LA MONTAGNA DEI MACCHERONI

10 ago 2026

LA MONTAGNA DEI MACCHERONI

10 ago 2026

LA MONTAGNA DEI MACCHERONI

10 ago 2026

Nel Decameron di Boccaccio, tra Parmigiano, ravioli e brodo di capponi, la pasta entra nel paese dell’abbondanza e diventa materia del desiderio.

Ci sono luoghi che non sono mai esistiti e che, proprio per questo, narrano con esattezza ciò che gli uomini anelavano. Bengodi è uno di questi.

Giovanni Boccaccio lo fa apparire nella terza novella dell’ottava giornata del Decameron, mentre Maso del Saggio si prende giuoco del fiducioso Calandrino raccontandogli di una terra remota dove l’impossibile ha l’aria rassicurante delle cose da mangiare. Le vigne si legano con le salsicce, un’oca costa un denaro e insieme viene dato anche un papero. Poi il paesaggio si erge, prende forma e diviene commestibile.

C’è una montagna interamente fatta di «formaggio parmigiano grattugiato».

In cima, uomini intenti a fare «maccheroni e raviuoli», a cuocerli nel brodo di capponi e a farli ruzzolare giù lungo il pendio. Chi più ne raccoglie, più ne possiede. Poco distante, scorre persino un rio di Vernaccia, «della migliore che mai si bevve», senza nemmeno una stilla d’acqua.

È difficile trovare, nella letteratura italiana, un paesaggio gastronomico altrettanto materico. Si potrebbe quasi annusarne il profumo: il brodo grasso dei capponi, il formaggio grattugiato, il vino. E vedere quei maccheroni precipitare lungo una montagna che non è terra né roccia, ma cibo.

La tentazione, sette secoli dopo, è riconoscere immediatamente il nostro piatto di pasta. Ma sarebbe troppo semplicistico.

I «maccheroni» trecenteschi non vanno sovrapposti senza cautela al formato che oggi indossa quel nome: il termine aveva allora significati più mobili, e poteva indicare preparazioni diverse, anche assimilabili agli gnocchi. I «raviuoli» hanno invece una storia più precisa: la prima traccia scritta della parola risale ai primi decenni del Trecento, in un trattato di cucina fiorentino di una generazione più vecchio dello stesso Decameron, che già li elenca accanto ai tortelli. Boccaccio, dunque, non inventa nemmeno questo nome: lo raccoglie da un eloquio gastronomico già in uso, segno che il suo pubblico sapeva perfettamente di cosa si stesse parlando.

Perché una beffa funzioni, ciò che la compone deve essere abbastanza noto da poter essere deformato e dilatato.

Bengodi è assurdo perché smisurato, grottesco, non perché incomprensibile. Il lettore del Decameron sa che cosa sia il formaggio, i capponi, la Vernaccia, i maccheroni, i ravioli. Boccaccio prende alimenti reali e sovverte soltanto le loro proporzioni: il formaggio non viene più grattugiato sulla pietanza, diventa montagna; il vino non colma il bicchiere, diventa fiume; la pasta non viene distribuita con misura, rotola dall’alto e appartiene a chi riesce ad afferrarne di più.

È qui che la pasta smette di essere soltanto cibo e diventa immaginario.

Nel Medioevo attraversato dalla precarietà austera dei raccolti, dalla carestia e dallo spettro della fame, il sogno dell’abbondanza possiede una concretezza che oggi rischiamo di smarrire. Bengodi capovolge la fatica necessaria per procurarsi il nutrimento: non si semina, non si raccoglie, quasi non si cucina. Il cibo abita già lì. Scende verso l’uomo come ricompensa alle sue tribolazioni.

E tra le cose che Boccaccio sceglie per dare corpo a questa vertigine, compaiono proprio maccheroni e ravioli.

Non sappiamo se l'autore amasse poi personalmente la pasta. Il Decameron non ci autorizza ad asserirlo e sarebbe vano trasformare una testimonianza letteraria in una preferenza biografica. Sappiamo però qualcosa di più interessante: nel suo universo narrativo la pasta poteva già essere evocata per rappresentare il piacere, la sazietà, l’eccesso, il rimedio all'horror vacui.

Calandrino, naturalmente, ci vuole credere.

Davanti a una montagna di Parmigiano e a quei maccheroni che voltolano a valle, non si chiede se Bengodi possa esistere.

Vuole sapere soltanto quanto sia lontano.

Nel Decameron di Boccaccio, tra Parmigiano, ravioli e brodo di capponi, la pasta entra nel paese dell’abbondanza e diventa materia del desiderio.

Ci sono luoghi che non sono mai esistiti e che, proprio per questo, narrano con esattezza ciò che gli uomini anelavano. Bengodi è uno di questi.

Giovanni Boccaccio lo fa apparire nella terza novella dell’ottava giornata del Decameron, mentre Maso del Saggio si prende giuoco del fiducioso Calandrino raccontandogli di una terra remota dove l’impossibile ha l’aria rassicurante delle cose da mangiare. Le vigne si legano con le salsicce, un’oca costa un denaro e insieme viene dato anche un papero. Poi il paesaggio si erge, prende forma e diviene commestibile.

C’è una montagna interamente fatta di «formaggio parmigiano grattugiato».

In cima, uomini intenti a fare «maccheroni e raviuoli», a cuocerli nel brodo di capponi e a farli ruzzolare giù lungo il pendio. Chi più ne raccoglie, più ne possiede. Poco distante, scorre persino un rio di Vernaccia, «della migliore che mai si bevve», senza nemmeno una stilla d’acqua.

È difficile trovare, nella letteratura italiana, un paesaggio gastronomico altrettanto materico. Si potrebbe quasi annusarne il profumo: il brodo grasso dei capponi, il formaggio grattugiato, il vino. E vedere quei maccheroni precipitare lungo una montagna che non è terra né roccia, ma cibo.

La tentazione, sette secoli dopo, è riconoscere immediatamente il nostro piatto di pasta. Ma sarebbe troppo semplicistico.

I «maccheroni» trecenteschi non vanno sovrapposti senza cautela al formato che oggi indossa quel nome: il termine aveva allora significati più mobili, e poteva indicare preparazioni diverse, anche assimilabili agli gnocchi. I «raviuoli» hanno invece una storia più precisa: la prima traccia scritta della parola risale ai primi decenni del Trecento, in un trattato di cucina fiorentino di una generazione più vecchio dello stesso Decameron, che già li elenca accanto ai tortelli. Boccaccio, dunque, non inventa nemmeno questo nome: lo raccoglie da un eloquio gastronomico già in uso, segno che il suo pubblico sapeva perfettamente di cosa si stesse parlando.

Perché una beffa funzioni, ciò che la compone deve essere abbastanza noto da poter essere deformato e dilatato.

Bengodi è assurdo perché smisurato, grottesco, non perché incomprensibile. Il lettore del Decameron sa che cosa sia il formaggio, i capponi, la Vernaccia, i maccheroni, i ravioli. Boccaccio prende alimenti reali e sovverte soltanto le loro proporzioni: il formaggio non viene più grattugiato sulla pietanza, diventa montagna; il vino non colma il bicchiere, diventa fiume; la pasta non viene distribuita con misura, rotola dall’alto e appartiene a chi riesce ad afferrarne di più.

È qui che la pasta smette di essere soltanto cibo e diventa immaginario.

Nel Medioevo attraversato dalla precarietà austera dei raccolti, dalla carestia e dallo spettro della fame, il sogno dell’abbondanza possiede una concretezza che oggi rischiamo di smarrire. Bengodi capovolge la fatica necessaria per procurarsi il nutrimento: non si semina, non si raccoglie, quasi non si cucina. Il cibo abita già lì. Scende verso l’uomo come ricompensa alle sue tribolazioni.

E tra le cose che Boccaccio sceglie per dare corpo a questa vertigine, compaiono proprio maccheroni e ravioli.

Non sappiamo se l'autore amasse poi personalmente la pasta. Il Decameron non ci autorizza ad asserirlo e sarebbe vano trasformare una testimonianza letteraria in una preferenza biografica. Sappiamo però qualcosa di più interessante: nel suo universo narrativo la pasta poteva già essere evocata per rappresentare il piacere, la sazietà, l’eccesso, il rimedio all'horror vacui.

Calandrino, naturalmente, ci vuole credere.

Davanti a una montagna di Parmigiano e a quei maccheroni che voltolano a valle, non si chiede se Bengodi possa esistere.

Vuole sapere soltanto quanto sia lontano.

Nel Decameron di Boccaccio, tra Parmigiano, ravioli e brodo di capponi, la pasta entra nel paese dell’abbondanza e diventa materia del desiderio.

Ci sono luoghi che non sono mai esistiti e che, proprio per questo, narrano con esattezza ciò che gli uomini anelavano. Bengodi è uno di questi.

Giovanni Boccaccio lo fa apparire nella terza novella dell’ottava giornata del Decameron, mentre Maso del Saggio si prende giuoco del fiducioso Calandrino raccontandogli di una terra remota dove l’impossibile ha l’aria rassicurante delle cose da mangiare. Le vigne si legano con le salsicce, un’oca costa un denaro e insieme viene dato anche un papero. Poi il paesaggio si erge, prende forma e diviene commestibile.

C’è una montagna interamente fatta di «formaggio parmigiano grattugiato».

In cima, uomini intenti a fare «maccheroni e raviuoli», a cuocerli nel brodo di capponi e a farli ruzzolare giù lungo il pendio. Chi più ne raccoglie, più ne possiede. Poco distante, scorre persino un rio di Vernaccia, «della migliore che mai si bevve», senza nemmeno una stilla d’acqua.

È difficile trovare, nella letteratura italiana, un paesaggio gastronomico altrettanto materico. Si potrebbe quasi annusarne il profumo: il brodo grasso dei capponi, il formaggio grattugiato, il vino. E vedere quei maccheroni precipitare lungo una montagna che non è terra né roccia, ma cibo.

La tentazione, sette secoli dopo, è riconoscere immediatamente il nostro piatto di pasta. Ma sarebbe troppo semplicistico.

I «maccheroni» trecenteschi non vanno sovrapposti senza cautela al formato che oggi indossa quel nome: il termine aveva allora significati più mobili, e poteva indicare preparazioni diverse, anche assimilabili agli gnocchi. I «raviuoli» hanno invece una storia più precisa: la prima traccia scritta della parola risale ai primi decenni del Trecento, in un trattato di cucina fiorentino di una generazione più vecchio dello stesso Decameron, che già li elenca accanto ai tortelli. Boccaccio, dunque, non inventa nemmeno questo nome: lo raccoglie da un eloquio gastronomico già in uso, segno che il suo pubblico sapeva perfettamente di cosa si stesse parlando.

Perché una beffa funzioni, ciò che la compone deve essere abbastanza noto da poter essere deformato e dilatato.

Bengodi è assurdo perché smisurato, grottesco, non perché incomprensibile. Il lettore del Decameron sa che cosa sia il formaggio, i capponi, la Vernaccia, i maccheroni, i ravioli. Boccaccio prende alimenti reali e sovverte soltanto le loro proporzioni: il formaggio non viene più grattugiato sulla pietanza, diventa montagna; il vino non colma il bicchiere, diventa fiume; la pasta non viene distribuita con misura, rotola dall’alto e appartiene a chi riesce ad afferrarne di più.

È qui che la pasta smette di essere soltanto cibo e diventa immaginario.

Nel Medioevo attraversato dalla precarietà austera dei raccolti, dalla carestia e dallo spettro della fame, il sogno dell’abbondanza possiede una concretezza che oggi rischiamo di smarrire. Bengodi capovolge la fatica necessaria per procurarsi il nutrimento: non si semina, non si raccoglie, quasi non si cucina. Il cibo abita già lì. Scende verso l’uomo come ricompensa alle sue tribolazioni.

E tra le cose che Boccaccio sceglie per dare corpo a questa vertigine, compaiono proprio maccheroni e ravioli.

Non sappiamo se l'autore amasse poi personalmente la pasta. Il Decameron non ci autorizza ad asserirlo e sarebbe vano trasformare una testimonianza letteraria in una preferenza biografica. Sappiamo però qualcosa di più interessante: nel suo universo narrativo la pasta poteva già essere evocata per rappresentare il piacere, la sazietà, l’eccesso, il rimedio all'horror vacui.

Calandrino, naturalmente, ci vuole credere.

Davanti a una montagna di Parmigiano e a quei maccheroni che voltolano a valle, non si chiede se Bengodi possa esistere.

Vuole sapere soltanto quanto sia lontano.