ALBERTO GIPPONI

la ricerca oltre le convenzioni

1980

Brescia

Concettuale - Innovativa

ALBERTO GIPPONI

la ricerca oltre le convenzioni

1980

Brescia

Concettuale - Innovativa

ALBERTO GIPPONI

la ricerca oltre le convenzioni

1980

Brescia

Concettuale - Innovativa

CURRICULUM VITAE

Alberto Gipponi nasce a Brescia il 18 febbraio 1980.

Ex chitarrista, dopo il liceo scientifico e la laurea in sociologia, lavora come tutor per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, per continuare a operare nel sociale, fino a quando incontra la cucina, decidendone di farne il proprio mestiere.

Nel 2015 inizia la sua avventura ai fornelli all’Orsone di Joe Bastianich, a Cividale del Friuli, continua nel 2016 da Nadia a Castrezzato e termina il suo apprendistato, per un anno, nelle cucine dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura, dove apprende l’importanza del gesto e capisce che le sue idee possono trovare concretizzazione.

Il 17 novembre 2017 a Gussago, in Franciacorta, apre Dina, il suo ristorante.

A poco meno di un anno dalla sua inaugurazione, Dina guadagna il riconoscimento di “Novità dell’anno” da parte della guida “I Ristoranti d’Italia 2019” de L’Espresso e dopo poco quella di “Sorpresa dell’anno” per “Identità golose 2019”.

Da quel momento si susseguono ulteriori riconoscimenti, quali, solo per citarne alcuni, il premio “Innovazione in cucina 2023” sia per la guida del Gambero Rosso, sia per Lombardia a Tavola, e il secondo posto nella classifica “Cucine d’Autore 2024” di Top 50 Italy.

Dina viene, inoltre, inserita nella guida OAD (“Opinionated aboutdining”), raggiungendo la 136esima posizione tra i ristoranti d’Europa, nel circuito “Discovery” della World50Best e in quello “The Best Chef”, ottenendo nel 2025 due coltelli, nonché nella sezione “Ristoranti” della guida Michelin.

Nella guida “I ristoranti e i vini d’Italia 2026” de L’Espresso consegue il punteggio di 18/20 e quattro cappelli, mentre nella guida “Gambero Rosso 2026” raggiunge il punteggio di 92/100 e tre forchette.

Nel corso degli anni il lavoro di Alberto si è concentrato sempre maggiormente sulla pasta - prerogativa che rende lo chef particolarmente interessante per noi di Milleunapasta - distinguendosi tra gli altri per il suo approccio innovativo e senza precedenti.

Il 13 novembre 2024 presenzia, insieme al Professor Davide Cassi dell’Università di Parma, alla quinta edizione di “Science and Cooking World Congress” (SCWC), a Barcellona, con un intervento dal titolo “La textura de la pasta (La consistenza della pasta)”.

Nel 2025 il “Cannellone d’aria e tartufo bianco” viene premiato “Piatto dell’anno” durante il XX Congresso di Identità Golose e, nello stesso anno, Dina consegue il premio speciale “Miglior proposta di piatti di pasta” assegnato da Gambero Rosso.

Il 26 maggio 2026 Alberto partecipa, in qualità di relatore, a “New Frontiers for Innovation” organizzato a San Sebastian dal GOe (Gastronomy Open Ecosystem) e dal Basque Culinary Center, con uno speech dal titolo “Pasta reimagined: the simplest canvas for the boldest ideas”.

Il 7 giugno 2026 presenzia alla XXI edizione di Identità Milano e, più specificatamente, nell’ambito del programma “Identità di pasta”, raccontando e cucinando alcune delle sue creazioni più iconiche.

dialoghi

  • Chef, Dina porta già nel nome una radice familiare, quasi domestica. Quando ha capito che la pasta poteva essere un luogo della memoria: qualcosa che consola, certo, ma che può anche disturbare, interrogare, spostare?

  • Credo di averlo capito quando ho smesso di considerare la memoria come un museo e ho iniziato a viverla come un materiale. Io non la amavo particolarmente da giovane e, probabilmente, proprio questo motivo mi ha portato a guardarla con un fare più critico. La pasta è probabilmente il linguaggio più condiviso della cucina italiana: tutti ne possiedono un ricordo, ma proprio per questo ogni piatto diventa un dialogo con qualcosa che esiste già dentro chi lo mangia. A me non interessa riprodurre quel ricordo. Mi interessa entrarci in relazione. A volte lo accompagno, altre lo metto in crisi. La pasta ha questa straordinaria capacità di rassicurarti, ma può anche chiederti di guardarla da un altro punto di vista. Io dico sempre che acqua e farina sono una tela bianca su cui scrivere. Cosa c’è di meglio per esplorare nuove possibilità?

  • Nel suo modo di cucinare coesistono istinto e costruzione, infanzia e pensiero, gesto popolare e cortocircuito contemporaneo. La pasta, per Lei, è più pancia o più testa? O diventa interessante proprio quando queste due dimensioni smettono di essere disgiunte?

  • Per me non esiste una cucina di testa e una cucina di pancia. Esiste una cucina di valore. Dopodiché credo che il cibo in generale e, così, la pasta, possa avere principalmente connotazioni legate al piacere carnale. Questo vale nella quasi totalità dei casi e, in questo modo, assolve al godimento della pancia. In pochi casi, si può mangiare con un amore speciale che porta all’anima. In questi casi il sopravvento l’avrà la testa o il cuore a seconda di come la vogliamo guardare. Detto questo, esistono casi in cui pancia e anima si possono fondere, ma è cosa rara e credo che sia anche bello così.

  • In un piatto di pasta quanto conta il morso? La masticazione può essere una forma di racconto, quasi un modo per obbligare il commensale a “stare dentro” il piatto, senza attraversarlo troppo in fretta?

  • Il morso è gran parte della pasta. L’ergonomia, gli elementi che la compongono e la cottura cambiano in maniera importante ciò che mangiamo. Queste sono variabili molto profonde, ma le persone non le ascoltano. Dovremmo fare cultura su che cosa significhi una struttura, di che cosa significhi cambiare un morso. Da Dina i morsi hanno grande valore. Spero che chi si siede alla nostra tavola se ne renda conto.

  • La pasta è spesso associata all’idea di casa, conforto, riconoscibilità. Da Dina, però, anche ciò che sembra familiare può diventare obliquo, inatteso, persino spiazzante. Le interessa più confermare un ricordo o sabotarlo con delicatezza?

  • Rispondo in maniera molto franca: non mi faccio queste domande. Io provo solo a servire qualcosa in cui credo e che penso abbia molto valore per me e, spero, per l’ospite. Ognuno, poi, ci troverà qualcosa di diverso, ma, senza dubbio, appunto, la ricerca di qualcosa che sia bello in senso lato.

  • In menu compaiono passaggi come Risone, ostrica e alloro, Spaghettino e polpetta, Casoncelli con crema di Grana Padano. Come nasce, per Lei, un piatto di pasta?

  • Ogni piatto nasce in modo diverso. A volte da un’immagine, altre da una consistenza, altre ancora da una domanda o da un ingrediente. Raramente parto dalla ricetta. Mi interessa trovare un’intenzione. La pasta è un mezzo straordinario perché può cambiare identità senza perdere la propria natura. È una struttura aperta, capace di accogliere idee molto diverse.

  • Lo Spaghettino con la polpetta reca con sé un immaginario quasi cinematografico, pop, affettuoso, ma anche molto esposto al rischio della nostalgia. Come si lavora su un’icona così riconoscibile senza cadere nella citazione facile?

  • Lo spaghettino con la polpetta nasce da un lavoro legato ai grassi e studiando ricette del passato (nel caso di specie, quella dello “spaghettino legato” di Nino Bergese).

  • Avevo nella faretra la polpetta di Dina - definita da molti come “la migliore della mia vita” - che ha, quindi, sostituito la lingua presente nel piatto del già citato Bergese. Io, inoltre, utilizzo uno spaghettino che ha minor massa di altri formati e, conseguentemente, una maggior superficie: questo fa sì che si possa depositare moltissimo condimento. Di fatto, questo spaghetto di Dina ha le seguenti particolarità: nonostante non sia propriamente privo di grassi (anzi!), la parte che pare più “pesante”, ossia il collagene del fondo di carne con cui viene mantecato, è quella magra. Ed è la parte che rimane - appiccicando leggermente il palato - una volta che lo spaghettino è finito.

  • Il casoncello appartiene a una geografia sentimentale lombarda. Che cosa significa per Lei toccare un formato così identitario: proteggerlo, tradirlo, alleggerirlo, spingerlo altrove?

  • Credo che la tradizione si rispetti continuando a farle domande: se la proteggi troppo, diventa un monumento; se la tradisci per il gusto di farlo, diventa un esercizio di stile. Preferisco ascoltarla. Il casoncello porta con sé secoli di memoria collettiva. Io provo semplicemente ad aggiungere una nuova frase a quella storia, senza pretendere di riscriverla. Da quasi 10 anni servo la mia versione del casoncello nella mia Brescia, mischiando un po’ di Bergamo ed Emilia. Oggi, la domanda è se il mio casoncello con la crema di Grana Padano sia tradizionale o meno considerando che ha un impasto fatto con una dose davvero importante di tuorli e un ripieno di tagli molto distanti dalla tradizione locale. Che Dina lo abbia fatto diventare tradizione?

  • C’è una pasta della Sua infanzia, o della Sua storia personale, che ancora oggi Le torna addosso come un odore, un gesto, una consistenza? E quanto di questa entra, magari in modo non letterale, nella cucina di Dina?

  • Sì, ce ne sono molte, ma se devo sceglierne una è senza dubbio la pasta in bianco con questo mix di olio, burro e Grana Padano! Ne mangiavo a tonnellate. Ecco, ripensandoci, questa, a differenza delle altre, era una pasta che davvero mi faceva “gola”. Probabilmente perché alla fine facevo scarpetta con una dose di pane sconsigliabile.

  • Nel menu CIAO il commensale non legge un elenco, ma si affida a un iter. Quanto conta, per Lei, togliere all’ospite il controllo preliminare della parola scritta e lasciargli invece l’esperienza nuda del piatto, anche quando si tratta di pasta?

  • CIAO è una parola che ha tanti significati ed è stato un menu importante, però, oggi, ha finito il suo percorso. Io credo che l’ospite vada accompagnato in qualcosa di bello. Certamente, le parole possono essere potenti e possono creare pregiudizi e aspettative. Detto questo, non credo di avere una risposta certa a questa domanda. Quello che è sicuro è che alla riapertura di fine agosto tutto sarà chiaro a chi vivrà Dina al tavolo.

  • Guardando al futuro, che pasta immagina per Dina? Una pasta più radicale, più essenziale, più emotiva, più libera? O una pasta capace di tornare apparentemente semplice, ma con tutto un pensiero racchiuso sotto la superficie?

  • Mi piacerebbe una pasta sempre più libera. Libera dalla necessità di stupire, libera dall’obbligo di essere riconoscibile, libera perfino dall’idea di innovazione. Vorrei una pasta che sembri inevitabile. “Apparentemente semplice”, come direbbe Romito, ma capace di contenere una ricerca enorme senza ostentarla. Anche se spero che le complessità possano anche essere mostrate un giorno senza risultare un’ostentazione e nemmeno un qualcosa di noioso, ma, piuttosto, di utile e vibrante per i curiosi di morsi, materia e gusto.

CURRICULUM VITAE

Alberto Gipponi nasce a Brescia il 18 febbraio 1980.

Ex chitarrista, dopo il liceo scientifico e la laurea in sociologia, lavora come tutor per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, per continuare a operare nel sociale, fino a quando incontra la cucina, decidendone di farne il proprio mestiere.

Nel 2015 inizia la sua avventura ai fornelli all’Orsone di Joe Bastianich, a Cividale del Friuli, continua nel 2016 da Nadia a Castrezzato e termina il suo apprendistato, per un anno, nelle cucine dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura, dove apprende l’importanza del gesto e capisce che le sue idee possono trovare concretizzazione.

Il 17 novembre 2017 a Gussago, in Franciacorta, apre Dina, il suo ristorante.

A poco meno di un anno dalla sua inaugurazione, Dina guadagna il riconoscimento di “Novità dell’anno” da parte della guida “I Ristoranti d’Italia 2019” de L’Espresso e dopo poco quella di “Sorpresa dell’anno” per “Identità golose 2019”.

Da quel momento si susseguono ulteriori riconoscimenti, quali, solo per citarne alcuni, il premio “Innovazione in cucina 2023” sia per la guida del Gambero Rosso, sia per Lombardia a Tavola, e il secondo posto nella classifica “Cucine d’Autore 2024” di Top 50 Italy.

Dina viene, inoltre, inserita nella guida OAD (“Opinionated aboutdining”), raggiungendo la 136esima posizione tra i ristoranti d’Europa, nel circuito “Discovery” della World50Best e in quello “The Best Chef”, ottenendo nel 2025 due coltelli, nonché nella sezione “Ristoranti” della guida Michelin.

Nella guida “I ristoranti e i vini d’Italia 2026” de L’Espresso consegue il punteggio di 18/20 e quattro cappelli, mentre nella guida “Gambero Rosso 2026” raggiunge il punteggio di 92/100 e tre forchette.

Nel corso degli anni il lavoro di Alberto si è concentrato sempre maggiormente sulla pasta - prerogativa che rende lo chef particolarmente interessante per noi di Milleunapasta - distinguendosi tra gli altri per il suo approccio innovativo e senza precedenti.

Il 13 novembre 2024 presenzia, insieme al Professor Davide Cassi dell’Università di Parma, alla quinta edizione di “Science and Cooking World Congress” (SCWC), a Barcellona, con un intervento dal titolo “La textura de la pasta (La consistenza della pasta)”.

Nel 2025 il “Cannellone d’aria e tartufo bianco” viene premiato “Piatto dell’anno” durante il XX Congresso di Identità Golose e, nello stesso anno, Dina consegue il premio speciale “Miglior proposta di piatti di pasta” assegnato da Gambero Rosso.

Il 26 maggio 2026 Alberto partecipa, in qualità di relatore, a “New Frontiers for Innovation” organizzato a San Sebastian dal GOe (Gastronomy Open Ecosystem) e dal Basque Culinary Center, con uno speech dal titolo “Pasta reimagined: the simplest canvas for the boldest ideas”.

Il 7 giugno 2026 presenzia alla XXI edizione di Identità Milano e, più specificatamente, nell’ambito del programma “Identità di pasta”, raccontando e cucinando alcune delle sue creazioni più iconiche.

dialoghi

  • Chef, Dina porta già nel nome una radice familiare, quasi domestica. Quando ha capito che la pasta poteva essere un luogo della memoria: qualcosa che consola, certo, ma che può anche disturbare, interrogare, spostare?

  • Credo di averlo capito quando ho smesso di considerare la memoria come un museo e ho iniziato a viverla come un materiale. Io non la amavo particolarmente da giovane e, probabilmente, proprio questo motivo mi ha portato a guardarla con un fare più critico. La pasta è probabilmente il linguaggio più condiviso della cucina italiana: tutti ne possiedono un ricordo, ma proprio per questo ogni piatto diventa un dialogo con qualcosa che esiste già dentro chi lo mangia. A me non interessa riprodurre quel ricordo. Mi interessa entrarci in relazione. A volte lo accompagno, altre lo metto in crisi. La pasta ha questa straordinaria capacità di rassicurarti, ma può anche chiederti di guardarla da un altro punto di vista. Io dico sempre che acqua e farina sono una tela bianca su cui scrivere. Cosa c’è di meglio per esplorare nuove possibilità?

  • Nel suo modo di cucinare coesistono istinto e costruzione, infanzia e pensiero, gesto popolare e cortocircuito contemporaneo. La pasta, per Lei, è più pancia o più testa? O diventa interessante proprio quando queste due dimensioni smettono di essere disgiunte?

  • Per me non esiste una cucina di testa e una cucina di pancia. Esiste una cucina di valore. Dopodiché credo che il cibo in generale e, così, la pasta, possa avere principalmente connotazioni legate al piacere carnale. Questo vale nella quasi totalità dei casi e, in questo modo, assolve al godimento della pancia. In pochi casi, si può mangiare con un amore speciale che porta all’anima. In questi casi il sopravvento l’avrà la testa o il cuore a seconda di come la vogliamo guardare. Detto questo, esistono casi in cui pancia e anima si possono fondere, ma è cosa rara e credo che sia anche bello così.

  • In un piatto di pasta quanto conta il morso? La masticazione può essere una forma di racconto, quasi un modo per obbligare il commensale a “stare dentro” il piatto, senza attraversarlo troppo in fretta?

  • Il morso è gran parte della pasta. L’ergonomia, gli elementi che la compongono e la cottura cambiano in maniera importante ciò che mangiamo. Queste sono variabili molto profonde, ma le persone non le ascoltano. Dovremmo fare cultura su che cosa significhi una struttura, di che cosa significhi cambiare un morso. Da Dina i morsi hanno grande valore. Spero che chi si siede alla nostra tavola se ne renda conto.

  • La pasta è spesso associata all’idea di casa, conforto, riconoscibilità. Da Dina, però, anche ciò che sembra familiare può diventare obliquo, inatteso, persino spiazzante. Le interessa più confermare un ricordo o sabotarlo con delicatezza?

  • Rispondo in maniera molto franca: non mi faccio queste domande. Io provo solo a servire qualcosa in cui credo e che penso abbia molto valore per me e, spero, per l’ospite. Ognuno, poi, ci troverà qualcosa di diverso, ma, senza dubbio, appunto, la ricerca di qualcosa che sia bello in senso lato.

  • In menu compaiono passaggi come Risone, ostrica e alloro, Spaghettino e polpetta, Casoncelli con crema di Grana Padano. Come nasce, per Lei, un piatto di pasta?

  • Ogni piatto nasce in modo diverso. A volte da un’immagine, altre da una consistenza, altre ancora da una domanda o da un ingrediente. Raramente parto dalla ricetta. Mi interessa trovare un’intenzione. La pasta è un mezzo straordinario perché può cambiare identità senza perdere la propria natura. È una struttura aperta, capace di accogliere idee molto diverse.

  • Lo Spaghettino con la polpetta reca con sé un immaginario quasi cinematografico, pop, affettuoso, ma anche molto esposto al rischio della nostalgia. Come si lavora su un’icona così riconoscibile senza cadere nella citazione facile?

  • Lo spaghettino con la polpetta nasce da un lavoro legato ai grassi e studiando ricette del passato (nel caso di specie, quella dello “spaghettino legato” di Nino Bergese).

  • Avevo nella faretra la polpetta di Dina - definita da molti come “la migliore della mia vita” - che ha, quindi, sostituito la lingua presente nel piatto del già citato Bergese. Io, inoltre, utilizzo uno spaghettino che ha minor massa di altri formati e, conseguentemente, una maggior superficie: questo fa sì che si possa depositare moltissimo condimento. Di fatto, questo spaghetto di Dina ha le seguenti particolarità: nonostante non sia propriamente privo di grassi (anzi!), la parte che pare più “pesante”, ossia il collagene del fondo di carne con cui viene mantecato, è quella magra. Ed è la parte che rimane - appiccicando leggermente il palato - una volta che lo spaghettino è finito.

  • Il casoncello appartiene a una geografia sentimentale lombarda. Che cosa significa per Lei toccare un formato così identitario: proteggerlo, tradirlo, alleggerirlo, spingerlo altrove?

  • Credo che la tradizione si rispetti continuando a farle domande: se la proteggi troppo, diventa un monumento; se la tradisci per il gusto di farlo, diventa un esercizio di stile. Preferisco ascoltarla. Il casoncello porta con sé secoli di memoria collettiva. Io provo semplicemente ad aggiungere una nuova frase a quella storia, senza pretendere di riscriverla. Da quasi 10 anni servo la mia versione del casoncello nella mia Brescia, mischiando un po’ di Bergamo ed Emilia. Oggi, la domanda è se il mio casoncello con la crema di Grana Padano sia tradizionale o meno considerando che ha un impasto fatto con una dose davvero importante di tuorli e un ripieno di tagli molto distanti dalla tradizione locale. Che Dina lo abbia fatto diventare tradizione?

  • C’è una pasta della Sua infanzia, o della Sua storia personale, che ancora oggi Le torna addosso come un odore, un gesto, una consistenza? E quanto di questa entra, magari in modo non letterale, nella cucina di Dina?

  • Sì, ce ne sono molte, ma se devo sceglierne una è senza dubbio la pasta in bianco con questo mix di olio, burro e Grana Padano! Ne mangiavo a tonnellate. Ecco, ripensandoci, questa, a differenza delle altre, era una pasta che davvero mi faceva “gola”. Probabilmente perché alla fine facevo scarpetta con una dose di pane sconsigliabile.

  • Nel menu CIAO il commensale non legge un elenco, ma si affida a un iter. Quanto conta, per Lei, togliere all’ospite il controllo preliminare della parola scritta e lasciargli invece l’esperienza nuda del piatto, anche quando si tratta di pasta?

  • CIAO è una parola che ha tanti significati ed è stato un menu importante, però, oggi, ha finito il suo percorso. Io credo che l’ospite vada accompagnato in qualcosa di bello. Certamente, le parole possono essere potenti e possono creare pregiudizi e aspettative. Detto questo, non credo di avere una risposta certa a questa domanda. Quello che è sicuro è che alla riapertura di fine agosto tutto sarà chiaro a chi vivrà Dina al tavolo.

  • Guardando al futuro, che pasta immagina per Dina? Una pasta più radicale, più essenziale, più emotiva, più libera? O una pasta capace di tornare apparentemente semplice, ma con tutto un pensiero racchiuso sotto la superficie?

  • Mi piacerebbe una pasta sempre più libera. Libera dalla necessità di stupire, libera dall’obbligo di essere riconoscibile, libera perfino dall’idea di innovazione. Vorrei una pasta che sembri inevitabile. “Apparentemente semplice”, come direbbe Romito, ma capace di contenere una ricerca enorme senza ostentarla. Anche se spero che le complessità possano anche essere mostrate un giorno senza risultare un’ostentazione e nemmeno un qualcosa di noioso, ma, piuttosto, di utile e vibrante per i curiosi di morsi, materia e gusto.

CURRICULUM VITAE

Alberto Gipponi nasce a Brescia il 18 febbraio 1980.

Ex chitarrista, dopo il liceo scientifico e la laurea in sociologia, lavora come tutor per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, per continuare a operare nel sociale, fino a quando incontra la cucina, decidendone di farne il proprio mestiere.

Nel 2015 inizia la sua avventura ai fornelli all’Orsone di Joe Bastianich, a Cividale del Friuli, continua nel 2016 da Nadia a Castrezzato e termina il suo apprendistato, per un anno, nelle cucine dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura, dove apprende l’importanza del gesto e capisce che le sue idee possono trovare concretizzazione.

Il 17 novembre 2017 a Gussago, in Franciacorta, apre Dina, il suo ristorante.

A poco meno di un anno dalla sua inaugurazione, Dina guadagna il riconoscimento di “Novità dell’anno” da parte della guida “I Ristoranti d’Italia 2019” de L’Espresso e dopo poco quella di “Sorpresa dell’anno” per “Identità golose 2019”.

Da quel momento si susseguono ulteriori riconoscimenti, quali, solo per citarne alcuni, il premio “Innovazione in cucina 2023” sia per la guida del Gambero Rosso, sia per Lombardia a Tavola, e il secondo posto nella classifica “Cucine d’Autore 2024” di Top 50 Italy.

Dina viene, inoltre, inserita nella guida OAD (“Opinionated aboutdining”), raggiungendo la 136esima posizione tra i ristoranti d’Europa, nel circuito “Discovery” della World50Best e in quello “The Best Chef”, ottenendo nel 2025 due coltelli, nonché nella sezione “Ristoranti” della guida Michelin.

Nella guida “I ristoranti e i vini d’Italia 2026” de L’Espresso consegue il punteggio di 18/20 e quattro cappelli, mentre nella guida “Gambero Rosso 2026” raggiunge il punteggio di 92/100 e tre forchette.

Nel corso degli anni il lavoro di Alberto si è concentrato sempre maggiormente sulla pasta - prerogativa che rende lo chef particolarmente interessante per noi di Milleunapasta - distinguendosi tra gli altri per il suo approccio innovativo e senza precedenti.

Il 13 novembre 2024 presenzia, insieme al Professor Davide Cassi dell’Università di Parma, alla quinta edizione di “Science and Cooking World Congress” (SCWC), a Barcellona, con un intervento dal titolo “La textura de la pasta (La consistenza della pasta)”.

Nel 2025 il “Cannellone d’aria e tartufo bianco” viene premiato “Piatto dell’anno” durante il XX Congresso di Identità Golose e, nello stesso anno, Dina consegue il premio speciale “Miglior proposta di piatti di pasta” assegnato da Gambero Rosso.

Il 26 maggio 2026 Alberto partecipa, in qualità di relatore, a “New Frontiers for Innovation” organizzato a San Sebastian dal GOe (Gastronomy Open Ecosystem) e dal Basque Culinary Center, con uno speech dal titolo “Pasta reimagined: the simplest canvas for the boldest ideas”.

Il 7 giugno 2026 presenzia alla XXI edizione di Identità Milano e, più specificatamente, nell’ambito del programma “Identità di pasta”, raccontando e cucinando alcune delle sue creazioni più iconiche.

dialoghi

  • Chef, Dina porta già nel nome una radice familiare, quasi domestica. Quando ha capito che la pasta poteva essere un luogo della memoria: qualcosa che consola, certo, ma che può anche disturbare, interrogare, spostare?

  • Credo di averlo capito quando ho smesso di considerare la memoria come un museo e ho iniziato a viverla come un materiale. Io non la amavo particolarmente da giovane e, probabilmente, proprio questo motivo mi ha portato a guardarla con un fare più critico. La pasta è probabilmente il linguaggio più condiviso della cucina italiana: tutti ne possiedono un ricordo, ma proprio per questo ogni piatto diventa un dialogo con qualcosa che esiste già dentro chi lo mangia. A me non interessa riprodurre quel ricordo. Mi interessa entrarci in relazione. A volte lo accompagno, altre lo metto in crisi. La pasta ha questa straordinaria capacità di rassicurarti, ma può anche chiederti di guardarla da un altro punto di vista. Io dico sempre che acqua e farina sono una tela bianca su cui scrivere. Cosa c’è di meglio per esplorare nuove possibilità?

  • Nel suo modo di cucinare coesistono istinto e costruzione, infanzia e pensiero, gesto popolare e cortocircuito contemporaneo. La pasta, per Lei, è più pancia o più testa? O diventa interessante proprio quando queste due dimensioni smettono di essere disgiunte?

  • Per me non esiste una cucina di testa e una cucina di pancia. Esiste una cucina di valore. Dopodiché credo che il cibo in generale e, così, la pasta, possa avere principalmente connotazioni legate al piacere carnale. Questo vale nella quasi totalità dei casi e, in questo modo, assolve al godimento della pancia. In pochi casi, si può mangiare con un amore speciale che porta all’anima. In questi casi il sopravvento l’avrà la testa o il cuore a seconda di come la vogliamo guardare. Detto questo, esistono casi in cui pancia e anima si possono fondere, ma è cosa rara e credo che sia anche bello così.

  • In un piatto di pasta quanto conta il morso? La masticazione può essere una forma di racconto, quasi un modo per obbligare il commensale a “stare dentro” il piatto, senza attraversarlo troppo in fretta?

  • Il morso è gran parte della pasta. L’ergonomia, gli elementi che la compongono e la cottura cambiano in maniera importante ciò che mangiamo. Queste sono variabili molto profonde, ma le persone non le ascoltano. Dovremmo fare cultura su che cosa significhi una struttura, di che cosa significhi cambiare un morso. Da Dina i morsi hanno grande valore. Spero che chi si siede alla nostra tavola se ne renda conto.

  • La pasta è spesso associata all’idea di casa, conforto, riconoscibilità. Da Dina, però, anche ciò che sembra familiare può diventare obliquo, inatteso, persino spiazzante. Le interessa più confermare un ricordo o sabotarlo con delicatezza?

  • Rispondo in maniera molto franca: non mi faccio queste domande. Io provo solo a servire qualcosa in cui credo e che penso abbia molto valore per me e, spero, per l’ospite. Ognuno, poi, ci troverà qualcosa di diverso, ma, senza dubbio, appunto, la ricerca di qualcosa che sia bello in senso lato.

  • In menu compaiono passaggi come Risone, ostrica e alloro, Spaghettino e polpetta, Casoncelli con crema di Grana Padano. Come nasce, per Lei, un piatto di pasta?

  • Ogni piatto nasce in modo diverso. A volte da un’immagine, altre da una consistenza, altre ancora da una domanda o da un ingrediente. Raramente parto dalla ricetta. Mi interessa trovare un’intenzione. La pasta è un mezzo straordinario perché può cambiare identità senza perdere la propria natura. È una struttura aperta, capace di accogliere idee molto diverse.

  • Lo Spaghettino con la polpetta reca con sé un immaginario quasi cinematografico, pop, affettuoso, ma anche molto esposto al rischio della nostalgia. Come si lavora su un’icona così riconoscibile senza cadere nella citazione facile?

  • Lo spaghettino con la polpetta nasce da un lavoro legato ai grassi e studiando ricette del passato (nel caso di specie, quella dello “spaghettino legato” di Nino Bergese).

  • Avevo nella faretra la polpetta di Dina - definita da molti come “la migliore della mia vita” - che ha, quindi, sostituito la lingua presente nel piatto del già citato Bergese. Io, inoltre, utilizzo uno spaghettino che ha minor massa di altri formati e, conseguentemente, una maggior superficie: questo fa sì che si possa depositare moltissimo condimento. Di fatto, questo spaghetto di Dina ha le seguenti particolarità: nonostante non sia propriamente privo di grassi (anzi!), la parte che pare più “pesante”, ossia il collagene del fondo di carne con cui viene mantecato, è quella magra. Ed è la parte che rimane - appiccicando leggermente il palato - una volta che lo spaghettino è finito.

  • Il casoncello appartiene a una geografia sentimentale lombarda. Che cosa significa per Lei toccare un formato così identitario: proteggerlo, tradirlo, alleggerirlo, spingerlo altrove?

  • Credo che la tradizione si rispetti continuando a farle domande: se la proteggi troppo, diventa un monumento; se la tradisci per il gusto di farlo, diventa un esercizio di stile. Preferisco ascoltarla. Il casoncello porta con sé secoli di memoria collettiva. Io provo semplicemente ad aggiungere una nuova frase a quella storia, senza pretendere di riscriverla. Da quasi 10 anni servo la mia versione del casoncello nella mia Brescia, mischiando un po’ di Bergamo ed Emilia. Oggi, la domanda è se il mio casoncello con la crema di Grana Padano sia tradizionale o meno considerando che ha un impasto fatto con una dose davvero importante di tuorli e un ripieno di tagli molto distanti dalla tradizione locale. Che Dina lo abbia fatto diventare tradizione?

  • C’è una pasta della Sua infanzia, o della Sua storia personale, che ancora oggi Le torna addosso come un odore, un gesto, una consistenza? E quanto di questa entra, magari in modo non letterale, nella cucina di Dina?

  • Sì, ce ne sono molte, ma se devo sceglierne una è senza dubbio la pasta in bianco con questo mix di olio, burro e Grana Padano! Ne mangiavo a tonnellate. Ecco, ripensandoci, questa, a differenza delle altre, era una pasta che davvero mi faceva “gola”. Probabilmente perché alla fine facevo scarpetta con una dose di pane sconsigliabile.

  • Nel menu CIAO il commensale non legge un elenco, ma si affida a un iter. Quanto conta, per Lei, togliere all’ospite il controllo preliminare della parola scritta e lasciargli invece l’esperienza nuda del piatto, anche quando si tratta di pasta?

  • CIAO è una parola che ha tanti significati ed è stato un menu importante, però, oggi, ha finito il suo percorso. Io credo che l’ospite vada accompagnato in qualcosa di bello. Certamente, le parole possono essere potenti e possono creare pregiudizi e aspettative. Detto questo, non credo di avere una risposta certa a questa domanda. Quello che è sicuro è che alla riapertura di fine agosto tutto sarà chiaro a chi vivrà Dina al tavolo.

  • Guardando al futuro, che pasta immagina per Dina? Una pasta più radicale, più essenziale, più emotiva, più libera? O una pasta capace di tornare apparentemente semplice, ma con tutto un pensiero racchiuso sotto la superficie?

  • Mi piacerebbe una pasta sempre più libera. Libera dalla necessità di stupire, libera dall’obbligo di essere riconoscibile, libera perfino dall’idea di innovazione. Vorrei una pasta che sembri inevitabile. “Apparentemente semplice”, come direbbe Romito, ma capace di contenere una ricerca enorme senza ostentarla. Anche se spero che le complessità possano anche essere mostrate un giorno senza risultare un’ostentazione e nemmeno un qualcosa di noioso, ma, piuttosto, di utile e vibrante per i curiosi di morsi, materia e gusto.