CASANOVA, IL PRINCIPE DEI MACCHERONI

Sesso, fame e letteratura nella pasta del seduttore

13 mag 2026

CASANOVA, IL PRINCIPE DEI MACCHERONI

Sesso, fame e letteratura nella pasta del seduttore

13 mag 2026

CASANOVA, IL PRINCIPE DEI MACCHERONI

Sesso, fame e letteratura nella pasta del seduttore

13 mag 2026

Prima ancora di divenire cognome del desiderio, maschera del libertino, simbolo dell’uomo che attraversa salotti, corti, alcove e frontiere con la stessa imprudente eleganza, Giacomo Casanova fu anche un uomo di appetito. Non solo di corpi, non solo di vita. Di tavola.

Nelle sue Memorie, il cibo non compare come ornamento marginale, ma come una delle forme attraverso cui il mondo si lascia possedere. Casanova mangia come viaggia, come seduce, come scrive: per appropriazione, per istinto, per fame atavica di esperienza. E tra i sapori che ritornano, i maccheroni occupano un posto speciale, quasi araldico.

L’episodio più felice avviene a Chioggia, città d’acqua, di passaggi e di soste provvisorie. Casanova entra in un caffè, incontra letterati, conosce un circolo di “accademici maccheronici”: uomini che, per gioco colto e conviviale, dedicano componimenti ai maccheroni. È una scena perfetta del Settecento italiano: il gusto, l’eloquio, la burla, la tavola, la letteratura che non parla più ex cathedra e si sporca le dita di condimenti e di farina.

Casanova accetta la sfida. Compone versi. Viene accolto nell’accademia. Ma la vera consacrazione non avviene sulla pagina: avviene a tavola. Mangia maccheroni con tale ardore da essere dichiarato, per acclamazione gastronomica, “principe”. Non principe di sangue, non di corte, non di lignaggio: principe di pasta.

In quel titolo faceto, si sa, c’è più verità di quanto sembri. Perché il maccherone, nel Settecento, è già un oggetto culturale sorprendentemente denso. È popolare e letterario, quotidiano e teatrale, umile e cerimoniale. Vive nelle locande, nelle dispense, nei banchetti, nei pasticci; passa dalle mani operose del popolo alla penna degli scrittori, dalla fame reale alla metafora.

Casanova lo comprende istintivamente. Per lui la pasta non è soltanto nutrimento, ma scena. È occasione di incontro, prova di gusto, misura di appartenenza a un paesaggio alimentare riconoscibile. Nei suoi viaggi europei, tra lingue diverse e identità cangianti, il maccherone resta una certezza familiare: burro, formaggio, calore, abbondanza. Una grammatica basilare.

E forse proprio per questo la pasta entra anche là dove sembrerebbe impossibile: nell’aneddoto dei Piombi, nella prigione veneziana, quando i maccheroni con burro e Parmigiano diventano parte di una strategia dentro una scena di fuga, un espediente domestico per celare un punteruolo.

Così Casanova, più che “seduttore dei maccheroni”, appare come un testimone involontario della loro forza simbolica. Attraverso di lui vediamo una pasta già largamente associata all’immaginario della tavola italiana: circolante, bramata, capace di unire gola e parola, fame e rappresentazione, corpo e racconto.

Il Principe dei Maccheroni non è allora una curiosità pittoresca. È una piccola epifania. Ci dice che la pasta, molto prima di diventare emblema nazionale codificato, era già materia di desiderio, di rito e di immaginario. Era già un modo di stare al mondo.


Prima ancora di divenire cognome del desiderio, maschera del libertino, simbolo dell’uomo che attraversa salotti, corti, alcove e frontiere con la stessa imprudente eleganza, Giacomo Casanova fu anche un uomo di appetito. Non solo di corpi, non solo di vita. Di tavola.

Nelle sue Memorie, il cibo non compare come ornamento marginale, ma come una delle forme attraverso cui il mondo si lascia possedere. Casanova mangia come viaggia, come seduce, come scrive: per appropriazione, per istinto, per fame atavica di esperienza. E tra i sapori che ritornano, i maccheroni occupano un posto speciale, quasi araldico.

L’episodio più felice avviene a Chioggia, città d’acqua, di passaggi e di soste provvisorie. Casanova entra in un caffè, incontra letterati, conosce un circolo di “accademici maccheronici”: uomini che, per gioco colto e conviviale, dedicano componimenti ai maccheroni. È una scena perfetta del Settecento italiano: il gusto, l’eloquio, la burla, la tavola, la letteratura che non parla più ex cathedra e si sporca le dita di condimenti e di farina.

Casanova accetta la sfida. Compone versi. Viene accolto nell’accademia. Ma la vera consacrazione non avviene sulla pagina: avviene a tavola. Mangia maccheroni con tale ardore da essere dichiarato, per acclamazione gastronomica, “principe”. Non principe di sangue, non di corte, non di lignaggio: principe di pasta.

In quel titolo faceto, si sa, c’è più verità di quanto sembri. Perché il maccherone, nel Settecento, è già un oggetto culturale sorprendentemente denso. È popolare e letterario, quotidiano e teatrale, umile e cerimoniale. Vive nelle locande, nelle dispense, nei banchetti, nei pasticci; passa dalle mani operose del popolo alla penna degli scrittori, dalla fame reale alla metafora.

Casanova lo comprende istintivamente. Per lui la pasta non è soltanto nutrimento, ma scena. È occasione di incontro, prova di gusto, misura di appartenenza a un paesaggio alimentare riconoscibile. Nei suoi viaggi europei, tra lingue diverse e identità cangianti, il maccherone resta una certezza familiare: burro, formaggio, calore, abbondanza. Una grammatica basilare.

E forse proprio per questo la pasta entra anche là dove sembrerebbe impossibile: nell’aneddoto dei Piombi, nella prigione veneziana, quando i maccheroni con burro e Parmigiano diventano parte di una strategia dentro una scena di fuga, un espediente domestico per celare un punteruolo.

Così Casanova, più che “seduttore dei maccheroni”, appare come un testimone involontario della loro forza simbolica. Attraverso di lui vediamo una pasta già largamente associata all’immaginario della tavola italiana: circolante, bramata, capace di unire gola e parola, fame e rappresentazione, corpo e racconto.

Il Principe dei Maccheroni non è allora una curiosità pittoresca. È una piccola epifania. Ci dice che la pasta, molto prima di diventare emblema nazionale codificato, era già materia di desiderio, di rito e di immaginario. Era già un modo di stare al mondo.


Prima ancora di divenire cognome del desiderio, maschera del libertino, simbolo dell’uomo che attraversa salotti, corti, alcove e frontiere con la stessa imprudente eleganza, Giacomo Casanova fu anche un uomo di appetito. Non solo di corpi, non solo di vita. Di tavola.

Nelle sue Memorie, il cibo non compare come ornamento marginale, ma come una delle forme attraverso cui il mondo si lascia possedere. Casanova mangia come viaggia, come seduce, come scrive: per appropriazione, per istinto, per fame atavica di esperienza. E tra i sapori che ritornano, i maccheroni occupano un posto speciale, quasi araldico.

L’episodio più felice avviene a Chioggia, città d’acqua, di passaggi e di soste provvisorie. Casanova entra in un caffè, incontra letterati, conosce un circolo di “accademici maccheronici”: uomini che, per gioco colto e conviviale, dedicano componimenti ai maccheroni. È una scena perfetta del Settecento italiano: il gusto, l’eloquio, la burla, la tavola, la letteratura che non parla più ex cathedra e si sporca le dita di condimenti e di farina.

Casanova accetta la sfida. Compone versi. Viene accolto nell’accademia. Ma la vera consacrazione non avviene sulla pagina: avviene a tavola. Mangia maccheroni con tale ardore da essere dichiarato, per acclamazione gastronomica, “principe”. Non principe di sangue, non di corte, non di lignaggio: principe di pasta.

In quel titolo faceto, si sa, c’è più verità di quanto sembri. Perché il maccherone, nel Settecento, è già un oggetto culturale sorprendentemente denso. È popolare e letterario, quotidiano e teatrale, umile e cerimoniale. Vive nelle locande, nelle dispense, nei banchetti, nei pasticci; passa dalle mani operose del popolo alla penna degli scrittori, dalla fame reale alla metafora.

Casanova lo comprende istintivamente. Per lui la pasta non è soltanto nutrimento, ma scena. È occasione di incontro, prova di gusto, misura di appartenenza a un paesaggio alimentare riconoscibile. Nei suoi viaggi europei, tra lingue diverse e identità cangianti, il maccherone resta una certezza familiare: burro, formaggio, calore, abbondanza. Una grammatica basilare.

E forse proprio per questo la pasta entra anche là dove sembrerebbe impossibile: nell’aneddoto dei Piombi, nella prigione veneziana, quando i maccheroni con burro e Parmigiano diventano parte di una strategia dentro una scena di fuga, un espediente domestico per celare un punteruolo.

Così Casanova, più che “seduttore dei maccheroni”, appare come un testimone involontario della loro forza simbolica. Attraverso di lui vediamo una pasta già largamente associata all’immaginario della tavola italiana: circolante, bramata, capace di unire gola e parola, fame e rappresentazione, corpo e racconto.

Il Principe dei Maccheroni non è allora una curiosità pittoresca. È una piccola epifania. Ci dice che la pasta, molto prima di diventare emblema nazionale codificato, era già materia di desiderio, di rito e di immaginario. Era già un modo di stare al mondo.


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