotto ciò che una piattaforma misura meglio di qualsiasi giudizio gastronomico: “interazione”.

La cucina tradizionale pretendeva tempo, esperienza e ripetizione. La cucina social richiede anche riconoscibilità, narrazione e capacità di trattenere lo sguardo. Talvolta le due cose coincidono. Talvolta no.

Per questo la pasta, alla fine, potrebbe davvero essere stata soltanto un’esca. Non necessariamente escogitata a tavolino e nemmeno necessariamente maliziosa. Un’esca nel senso più contemporaneo del termine: qualcosa capace di fermare il pollice sullo schermo.

Noi abbiamo guardato, commentato, corretto, condiviso.

L’algoritmo ha fatto il resto.


Cucinare è anche un atto di memoria. È il tempo che si fa materia, una geometria di gesti tramandati, corretti, ripetuti. Ma nel momento in cui la cucina entra stabilmente nell’universo dei social media, cambia inevitabilmente funzione: non deve più soltanto nutrire, raccontare una cultura o dimostrare una tecnica. Deve anche “produrre attenzione”.

 È in questo passaggio che il caso di Brooklyn Peltz Beckham diventa interessante. Non tanto per stabilire se sappia o non sappia cucinare — questione sulla quale il dibattito pubblico si è spesso accanito con una severità sproporzionata — quanto per osservare che cosa accade quando il gesto culinario diventa contenuto, intrattenimento e infine prodotto commerciale.

 Nel dicembre 2021 Beckham lanciò la serie social “Cookin’ With Brooklyn”. All’epoca The Independent, riprendendo informazioni attribuite dal New York Post a fonti interne, riferì che ogni episodio avrebbe richiesto il lavoro di 62 professionisti e un costo nell’ordine dei “100.000 dollari”. Sono cifre riportate dalla stampa, dunque, non dati ufficialmente certificati dalla produzione, e come tali vanno trattate. Lo stesso Beckham, peraltro, chiariva nell’introduzione al programma di non essere uno chef e descriveva quelle esperienze come l’inizio del proprio iter nel cibo.

 Il punto interessante sta proprio nella sproporzione percepita tra due linguaggi: da una parte l’estetica spontanea della cucina domestica; dall’altra una macchina produttiva professionale costruita per trasformarla in spettacolo. Non necessariamente una finzione, ma certamente una forma di cucina diversa da quella cui il racconto visivo sembra alludere.

 Negli anni successivi le ricette pubblicate da Beckham hanno continuato a generare discussioni. Una delle più note mostra la preparazione di una pasta al pomodoro a bordo di uno yacht, con l’acqua di mare raccolta direttamente per cuocere gli spaghetti. Il video, pubblicato nel 2025 e tornato a circolare nell’estate 2026, ha prodotto migliaia di reazioni, molte delle quali concentrate sulle possibili implicazioni igieniche e sulla scelta stessa di utilizzare acqua marina non controllata.

 Il dato rilevante, tuttavia, non è trasformare una scelta discutibile in una sentenza gastronomica. È osservare ciò che quella scelta genera. Una normale pasta al pomodoro difficilmente avrebbe ottenuto la stessa quantità di commenti; una pentola immersa nel Mediterraneo dal bordo di uno yacht, invece, diventa immediatamente materia di discussione, ironia (non sempre benevola), condivisione.

 Lo stesso vale per un’altra immagine diventata virale: un “tappo di sughero lasciato cuocere nella Bolognese”. Presentarlo semplicemente come un’assurdità sarebbe però inesatto. L’impiego del sughero appartiene realmente ad alcune consuetudini tradizionali, soprattutto nella cottura del polpo, anche se la sua efficacia è discussa e non esiste una ragione consolidata per trasferirne il principio a un ragù di carne. Lo stesso Beckham, parlando nel 2025 della propria Bolognese, ha ammesso di non sapere dove avesse appreso il gesto e di dubitare che producesse realmente un effetto.

È una distinzione importante. Perché una critica gastronomica credibile non dovrebbe avere bisogno di trasformare ogni eccentricità in incompetenza.

Anche le sue interpretazioni delle “Fettuccine Alfredo” hanno suscitato contestazioni. In un video del 2023, diversi osservatori notarono innanzitutto l'impiego di un formato che appariva essere spaghetti invece delle fettuccine. Più in generale, molte versioni internazionali dell’”Alfredo” incorporano panna e altri ingredienti estranei alla matrice romana originaria, fondata essenzialmente sull’emulsione di fettuccine, burro e Parmigiano Reggiano. Parlare di adattamento o reinterpretazione è quindi più corretto che evocare un presunto oltraggio alla cucina italiana.

Persino il celebre arrosto che nel 2023 molti utenti definirono “crudo” richiede maggiore prudenza. Le immagini mostrarono una carne decisamente rosata e generarono una valanga di commenti, ma definirla oggettivamente cruda non è possibile sulla sola base del video; Victoria Beckham intervenne infatti sostenendo che fosse semplicemente servita "rare".

Diverso, e forse più significativo, è il tema dell’ostentazione. In una preparazione di pasta cremosa al tartufo Beckham utilizzò una quantità generosa dell’ingrediente, aggiungendone ancora a lamelle alla fine e accompagnando il video con l’idea che, nella sua cucina, il tartufo non fosse mai troppo. Anche in quel caso arrivarono molte critiche, soprattutto per l’esibizione di un prodotto molto costoso durante una fase di forte aumento del costo della vita.

È qui che il discorso esce definitivamente dalla cucina.

Negli ultimi anni il termine “rage bait” è entrato nel lessico digitale per indicare contenuti capaci di generare attenzione attraverso irritazione, indignazione o conflitto. Applicare direttamente questa definizione alle intenzioni di Beckham sarebbe però arbitrario: non esistono elementi sufficienti per affermare che gli errori o le provocazioni siano deliberatamente progettati per far arrabbiare il pubblico.

Esiste invece un fenomeno più ampio e ben documentato. La ricerca sui social network ha mostrato come l’espressione dell’indignazione possa essere rinforzata dalle reazioni ottenute online e come i contenuti capaci di suscitare emozioni forti possano acquisire una maggiore capacità di diffusione. In altre parole, "non occorre necessariamente pianificare il rage bait perché la controversia finisca per comportarsi come tale".

Ed è probabilmente questa la chiave più interessante del caso Beckham.

Nel 2024 Brooklyn Peltz Beckham ha lanciato “Cloud23”, la propria linea di salse piccanti, inizialmente distribuita attraverso Whole Foods Market e sostenuta, secondo Bon Appétit, da investimenti nell’ordine di milioni di dollari. Nel 2025 il marchio è entrato inoltre in una collaborazione ufficiale con The Langham e con lo chef Michel Roux Jr, con alcune salse inserite in piatti e menu degli hotel del gruppo a Londra e negli Stati Uniti.

Non sarebbe corretto sostenere che siano state le polemiche culinarie a determinare quel successo commerciale: non possediamo dati che dimostrino un rapporto causale. È però evidente che cucina, identità personale, esposizione mediatica e prodotto commerciale siano ormai parti dello stesso ecosistema comunicativo.

Ed è forse qui che Brooklyn Beckham smette di essere il centro della storia.

La questione riguarda noi.

Abbiamo trascorso anni a discutere se un arrosto fosse troppo crudo, se un tappo dovesse stare dentro un ragù, se gli spaghetti potessero chiamarsi Alfredo, se fosse ragionevole raccogliere con una pentola l’acqua del Mediterraneo. Ogni correzione, indignazione o battuta ha prodotto ciò che una piattaforma misura meglio di qualsiasi giudizio gastronomico: “interazione”.

La cucina tradizionale pretendeva tempo, esperienza e ripetizione. La cucina social richiede anche riconoscibilità, narrazione e capacità di trattenere lo sguardo. Talvolta le due cose coincidono. Talvolta no.

Per questo la pasta, alla fine, potrebbe davvero essere stata soltanto un’esca. Non necessariamente escogitata a tavolino e nemmeno necessariamente maliziosa. Un’esca nel senso più contemporaneo del termine: qualcosa capace di fermare il pollice sullo schermo.

Noi abbiamo guardato, commentato, corretto, condiviso.

L’algoritmo ha fatto il resto.


Cucinare è anche un atto di memoria. È il tempo che si fa materia, una geometria di gesti tramandati, corretti, ripetuti. Ma nel momento in cui la cucina entra stabilmente nell’universo dei social media, cambia inevitabilmente funzione: non deve più soltanto nutrire, raccontare una cultura o dimostrare una tecnica. Deve anche “produrre attenzione”.

 È in questo passaggio che il caso di Brooklyn Peltz Beckham diventa interessante. Non tanto per stabilire se sappia o non sappia cucinare — questione sulla quale il dibattito pubblico si è spesso accanito con una severità sproporzionata — quanto per osservare che cosa accade quando il gesto culinario diventa contenuto, intrattenimento e infine prodotto commerciale.

 Nel dicembre 2021 Beckham lanciò la serie social “Cookin’ With Brooklyn”. All’epoca The Independent, riprendendo informazioni attribuite dal New York Post a fonti interne, riferì che ogni episodio avrebbe richiesto il lavoro di 62 professionisti e un costo nell’ordine dei “100.000 dollari”. Sono cifre riportate dalla stampa, dunque, non dati ufficialmente certificati dalla produzione, e come tali vanno trattate. Lo stesso Beckham, peraltro, chiariva nell’introduzione al programma di non essere uno chef e descriveva quelle esperienze come l’inizio del proprio iter nel cibo.

 Il punto interessante sta proprio nella sproporzione percepita tra due linguaggi: da una parte l’estetica spontanea della cucina domestica; dall’altra una macchina produttiva professionale costruita per trasformarla in spettacolo. Non necessariamente una finzione, ma certamente una forma di cucina diversa da quella cui il racconto visivo sembra alludere.

 Negli anni successivi le ricette pubblicate da Beckham hanno continuato a generare discussioni. Una delle più note mostra la preparazione di una pasta al pomodoro a bordo di uno yacht, con l’acqua di mare raccolta direttamente per cuocere gli spaghetti. Il video, pubblicato nel 2025 e tornato a circolare nell’estate 2026, ha prodotto migliaia di reazioni, molte delle quali concentrate sulle possibili implicazioni igieniche e sulla scelta stessa di utilizzare acqua marina non controllata.

 Il dato rilevante, tuttavia, non è trasformare una scelta discutibile in una sentenza gastronomica. È osservare ciò che quella scelta genera. Una normale pasta al pomodoro difficilmente avrebbe ottenuto la stessa quantità di commenti; una pentola immersa nel Mediterraneo dal bordo di uno yacht, invece, diventa immediatamente materia di discussione, ironia (non sempre benevola), condivisione.

 Lo stesso vale per un’altra immagine diventata virale: un “tappo di sughero lasciato cuocere nella Bolognese”. Presentarlo semplicemente come un’assurdità sarebbe però inesatto. L’impiego del sughero appartiene realmente ad alcune consuetudini tradizionali, soprattutto nella cottura del polpo, anche se la sua efficacia è discussa e non esiste una ragione consolidata per trasferirne il principio a un ragù di carne. Lo stesso Beckham, parlando nel 2025 della propria Bolognese, ha ammesso di non sapere dove avesse appreso il gesto e di dubitare che producesse realmente un effetto.

È una distinzione importante. Perché una critica gastronomica credibile non dovrebbe avere bisogno di trasformare ogni eccentricità in incompetenza.

Anche le sue interpretazioni delle “Fettuccine Alfredo” hanno suscitato contestazioni. In un video del 2023, diversi osservatori notarono innanzitutto l'impiego di un formato che appariva essere spaghetti invece delle fettuccine. Più in generale, molte versioni internazionali dell’”Alfredo” incorporano panna e altri ingredienti estranei alla matrice romana originaria, fondata essenzialmente sull’emulsione di fettuccine, burro e Parmigiano Reggiano. Parlare di adattamento o reinterpretazione è quindi più corretto che evocare un presunto oltraggio alla cucina italiana.

Persino il celebre arrosto che nel 2023 molti utenti definirono “crudo” richiede maggiore prudenza. Le immagini mostrarono una carne decisamente rosata e generarono una valanga di commenti, ma definirla oggettivamente cruda non è possibile sulla sola base del video; Victoria Beckham intervenne infatti sostenendo che fosse semplicemente servita "rare".

Diverso, e forse più significativo, è il tema dell’ostentazione. In una preparazione di pasta cremosa al tartufo Beckham utilizzò una quantità generosa dell’ingrediente, aggiungendone ancora a lamelle alla fine e accompagnando il video con l’idea che, nella sua cucina, il tartufo non fosse mai troppo. Anche in quel caso arrivarono molte critiche, soprattutto per l’esibizione di un prodotto molto costoso durante una fase di forte aumento del costo della vita.

È qui che il discorso esce definitivamente dalla cucina.

Negli ultimi anni il termine “rage bait” è entrato nel lessico digitale per indicare contenuti capaci di generare attenzione attraverso irritazione, indignazione o conflitto. Applicare direttamente questa definizione alle intenzioni di Beckham sarebbe però arbitrario: non esistono elementi sufficienti per affermare che gli errori o le provocazioni siano deliberatamente progettati per far arrabbiare il pubblico.

Esiste invece un fenomeno più ampio e ben documentato. La ricerca sui social network ha mostrato come l’espressione dell’indignazione possa essere rinforzata dalle reazioni ottenute online e come i contenuti capaci di suscitare emozioni forti possano acquisire una maggiore capacità di diffusione. In altre parole, "non occorre necessariamente pianificare il rage bait perché la controversia finisca per comportarsi come tale".

Ed è probabilmente questa la chiave più interessante del caso Beckham.

Nel 2024 Brooklyn Peltz Beckham ha lanciato “Cloud23”, la propria linea di salse piccanti, inizialmente distribuita attraverso Whole Foods Market e sostenuta, secondo Bon Appétit, da investimenti nell’ordine di milioni di dollari. Nel 2025 il marchio è entrato inoltre in una collaborazione ufficiale con The Langham e con lo chef Michel Roux Jr, con alcune salse inserite in piatti e menu degli hotel del gruppo a Londra e negli Stati Uniti.

Non sarebbe corretto sostenere che siano state le polemiche culinarie a determinare quel successo commerciale: non possediamo dati che dimostrino un rapporto causale. È però evidente che cucina, identità personale, esposizione mediatica e prodotto commerciale siano ormai parti dello stesso ecosistema comunicativo.

Ed è forse qui che Brooklyn Beckham smette di essere il centro della storia.

La questione riguarda noi.

Abbiamo trascorso anni a discutere se un arrosto fosse troppo crudo, se un tappo dovesse stare dentro un ragù, se gli spaghetti potessero chiamarsi Alfredo, se fosse ragionevole raccogliere con una pentola l’acqua del Mediterraneo. Ogni correzione, indignazione o battuta ha prodotto ciò che una piattaforma misura meglio di qualsiasi giudizio gastronomico: “interazione”.

La cucina tradizionale pretendeva tempo, esperienza e ripetizione. La cucina social richiede anche riconoscibilità, narrazione e capacità di trattenere lo sguardo. Talvolta le due cose coincidono. Talvolta no.

Per questo la pasta, alla fine, potrebbe davvero essere stata soltanto un’esca. Non necessariamente escogitata a tavolino e nemmeno necessariamente maliziosa. Un’esca nel senso più contemporaneo del termine: qualcosa capace di fermare il pollice sullo schermo.

Noi abbiamo guardato, commentato, corretto, condiviso.

L’algoritmo ha fatto il resto.