
THOMAS JEFFERSON E LA PASTA
quando il gusto attraversò l’Atlantico
16 mar 2026

THOMAS JEFFERSON E LA PASTA
quando il gusto attraversò l’Atlantico
16 mar 2026

THOMAS JEFFERSON E LA PASTA
quando il gusto attraversò l’Atlantico
16 mar 2026
Ci sono uomini che fondano nazioni, e spiriti sensibili che, quasi senza volerlo, educano il palato di un continente. Thomas Jefferson appartiene a entrambe queste specie. Padre della Dichiarazione d’Indipendenza, terzo presidente degli Stati Uniti, diplomatico, agronomo, bibliofilo, architetto di sé stesso; ma anche viaggiatore curioso, osservatore minuzioso del quotidiano, collezionista di forme civili del vivere. Fra queste, la tavola. E sulla tavola, in un tempo in cui l’America cercava ancora il proprio lessico gastronomico, comparve anche lei: la pasta.
Intorno a Jefferson e ai maccheroni si è costruita una piccola mitologia nazionale. Si è detto che li abbia “portati” in America, che ne abbia introdotto l’uso, persino che abbia inventato i macaroni and cheese. La verità, come spesso accade, è più interessante e articolata. La pasta non era ignota né alla Gran Bretagna né alle colonie americane del Settecento, e piatti di pasta al formaggio circolavano già in Europa prima del suo ritorno. Jefferson non fu dunque il primo apostolo del maccherone; fu qualcosa di più moderno: colui che ne intuì il valore simbolico, culturale e quasi sociale, inserendolo in un’idea di raffinatezza domestica e di civiltà del gusto.
Il momento decisivo matura negli anni europei. Da ministro degli Stati Uniti in Francia fra il 1785 e il 1789, Jefferson si innamora delle cucine continentali; ma è soprattutto nel viaggio del 1787, tra il sud della Francia e il nord Italia, che il suo sguardo si fa quasi tecnico. Non si limita a sostentarsi: osserva, annota, disegna. Nei suoi papers compare infatti uno schizzo di macchina per maccheroni con istruzioni sulla lavorazione della pasta, testimonianza preziosa di una curiosità che non era semplice golosità, bensì desiderio di capire il funzionamento delle cose, di tradurre il piacere in procedura, la meraviglia in ingegno meccanico.
Nel febbraio 1789, su sua richiesta, William Short, segretario privato e protegé di TJ, gli procura a Napoli un “mould for making maccaroni”, cioè uno stampo o torchio destinato alla produzione della pasta. L’oggetto, con ogni probabilità, raggiunse poi gli Stati Uniti e comparve in relazione ai beni spediti nel 1793 a Monticello, la dimora virginiana di Jefferson presso Charlottesville. È un dettaglio che conta più di quanto sembri: non perché Jefferson volesse industrializzare la cucina di casa, ma perché rivela la sua volontà di trasferire un sapere materiale dall’Europa al Nuovo Mondo. La pasta, per lui, non è soltanto un cibo: è una tecnologia gentile, una grammatica della trasformazione. Semola, acqua, pressione, tempo: pochi elementi, eppure già sufficienti a raccontare un’idea di ordine e di cultura.
A rendere possibile questa 'trasmigrazione del gusto' fu anche James Hemings, valente chef schiavizzato che Jefferson condusse con sé in Francia e fece formare all’arte culinaria francese. È verosimile che proprio attraverso quella formazione, certe preparazioni di pasta - comprese quelle condite o gratinate con formaggio - trovassero poi una via più stabile nelle tavole americane d’élite. Anche qui, però, converrebbe sottrarsi al folklore: né Jefferson né Hemings inventarono i macaroni and cheese. Piuttosto, contribuirono a dare loro una nuova scena, un nuovo prestigio, una nuova capacità di meravigliare gli ospiti; non a caso, la loro comparsa nei menu della Casa Bianca fu percepita come una novità.
E forse è proprio questo il punto che interessa davvero a noi, oggi. Jefferson non conta perché “scoprì” la pasta, ma perché la riconobbe e la rese socialmente leggibile. Vide in essa qualcosa che andava oltre l’alimento: una forma esportabile di civiltà, un piacere disciplinato, un ponte fra paesaggi e sistemi di vita differenti.
Ci sono uomini che fondano nazioni, e spiriti sensibili che, quasi senza volerlo, educano il palato di un continente. Thomas Jefferson appartiene a entrambe queste specie. Padre della Dichiarazione d’Indipendenza, terzo presidente degli Stati Uniti, diplomatico, agronomo, bibliofilo, architetto di sé stesso; ma anche viaggiatore curioso, osservatore minuzioso del quotidiano, collezionista di forme civili del vivere. Fra queste, la tavola. E sulla tavola, in un tempo in cui l’America cercava ancora il proprio lessico gastronomico, comparve anche lei: la pasta.
Intorno a Jefferson e ai maccheroni si è costruita una piccola mitologia nazionale. Si è detto che li abbia “portati” in America, che ne abbia introdotto l’uso, persino che abbia inventato i macaroni and cheese. La verità, come spesso accade, è più interessante e articolata. La pasta non era ignota né alla Gran Bretagna né alle colonie americane del Settecento, e piatti di pasta al formaggio circolavano già in Europa prima del suo ritorno. Jefferson non fu dunque il primo apostolo del maccherone; fu qualcosa di più moderno: colui che ne intuì il valore simbolico, culturale e quasi sociale, inserendolo in un’idea di raffinatezza domestica e di civiltà del gusto.
Il momento decisivo matura negli anni europei. Da ministro degli Stati Uniti in Francia fra il 1785 e il 1789, Jefferson si innamora delle cucine continentali; ma è soprattutto nel viaggio del 1787, tra il sud della Francia e il nord Italia, che il suo sguardo si fa quasi tecnico. Non si limita a sostentarsi: osserva, annota, disegna. Nei suoi papers compare infatti uno schizzo di macchina per maccheroni con istruzioni sulla lavorazione della pasta, testimonianza preziosa di una curiosità che non era semplice golosità, bensì desiderio di capire il funzionamento delle cose, di tradurre il piacere in procedura, la meraviglia in ingegno meccanico.
Nel febbraio 1789, su sua richiesta, William Short, segretario privato e protegé di TJ, gli procura a Napoli un “mould for making maccaroni”, cioè uno stampo o torchio destinato alla produzione della pasta. L’oggetto, con ogni probabilità, raggiunse poi gli Stati Uniti e comparve in relazione ai beni spediti nel 1793 a Monticello, la dimora virginiana di Jefferson presso Charlottesville. È un dettaglio che conta più di quanto sembri: non perché Jefferson volesse industrializzare la cucina di casa, ma perché rivela la sua volontà di trasferire un sapere materiale dall’Europa al Nuovo Mondo. La pasta, per lui, non è soltanto un cibo: è una tecnologia gentile, una grammatica della trasformazione. Semola, acqua, pressione, tempo: pochi elementi, eppure già sufficienti a raccontare un’idea di ordine e di cultura.
A rendere possibile questa 'trasmigrazione del gusto' fu anche James Hemings, valente chef schiavizzato che Jefferson condusse con sé in Francia e fece formare all’arte culinaria francese. È verosimile che proprio attraverso quella formazione, certe preparazioni di pasta - comprese quelle condite o gratinate con formaggio - trovassero poi una via più stabile nelle tavole americane d’élite. Anche qui, però, converrebbe sottrarsi al folklore: né Jefferson né Hemings inventarono i macaroni and cheese. Piuttosto, contribuirono a dare loro una nuova scena, un nuovo prestigio, una nuova capacità di meravigliare gli ospiti; non a caso, la loro comparsa nei menu della Casa Bianca fu percepita come una novità.
E forse è proprio questo il punto che interessa davvero a noi, oggi. Jefferson non conta perché “scoprì” la pasta, ma perché la riconobbe e la rese socialmente leggibile. Vide in essa qualcosa che andava oltre l’alimento: una forma esportabile di civiltà, un piacere disciplinato, un ponte fra paesaggi e sistemi di vita differenti.
Ci sono uomini che fondano nazioni, e spiriti sensibili che, quasi senza volerlo, educano il palato di un continente. Thomas Jefferson appartiene a entrambe queste specie. Padre della Dichiarazione d’Indipendenza, terzo presidente degli Stati Uniti, diplomatico, agronomo, bibliofilo, architetto di sé stesso; ma anche viaggiatore curioso, osservatore minuzioso del quotidiano, collezionista di forme civili del vivere. Fra queste, la tavola. E sulla tavola, in un tempo in cui l’America cercava ancora il proprio lessico gastronomico, comparve anche lei: la pasta.
Intorno a Jefferson e ai maccheroni si è costruita una piccola mitologia nazionale. Si è detto che li abbia “portati” in America, che ne abbia introdotto l’uso, persino che abbia inventato i macaroni and cheese. La verità, come spesso accade, è più interessante e articolata. La pasta non era ignota né alla Gran Bretagna né alle colonie americane del Settecento, e piatti di pasta al formaggio circolavano già in Europa prima del suo ritorno. Jefferson non fu dunque il primo apostolo del maccherone; fu qualcosa di più moderno: colui che ne intuì il valore simbolico, culturale e quasi sociale, inserendolo in un’idea di raffinatezza domestica e di civiltà del gusto.
Il momento decisivo matura negli anni europei. Da ministro degli Stati Uniti in Francia fra il 1785 e il 1789, Jefferson si innamora delle cucine continentali; ma è soprattutto nel viaggio del 1787, tra il sud della Francia e il nord Italia, che il suo sguardo si fa quasi tecnico. Non si limita a sostentarsi: osserva, annota, disegna. Nei suoi papers compare infatti uno schizzo di macchina per maccheroni con istruzioni sulla lavorazione della pasta, testimonianza preziosa di una curiosità che non era semplice golosità, bensì desiderio di capire il funzionamento delle cose, di tradurre il piacere in procedura, la meraviglia in ingegno meccanico.
Nel febbraio 1789, su sua richiesta, William Short, segretario privato e protegé di TJ, gli procura a Napoli un “mould for making maccaroni”, cioè uno stampo o torchio destinato alla produzione della pasta. L’oggetto, con ogni probabilità, raggiunse poi gli Stati Uniti e comparve in relazione ai beni spediti nel 1793 a Monticello, la dimora virginiana di Jefferson presso Charlottesville. È un dettaglio che conta più di quanto sembri: non perché Jefferson volesse industrializzare la cucina di casa, ma perché rivela la sua volontà di trasferire un sapere materiale dall’Europa al Nuovo Mondo. La pasta, per lui, non è soltanto un cibo: è una tecnologia gentile, una grammatica della trasformazione. Semola, acqua, pressione, tempo: pochi elementi, eppure già sufficienti a raccontare un’idea di ordine e di cultura.
A rendere possibile questa 'trasmigrazione del gusto' fu anche James Hemings, valente chef schiavizzato che Jefferson condusse con sé in Francia e fece formare all’arte culinaria francese. È verosimile che proprio attraverso quella formazione, certe preparazioni di pasta - comprese quelle condite o gratinate con formaggio - trovassero poi una via più stabile nelle tavole americane d’élite. Anche qui, però, converrebbe sottrarsi al folklore: né Jefferson né Hemings inventarono i macaroni and cheese. Piuttosto, contribuirono a dare loro una nuova scena, un nuovo prestigio, una nuova capacità di meravigliare gli ospiti; non a caso, la loro comparsa nei menu della Casa Bianca fu percepita come una novità.
E forse è proprio questo il punto che interessa davvero a noi, oggi. Jefferson non conta perché “scoprì” la pasta, ma perché la riconobbe e la rese socialmente leggibile. Vide in essa qualcosa che andava oltre l’alimento: una forma esportabile di civiltà, un piacere disciplinato, un ponte fra paesaggi e sistemi di vita differenti.



