LA FORCHETTA NEL TASCHINO

Alessandro Pipero: «La pasta è la mia vita. Al ristorante, però, cerchiamo l’effetto “wow”

12/09/26

LA FORCHETTA NEL TASCHINO

Alessandro Pipero: «La pasta è la mia vita. Al ristorante, però, cerchiamo l’effetto “wow”

12/09/26

LA FORCHETTA NEL TASCHINO

Alessandro Pipero: «La pasta è la mia vita. Al ristorante, però, cerchiamo l’effetto “wow”

12/09/26

Alessandro Pipero non è nato cuoco, e non ha mai fatto mistero di preferire la tavola ai fornelli. Cresciuto ad Albano Laziale in una famiglia di lavandai, ha trovato nella sala — nel contatto diretto con l'ospite — la propria vocazione, prima ancora di saperla chiamare mestiere. Eppure la pasta lo accompagna fin dalla culla: neonato, piangeva tanto per la fame che sua madre allargò il foro della tettarella del biberon con il cappuccio di una penna, pur di farglielo sorbire più in fretta.

L'insegna del Pipero germina ad Albano Laziale nel 2007, quando Alessandro lascia la sala di Antonello Colonna a Labico — dove si era già guadagnato il titolo di Miglior Sommelier d'Italia della Guida de L'Espresso — per mettersi in proprio. Nel 2011 il ristorante si trasferisce a Roma, dentro l'Hotel Rex, diventando "Pipero al Rex": la stella Michelin arriva l'anno successivo. Nel 2017 una nuova sede, questa volta definitiva, in Corso Vittorio Emanuele II, di fronte alla Chiesa Nuova: il locale riprende il nome originario — Pipero — e mantiene il riconoscimento della Rossa.

Da allora il volto in cucina è cambiato più volte — da Luciano Monosilio fino a Ciro Scamardella, oggi alla guida della brigata — mentre in sala la presenza di Alessandro resta una costante rassicurante, insieme al lavoro di Achille Sardiello. La stella, arrivata nel 2012, non se n'è mai eclissata nonostante i cinque cambi di chef.

È da questa posizione — un uomo di sala che ha avviato un'insegna stellata senza mai indossare la giacca da cuoco — che Alessandro Pipero racconta a MILLEUNAPASTA il posto della pasta nella sua idea di ristorazione. Non solo la celebre carbonara, venduta a peso e diventata quasi un marchio, ma la ricerca ostinata dell'effetto "wow", il confine sottile tra cucina e sala, e il destino di un piatto che, nelle sue parole, "resta la mia vita."

 Che cosa significa dare il proprio cognome a un ristorante, soprattutto quando a farlo è un uomo di sala e non un cuoco?
«È vero, sono un po’ fuori dagli schemi: di solito i ristoranti stellati li aprono gli chef. Io invece l’ho avviato da cameriere. Ho voluto metterci il mio nome perché, quando ci metti faccia e cognome, scatta qualcosa che ti spinge forse a impegnarti il doppio. Se le cose vanno male la colpa è tua, se vanno bene il merito è altrettanto tuo: non puoi nasconderti. Se crei un’insegna di fantasia non hai la stessa “cazzimma”, la stessa fame di fare bene. Chiamarlo Pipero significava assumersi una responsabilità precisa.»

 Da Albano Laziale a Roma: che cosa è cambiato della tua identità lungo il percorso?
«La mia identità non è mai cambiata, e spero non cambi mai. Sono e rimango un ragazzo di paese, nato in una famiglia umile di lavoratori. I miei avevano una lavanderia, ma io non mi ci vedevo proprio. Mi dissero: “Fai quello che ti piace”. A me piaceva mangiare e mi sono buttato nel mondo del cibo, trasformando una passione in impresa. Mi piaceva stare in mezzo alle persone e ho scelto la sala. Non penso di aver fatto nulla di straordinario: faccio ciò che so fare e che amo. Con gli anni cresci, studi il mercato, osservi le persone. Ho 52 anni: sono partito dalla carta carbone e oggi mi muovo tra i social. È un cambiamento epocale che bisogna saper attraversare.»

 Se chiudi gli occhi, qual è il tuo primo ricordo legato alla pasta?
«Un ricordo preciso forse non c’è, perché la pasta per me è semplicemente la vita: è il mio piatto preferito da sempre. Mia madre raccontava che da neonato piangevo continuamente per la fame, così prese il cappuccio di una penna Bic per allargare il foro della tettarella del biberon e farmi mangiare più in fretta! La pasta è una delle cose più belle che mi siano capitate, la colloco sullo stesso piano degli affetti più cari. Fa parte di me. E continuo a mangiarne tantissima: anche 250 grammi a pasto. I nutrizionisti storceranno il naso, ma non mi vergogno affatto a dirlo.»

 La carbonara di Pipero è diventata quasi un marchio. Dove nasce il fenomeno?
«La carbonara di Pipero appartiene a tutti e non è di nessuno. Non l’abbiamo inventata noi: esiste da sempre, senza un marchio registrato né una codifica immutabile. La nostra fortuna, oltre a cucinarla bene – come spero facciamo – è stata indovinare il momento e il modo per comunicarla. Abbiamo cominciato a venderla a peso dentro un ristorante gourmet. Quell’intuizione l’ha resa celebre, forse persino più di quanto meriterebbe, con un pizzico di umiltà, trasformandola in uno status symbol. Oggi cavalchiamo un’onda consolidata: se domani qualcuno aprisse di fronte a noi e facesse una carbonara ancora più buona, per molti, quella di riferimento resterebbe comunque la carbonara di Pipero. È un piatto che ci ha portati in giro per il mondo ed è giusto riconoscerlo.»

 Quanto interviene il patron nei piatti e quanto resta nelle mani dello chef?
«Non intervengo sulle ricette. La cucina è un mestiere serio: i piatti li creano lo chef e la brigata, non io. Il mio compito è un altro. Quando nasce una proposta ci sediamo, la assaggiamo insieme e io dico la mia perché credo di avere un buon palato, ma la paternità rimane dello chef. Poi arriva il test fondamentale: per una settimana proponiamo il piatto ai clienti. E lì cerchiamo una cosa sola: l’effetto “wow”. Se su dieci persone cinque sono convinte e cinque titubanti, per noi non funziona. Se invece tutti e dieci esclamano “wow”, il piatto è centrato. È come una canzone: quando conquista al primo ascolto, è una hit.»

 Oltre alla carbonara, quali paste raccontano meglio oggi la cucina di Pipero?
«La carbonara è il nostro traino commerciale, il piatto più celebre. Ma lo dico con sincerità: in un percorso con più primi, per paradosso, può essere quello meno sorprendente. Le vere opere d’arte sono anche altrove. Penso alla Fregula, vongole e cocco o allo Spaghetto pil-pil di midollo, limone e peperone crusco: piatti che per me sono da dieci e lode. La carbonara resta un solidissimo otto, fondamentale per noi, ma il vertice creativo del ristorante può esprimersi altrove.»

 Tra cucina e tavolo, che cosa bisogna fare perché una pasta arrivi esattamente come è stata pensata?
«Serve un rigore professionale assoluto. Il piatto deve essere caldissimo, la pasta rigorosamente al dente. Al pass abbiamo le lampade riscaldanti e abbiamo voluto i tavoli vicini alla cucina proprio per ridurre i tempi: quando suona il gong, i camerieri sono pronti a partire. A seconda della stagione utilizziamo o meno le cloche, perché le condizioni climatiche cambiano, ma il piatto deve arrivare alla temperatura ideale. Su questo l’attenzione della sala è maniacale.»

 E nel bicchiere? Che cosa abbini alla carbonara?
«Da noi la cultura del vino appartiene alla sala. Personalmente ho sempre considerato la carbonara un piatto da bianco. Ultimamente, però, abbiamo fatto una scommessa: l’abbiamo abbinata a un vino dolce da dessert, un muffato. In fondo la carbonara è quasi una sorta di zabaione salato montato e, accostata a quel profilo dolce e complesso, crea un connubio straordinario. In uno stellato l’abbinamento deve funzionare al palato, certo, ma deve anche regalare spettacolo, un piccolo momento di meraviglia.»

 L’alta ristorazione italiana ha restituito alla pasta la sua centralità oppure non l’ha mai perduta?
«Per me non l’ha mai perduta. Bisogna distinguere tra i ristoranti stellati all’estero e quelli italiani: qui la pasta è un ‘core business’ nazionale. È presente nei grandi menu d’autore attraverso letture filologiche, classici, piatti diventati iconici e continue reinterpretazioni. Nell’alta ristorazione italiana la pasta non ha soltanto centralità: ha una vera dimensione di culto e anche di gioco.»

 Che futuro vedi per la pasta tra nuove tendenze e attenzione crescente al benessere?
«La pasta manterrà sempre un ruolo centrale, non ho dubbi. Oggi si parla molto di benessere e regimi alimentari, ma quando vai in un ristorante stellato è un po’ come quando compri il biglietto per un concerto: cerchi un’emozione, un momento di evasione. In quel contesto non vai per fare il calcolo delle calorie. La pasta può essere leggera oppure goduriosa…»

Nota della redazione.

Resta, a chiudere questa conversazione, l'immagine di un ragazzo di provincia che ha scommesso il proprio cognome su un'intuizione: farsi carico, in prima persona, di ogni piatto che esce dalla cucina. Alessandro Pipero non rivendica la paternità delle ricette — la lascia, con rispetto, allo chef e alla brigata — ma custodisce l'altra metà del mestiere: la sala, il tempismo del gong, la certezza che a decidere il valore di un piatto sia l'effetto "wow" sull'ospite, non la tecnica in sé. È lì, in quello spazio sottile fra cucina e servizio, che la carbonara di Pipero smette di essere soltanto un fenomeno di costume e diventa, come dice lui stesso, vita.

Alessandro Pipero non è nato cuoco, e non ha mai fatto mistero di preferire la tavola ai fornelli. Cresciuto ad Albano Laziale in una famiglia di lavandai, ha trovato nella sala — nel contatto diretto con l'ospite — la propria vocazione, prima ancora di saperla chiamare mestiere. Eppure la pasta lo accompagna fin dalla culla: neonato, piangeva tanto per la fame che sua madre allargò il foro della tettarella del biberon con il cappuccio di una penna, pur di farglielo sorbire più in fretta.

L'insegna del Pipero germina ad Albano Laziale nel 2007, quando Alessandro lascia la sala di Antonello Colonna a Labico — dove si era già guadagnato il titolo di Miglior Sommelier d'Italia della Guida de L'Espresso — per mettersi in proprio. Nel 2011 il ristorante si trasferisce a Roma, dentro l'Hotel Rex, diventando "Pipero al Rex": la stella Michelin arriva l'anno successivo. Nel 2017 una nuova sede, questa volta definitiva, in Corso Vittorio Emanuele II, di fronte alla Chiesa Nuova: il locale riprende il nome originario — Pipero — e mantiene il riconoscimento della Rossa.

Da allora il volto in cucina è cambiato più volte — da Luciano Monosilio fino a Ciro Scamardella, oggi alla guida della brigata — mentre in sala la presenza di Alessandro resta una costante rassicurante, insieme al lavoro di Achille Sardiello. La stella, arrivata nel 2012, non se n'è mai eclissata nonostante i cinque cambi di chef.

È da questa posizione — un uomo di sala che ha avviato un'insegna stellata senza mai indossare la giacca da cuoco — che Alessandro Pipero racconta a MILLEUNAPASTA il posto della pasta nella sua idea di ristorazione. Non solo la celebre carbonara, venduta a peso e diventata quasi un marchio, ma la ricerca ostinata dell'effetto "wow", il confine sottile tra cucina e sala, e il destino di un piatto che, nelle sue parole, "resta la mia vita."

 Che cosa significa dare il proprio cognome a un ristorante, soprattutto quando a farlo è un uomo di sala e non un cuoco?
«È vero, sono un po’ fuori dagli schemi: di solito i ristoranti stellati li aprono gli chef. Io invece l’ho avviato da cameriere. Ho voluto metterci il mio nome perché, quando ci metti faccia e cognome, scatta qualcosa che ti spinge forse a impegnarti il doppio. Se le cose vanno male la colpa è tua, se vanno bene il merito è altrettanto tuo: non puoi nasconderti. Se crei un’insegna di fantasia non hai la stessa “cazzimma”, la stessa fame di fare bene. Chiamarlo Pipero significava assumersi una responsabilità precisa.»

 Da Albano Laziale a Roma: che cosa è cambiato della tua identità lungo il percorso?
«La mia identità non è mai cambiata, e spero non cambi mai. Sono e rimango un ragazzo di paese, nato in una famiglia umile di lavoratori. I miei avevano una lavanderia, ma io non mi ci vedevo proprio. Mi dissero: “Fai quello che ti piace”. A me piaceva mangiare e mi sono buttato nel mondo del cibo, trasformando una passione in impresa. Mi piaceva stare in mezzo alle persone e ho scelto la sala. Non penso di aver fatto nulla di straordinario: faccio ciò che so fare e che amo. Con gli anni cresci, studi il mercato, osservi le persone. Ho 52 anni: sono partito dalla carta carbone e oggi mi muovo tra i social. È un cambiamento epocale che bisogna saper attraversare.»

 Se chiudi gli occhi, qual è il tuo primo ricordo legato alla pasta?
«Un ricordo preciso forse non c’è, perché la pasta per me è semplicemente la vita: è il mio piatto preferito da sempre. Mia madre raccontava che da neonato piangevo continuamente per la fame, così prese il cappuccio di una penna Bic per allargare il foro della tettarella del biberon e farmi mangiare più in fretta! La pasta è una delle cose più belle che mi siano capitate, la colloco sullo stesso piano degli affetti più cari. Fa parte di me. E continuo a mangiarne tantissima: anche 250 grammi a pasto. I nutrizionisti storceranno il naso, ma non mi vergogno affatto a dirlo.»

 La carbonara di Pipero è diventata quasi un marchio. Dove nasce il fenomeno?
«La carbonara di Pipero appartiene a tutti e non è di nessuno. Non l’abbiamo inventata noi: esiste da sempre, senza un marchio registrato né una codifica immutabile. La nostra fortuna, oltre a cucinarla bene – come spero facciamo – è stata indovinare il momento e il modo per comunicarla. Abbiamo cominciato a venderla a peso dentro un ristorante gourmet. Quell’intuizione l’ha resa celebre, forse persino più di quanto meriterebbe, con un pizzico di umiltà, trasformandola in uno status symbol. Oggi cavalchiamo un’onda consolidata: se domani qualcuno aprisse di fronte a noi e facesse una carbonara ancora più buona, per molti, quella di riferimento resterebbe comunque la carbonara di Pipero. È un piatto che ci ha portati in giro per il mondo ed è giusto riconoscerlo.»

 Quanto interviene il patron nei piatti e quanto resta nelle mani dello chef?
«Non intervengo sulle ricette. La cucina è un mestiere serio: i piatti li creano lo chef e la brigata, non io. Il mio compito è un altro. Quando nasce una proposta ci sediamo, la assaggiamo insieme e io dico la mia perché credo di avere un buon palato, ma la paternità rimane dello chef. Poi arriva il test fondamentale: per una settimana proponiamo il piatto ai clienti. E lì cerchiamo una cosa sola: l’effetto “wow”. Se su dieci persone cinque sono convinte e cinque titubanti, per noi non funziona. Se invece tutti e dieci esclamano “wow”, il piatto è centrato. È come una canzone: quando conquista al primo ascolto, è una hit.»

 Oltre alla carbonara, quali paste raccontano meglio oggi la cucina di Pipero?
«La carbonara è il nostro traino commerciale, il piatto più celebre. Ma lo dico con sincerità: in un percorso con più primi, per paradosso, può essere quello meno sorprendente. Le vere opere d’arte sono anche altrove. Penso alla Fregula, vongole e cocco o allo Spaghetto pil-pil di midollo, limone e peperone crusco: piatti che per me sono da dieci e lode. La carbonara resta un solidissimo otto, fondamentale per noi, ma il vertice creativo del ristorante può esprimersi altrove.»

 Tra cucina e tavolo, che cosa bisogna fare perché una pasta arrivi esattamente come è stata pensata?
«Serve un rigore professionale assoluto. Il piatto deve essere caldissimo, la pasta rigorosamente al dente. Al pass abbiamo le lampade riscaldanti e abbiamo voluto i tavoli vicini alla cucina proprio per ridurre i tempi: quando suona il gong, i camerieri sono pronti a partire. A seconda della stagione utilizziamo o meno le cloche, perché le condizioni climatiche cambiano, ma il piatto deve arrivare alla temperatura ideale. Su questo l’attenzione della sala è maniacale.»

 E nel bicchiere? Che cosa abbini alla carbonara?
«Da noi la cultura del vino appartiene alla sala. Personalmente ho sempre considerato la carbonara un piatto da bianco. Ultimamente, però, abbiamo fatto una scommessa: l’abbiamo abbinata a un vino dolce da dessert, un muffato. In fondo la carbonara è quasi una sorta di zabaione salato montato e, accostata a quel profilo dolce e complesso, crea un connubio straordinario. In uno stellato l’abbinamento deve funzionare al palato, certo, ma deve anche regalare spettacolo, un piccolo momento di meraviglia.»

 L’alta ristorazione italiana ha restituito alla pasta la sua centralità oppure non l’ha mai perduta?
«Per me non l’ha mai perduta. Bisogna distinguere tra i ristoranti stellati all’estero e quelli italiani: qui la pasta è un ‘core business’ nazionale. È presente nei grandi menu d’autore attraverso letture filologiche, classici, piatti diventati iconici e continue reinterpretazioni. Nell’alta ristorazione italiana la pasta non ha soltanto centralità: ha una vera dimensione di culto e anche di gioco.»

 Che futuro vedi per la pasta tra nuove tendenze e attenzione crescente al benessere?
«La pasta manterrà sempre un ruolo centrale, non ho dubbi. Oggi si parla molto di benessere e regimi alimentari, ma quando vai in un ristorante stellato è un po’ come quando compri il biglietto per un concerto: cerchi un’emozione, un momento di evasione. In quel contesto non vai per fare il calcolo delle calorie. La pasta può essere leggera oppure goduriosa…»

Nota della redazione.

Resta, a chiudere questa conversazione, l'immagine di un ragazzo di provincia che ha scommesso il proprio cognome su un'intuizione: farsi carico, in prima persona, di ogni piatto che esce dalla cucina. Alessandro Pipero non rivendica la paternità delle ricette — la lascia, con rispetto, allo chef e alla brigata — ma custodisce l'altra metà del mestiere: la sala, il tempismo del gong, la certezza che a decidere il valore di un piatto sia l'effetto "wow" sull'ospite, non la tecnica in sé. È lì, in quello spazio sottile fra cucina e servizio, che la carbonara di Pipero smette di essere soltanto un fenomeno di costume e diventa, come dice lui stesso, vita.

Alessandro Pipero non è nato cuoco, e non ha mai fatto mistero di preferire la tavola ai fornelli. Cresciuto ad Albano Laziale in una famiglia di lavandai, ha trovato nella sala — nel contatto diretto con l'ospite — la propria vocazione, prima ancora di saperla chiamare mestiere. Eppure la pasta lo accompagna fin dalla culla: neonato, piangeva tanto per la fame che sua madre allargò il foro della tettarella del biberon con il cappuccio di una penna, pur di farglielo sorbire più in fretta.

L'insegna del Pipero germina ad Albano Laziale nel 2007, quando Alessandro lascia la sala di Antonello Colonna a Labico — dove si era già guadagnato il titolo di Miglior Sommelier d'Italia della Guida de L'Espresso — per mettersi in proprio. Nel 2011 il ristorante si trasferisce a Roma, dentro l'Hotel Rex, diventando "Pipero al Rex": la stella Michelin arriva l'anno successivo. Nel 2017 una nuova sede, questa volta definitiva, in Corso Vittorio Emanuele II, di fronte alla Chiesa Nuova: il locale riprende il nome originario — Pipero — e mantiene il riconoscimento della Rossa.

Da allora il volto in cucina è cambiato più volte — da Luciano Monosilio fino a Ciro Scamardella, oggi alla guida della brigata — mentre in sala la presenza di Alessandro resta una costante rassicurante, insieme al lavoro di Achille Sardiello. La stella, arrivata nel 2012, non se n'è mai eclissata nonostante i cinque cambi di chef.

È da questa posizione — un uomo di sala che ha avviato un'insegna stellata senza mai indossare la giacca da cuoco — che Alessandro Pipero racconta a MILLEUNAPASTA il posto della pasta nella sua idea di ristorazione. Non solo la celebre carbonara, venduta a peso e diventata quasi un marchio, ma la ricerca ostinata dell'effetto "wow", il confine sottile tra cucina e sala, e il destino di un piatto che, nelle sue parole, "resta la mia vita."

 Che cosa significa dare il proprio cognome a un ristorante, soprattutto quando a farlo è un uomo di sala e non un cuoco?
«È vero, sono un po’ fuori dagli schemi: di solito i ristoranti stellati li aprono gli chef. Io invece l’ho avviato da cameriere. Ho voluto metterci il mio nome perché, quando ci metti faccia e cognome, scatta qualcosa che ti spinge forse a impegnarti il doppio. Se le cose vanno male la colpa è tua, se vanno bene il merito è altrettanto tuo: non puoi nasconderti. Se crei un’insegna di fantasia non hai la stessa “cazzimma”, la stessa fame di fare bene. Chiamarlo Pipero significava assumersi una responsabilità precisa.»

 Da Albano Laziale a Roma: che cosa è cambiato della tua identità lungo il percorso?
«La mia identità non è mai cambiata, e spero non cambi mai. Sono e rimango un ragazzo di paese, nato in una famiglia umile di lavoratori. I miei avevano una lavanderia, ma io non mi ci vedevo proprio. Mi dissero: “Fai quello che ti piace”. A me piaceva mangiare e mi sono buttato nel mondo del cibo, trasformando una passione in impresa. Mi piaceva stare in mezzo alle persone e ho scelto la sala. Non penso di aver fatto nulla di straordinario: faccio ciò che so fare e che amo. Con gli anni cresci, studi il mercato, osservi le persone. Ho 52 anni: sono partito dalla carta carbone e oggi mi muovo tra i social. È un cambiamento epocale che bisogna saper attraversare.»

 Se chiudi gli occhi, qual è il tuo primo ricordo legato alla pasta?
«Un ricordo preciso forse non c’è, perché la pasta per me è semplicemente la vita: è il mio piatto preferito da sempre. Mia madre raccontava che da neonato piangevo continuamente per la fame, così prese il cappuccio di una penna Bic per allargare il foro della tettarella del biberon e farmi mangiare più in fretta! La pasta è una delle cose più belle che mi siano capitate, la colloco sullo stesso piano degli affetti più cari. Fa parte di me. E continuo a mangiarne tantissima: anche 250 grammi a pasto. I nutrizionisti storceranno il naso, ma non mi vergogno affatto a dirlo.»

 La carbonara di Pipero è diventata quasi un marchio. Dove nasce il fenomeno?
«La carbonara di Pipero appartiene a tutti e non è di nessuno. Non l’abbiamo inventata noi: esiste da sempre, senza un marchio registrato né una codifica immutabile. La nostra fortuna, oltre a cucinarla bene – come spero facciamo – è stata indovinare il momento e il modo per comunicarla. Abbiamo cominciato a venderla a peso dentro un ristorante gourmet. Quell’intuizione l’ha resa celebre, forse persino più di quanto meriterebbe, con un pizzico di umiltà, trasformandola in uno status symbol. Oggi cavalchiamo un’onda consolidata: se domani qualcuno aprisse di fronte a noi e facesse una carbonara ancora più buona, per molti, quella di riferimento resterebbe comunque la carbonara di Pipero. È un piatto che ci ha portati in giro per il mondo ed è giusto riconoscerlo.»

 Quanto interviene il patron nei piatti e quanto resta nelle mani dello chef?
«Non intervengo sulle ricette. La cucina è un mestiere serio: i piatti li creano lo chef e la brigata, non io. Il mio compito è un altro. Quando nasce una proposta ci sediamo, la assaggiamo insieme e io dico la mia perché credo di avere un buon palato, ma la paternità rimane dello chef. Poi arriva il test fondamentale: per una settimana proponiamo il piatto ai clienti. E lì cerchiamo una cosa sola: l’effetto “wow”. Se su dieci persone cinque sono convinte e cinque titubanti, per noi non funziona. Se invece tutti e dieci esclamano “wow”, il piatto è centrato. È come una canzone: quando conquista al primo ascolto, è una hit.»

 Oltre alla carbonara, quali paste raccontano meglio oggi la cucina di Pipero?
«La carbonara è il nostro traino commerciale, il piatto più celebre. Ma lo dico con sincerità: in un percorso con più primi, per paradosso, può essere quello meno sorprendente. Le vere opere d’arte sono anche altrove. Penso alla Fregula, vongole e cocco o allo Spaghetto pil-pil di midollo, limone e peperone crusco: piatti che per me sono da dieci e lode. La carbonara resta un solidissimo otto, fondamentale per noi, ma il vertice creativo del ristorante può esprimersi altrove.»

 Tra cucina e tavolo, che cosa bisogna fare perché una pasta arrivi esattamente come è stata pensata?
«Serve un rigore professionale assoluto. Il piatto deve essere caldissimo, la pasta rigorosamente al dente. Al pass abbiamo le lampade riscaldanti e abbiamo voluto i tavoli vicini alla cucina proprio per ridurre i tempi: quando suona il gong, i camerieri sono pronti a partire. A seconda della stagione utilizziamo o meno le cloche, perché le condizioni climatiche cambiano, ma il piatto deve arrivare alla temperatura ideale. Su questo l’attenzione della sala è maniacale.»

 E nel bicchiere? Che cosa abbini alla carbonara?
«Da noi la cultura del vino appartiene alla sala. Personalmente ho sempre considerato la carbonara un piatto da bianco. Ultimamente, però, abbiamo fatto una scommessa: l’abbiamo abbinata a un vino dolce da dessert, un muffato. In fondo la carbonara è quasi una sorta di zabaione salato montato e, accostata a quel profilo dolce e complesso, crea un connubio straordinario. In uno stellato l’abbinamento deve funzionare al palato, certo, ma deve anche regalare spettacolo, un piccolo momento di meraviglia.»

 L’alta ristorazione italiana ha restituito alla pasta la sua centralità oppure non l’ha mai perduta?
«Per me non l’ha mai perduta. Bisogna distinguere tra i ristoranti stellati all’estero e quelli italiani: qui la pasta è un ‘core business’ nazionale. È presente nei grandi menu d’autore attraverso letture filologiche, classici, piatti diventati iconici e continue reinterpretazioni. Nell’alta ristorazione italiana la pasta non ha soltanto centralità: ha una vera dimensione di culto e anche di gioco.»

 Che futuro vedi per la pasta tra nuove tendenze e attenzione crescente al benessere?
«La pasta manterrà sempre un ruolo centrale, non ho dubbi. Oggi si parla molto di benessere e regimi alimentari, ma quando vai in un ristorante stellato è un po’ come quando compri il biglietto per un concerto: cerchi un’emozione, un momento di evasione. In quel contesto non vai per fare il calcolo delle calorie. La pasta può essere leggera oppure goduriosa…»

Nota della redazione.

Resta, a chiudere questa conversazione, l'immagine di un ragazzo di provincia che ha scommesso il proprio cognome su un'intuizione: farsi carico, in prima persona, di ogni piatto che esce dalla cucina. Alessandro Pipero non rivendica la paternità delle ricette — la lascia, con rispetto, allo chef e alla brigata — ma custodisce l'altra metà del mestiere: la sala, il tempismo del gong, la certezza che a decidere il valore di un piatto sia l'effetto "wow" sull'ospite, non la tecnica in sé. È lì, in quello spazio sottile fra cucina e servizio, che la carbonara di Pipero smette di essere soltanto un fenomeno di costume e diventa, come dice lui stesso, vita.