


CURRICULUM VITAE
“Nato per sbaglio in Italia” l’8 maggio del 1978, mezzo italiano e mezzo olandese, Eugenio Boer cresce in Olanda, a Voorburg, fino all’età di 7 anni, quando la famiglia si sposta in Italia, a Sestri Levante (GE), per seguire il padre, allora agente di commercio. La sua passione per la cucina scaturisce molto presto, quando a soli 3 anni Eugenio inizia a mettere le mani in pasta insieme alla nonna materna, cuoca di professione, che si era trasferita nei Paesi Bassi portando con sé la sua impastatrice dell’Imperia. A 12 anni insiste per andare a lavorare in un ristorante, ma il padre vuole che continui gli studi. Trova così un compromesso frequentando la scuola al mattino e lavorando di pomeriggio, mantenendo un equilibrio che lo porta a diplomarsi in ragioneria e nel frattempo ad apprendere le basi della cucina facendo pratica in alcuni ristoranti sestresi tra cui il Pescador e il S. Anna. Dopo sei anni di apprendistato in Liguria sbarca in Sicilia, all’Osteria dei Vespri di Palermo, dove resta per due anni. Si sposta poi in Germania, a Berlino, dove rimane per tre anni da Bacco – “ristorante della dolce vita berlinese”, il primo di cucina italiana in città – per proseguire da Vau, dove si approccia con una brigata veramente grande e articolata e dove impara cosa significhi organizzazione e precisione. Decide quindi di tornare in Italia, a Palermo, dove lavora presso l'Osteria dei Vespri per quasi 5 anni, diventando il sous-chef di Alberto Rizzo, depositario di una grande cultura relativa ai primi piatti, da quelli sontuosi e ricchi di chiara derivazione palermitana, alla pasta fresca ripiena, per via delle sue origini parmensi. Prosegue la sua formazione da Gaetano Trovato da Arnolfo di Colle Val d’Elsa (SI), dove assorbe cosa sia "il grande ristorante", assumendo il concetto di intensità dei sapori contemperata a un'estrema eleganza.
Giunge poi presso La Leggenda dei Frati, a Monteriggioni, fermandosi in provincia di Siena per 4 anni, sino ad approdare nel 2011 in Alto Adige, al St. Hubertus, da Norbert Niederkofler. Là scopre la cucina di montagna, apprezzando l’attaccamento a un territorio “non facile”, oltre che il concetto di famiglia che la brigata gli trasmette. Arriva in seguito a Milano dove si dedica a un progetto pionieristico incentrato sul vino naturale: Enocratia.
Il fortunato incontro con Stefano Saturnino lo porta poi ad aprire il Fishbar de Milan, concept innovativo che gli fa abbracciare un mondo della ristorazione più smart, giovane e più fruibile. Nel dicembre 2014, avvia Essenza, che nel novembre 2017 lo porta a conseguire la sua prima Stella Michelin.
A giugno dell'anno seguente, a Milano, apre [bu:r], il suo ristorante - la cui insegna fuga ogni dubbio sulla pronuncia del cognome dello Chef - assieme alla moglie Carlotta Perilli.
dialoghi
Quando ha capito che la pasta sarebbe stata la Sua lingua madre? Ci racconti brevemente la scena: luogo, mani, profumo, un suono di cucina che non ha più dimenticato. (Un dettaglio tattile che ancora oggi torna nei suoi impasti?)
Può sembrare assurdo — e in fondo assurdo un po’ lo è. Avevo circa tre anni e ricordo nitidamente l’arrivo di mia nonna Carlotta, detta Rosa, a casa nostra in Olanda. Cucinava ogni giorno, tantissimo. Io mi svegliavo e correvo in cucina: restavo ipnotizzato dai suoi gesti e da ciò che quei gesti generavano — non solo piatti, ma emozioni.
La prima cosa che ho imparato a fare è stata la pasta fresca: soprattutto la meticolosità e la pazienza con cui mi veniva insegnata. E poi ricordo mio padre quando tornava a casa: lei lo vedeva, lo abbracciava forte, e si ringraziavano in una lingua che era un impasto di italiano (genovese) e olandese. Il risultato finale era sempre lo stesso: amore. È questo il mio ingrediente “segreto” quando impasto — il ricordo di un amore.
Se dovesse identificarsi come formato: quale sezione, quale spessore, quale porosità sarebbe? E in che salsa riconoscerebbe il suo carattere—docile, ruvido, spigoloso? (Un piatto-ritratto che lo dimostri)
Se fossi un formato di pasta secca, sarei uno spaghetto ruvido e poroso. Se invece fossi una pasta fresca, sarei una pasta ripiena: perché il ripieno può diventare qualsiasi cosa, e questo rende le possibilità — e la creatività — quasi illimitate.
Se fossi una salsa, sarei sicuramente un pesto alla genovese fatto nel mortaio: ruvido, “stancante”, aromatico, pungente… ma anche avvolgente.
Cosa difende con ostinazione della tradizione e cosa ha imparato, con fatica, a superare? (Un gesto antico che ha “trascritto” in grammatica contemporanea)
Difendo l’idea che la pasta debba restare al centro del piatto: la sua anima, il motivo per cui — tra le altre cose — siamo riconosciuti nel mondo. Non snaturarla come esercizio di stile, ma semmai elevarla (se mai ce ne fosse bisogno) a qualcosa di ancora più unico.
E ciò che ho imparato a superare, con fatica, è la diffidenza verso ingredienti “non da primo”: per esempio la frutta, che uso spesso. L’apertura mentale, quando è guidata dal gusto, non tradisce: allarga.
Dov’è nata l’idea, quali prove ha bruciato, quale errore l’ha guidata alla forma definitiva? (Appunti di lavorazione: brodi, concentrazioni, mantecatura, impiattamento)
L’idea nasce dal desiderio di rendere la pasta — secca o fresca — il fulcro, non un veicolo o un elemento accessorio. Un ingrediente chiave non “perché è pasta”, ma perché lo si ragiona e lo si lavora come si fa con qualunque grande materia prima.
E allora brodi, cotture, stratificazioni del gusto diventano strumenti per sublimarla. Anche sbruciacchiarla, come stiamo facendo ora con un piatto in carta. O lavorare sul concetto di “stra-cottura”, che ci sta regalando soddisfazioni.
Quando ti estranei da ciò che “si fa di solito”, spesso vedi cose che altrimenti non vedresti: il “non corretto” smette di essere un tabù (“tradisce la tradizione”) e diventa un “perché no?”. E da lì, una strada da esplorare — e a volte da percorrere.
Sale in tre tempi, amido come legante, il punto di quiete prima del piatto: qual è la Sua sequenza per arrivare alla frase esatta al palato? (Come misura la densità “giusta”: occhio, mestolo, termometro, cronometro?)
Le metodologie che usiamo per “chiudere” i piatti sono diverse: non tutte le nostre paste prevedono necessariamente una mantecatura.
Per il sale nell’acqua abbiamo individuato quantità che funzionano bene in relazione agli altri elementi della ricetta — quindi cambiano in base al piatto. Restare incollati a un solo metodo e “regolarlo” sarebbe limitante. In generale, nella costruzione di un piatto, lasciarsi guidare dal gusto è fondamentale: ed è anche il modo migliore per tenere il palato della brigata sempre vigile.
In che modo la sua pasta traduce territori e migrazioni senza scadere nell’imitazione? (Un esempio concreto: una forma, un’erba, un’acqua che hanno cambiato un piatto.)
Un cuoco deve avere un pensiero, una filosofia. La mia è raccontare storie: la tradizione è uno spunto, mai il traguardo.
A volte significa enfatizzare un’aromatica, o inserirne un’altra; giocare su somiglianze tra ingredienti, consistenze, memorie. Anche l’acqua di cottura può diventare un veicolo di sapori e ricordi.
Più di dieci anni fa facevo lo Spaghetto del Pastificio dei Campi cotto nel lapsang souchong, con patate allo zafferano, ricci di mare ed estrazione di prezzemolo: un piatto dal cuore meridionale che, però, aveva deciso di fare un viaggio in Cina.
Una scelta scomoda che l’ha reso più vero: fornitore, scarto, energia, prezzo, porzione. (Quale indicatore tiene d’occhio per non trasformare l’etica in slogan?)
La scelta più netta è stata prendere le distanze da certe logiche di distribuzione e lavorare invece su ricerca e rapporto diretto, personale, con ogni fornitore. Richiede tempo, molto tempo, ma arriva agli ospiti come un messaggio concreto di filiera: produttori, pastori, artigiani non sono “contatti”, sono collaboratori che rendono possibile il progetto.
In parallelo, la riduzione dello scarto al minimo — a volte anche a discapito dell’estetica — e l’utilizzo integrale delle materie prime: anche questo costa, in risorse e in energie. Ma sono convinto che questi sacrifici si sentano nel piatto e lo valorizzino davvero.
La parola “sostenibile” non dovrebbe più essere un valore aggiunto: dovrebbe essere un modo di vivere il mestiere con coscienza, senza glamour.
Riposi, maturazioni, riduzioni, attese in sala: dove il tempo aggiunge sapore e dove lo toglie? (Un caso in cui il tempo l’ha salvato un piatto… e uno in cui l’ha tradito.)
Credo che alcune cotture sottovuoto possano uniformare le texture e appiattire i sapori, soprattutto se ripetute più volte in un menu. Se le uso, preferisco limitarle a un solo piatto; mentre le sto rivalutando per ottenere brodi o essenze.
Poi c’è un tema legato al servizio: oggi il tempo può diventare un deterrente dell’esperienza. Pranzi o cene troppo lunghe non sono sempre un valore aggiunto. Nel nostro caso la lettura degli ospiti è immediata anche grazie a mia moglie, Carlotta: la sua empatia ci permette di modulare i tempi del servizio sulle esigenze reali. Oggi “empatia” è una parola chiave, se vuoi far bene.
Sui piatti sono pragmatico: non mi interessa mettermi ostacoli da solo. Contestualizzare tutto ti permette di lavorare meglio, ridurre l’errore e rendere l’ospite felice.
Un azzardo sulla pasta che rifarebbe domani e uno che oggi non rifarebbe più: cosa le hanno insegnato entrambi? (Come protegge l’errore “buono” in laboratorio.)
Non credo esistano “errori buoni”: esistono errori che non dovrebbero arrivare nel piatto. Parlo di tecnica. Poi, sul gusto, entra sempre una componente di soggettività — ma la base dev’essere solida.
Che riforma sogna per la ristorazione italiana e quale destino immagina per la pasta tra dieci anni—filiera, formazione, prezzo giusto, ospitalità? (Una promessa che si sente di fare ai suoi ospiti?)
Sogno che vengano riconosciute e tutelate fiscalmente tutte le realtà — ristoranti, trattorie, pizzerie, paninoteche — che fanno qualità, e che questo permetta stipendi più giusti e una vita migliore per i dipendenti (e per chi conduce l’attività). È ingiusto mettere sullo stesso piano chi lavora seriamente e chi vive di scorciatoie o di logiche “acchiappa-turisti”.
Questo aiuterebbe anche la formazione, negli istituti statali e privati, sia in cucina sia in sala. Tornare a un’educazione più rigorosa darebbe valore a tutto: dall’apprendimento fino alla scena finale del servizio, restituendo all’ospitalità il posto che merita — più di ogni altra cosa.
La promessa ai nostri ospiti è semplice: saranno sempre loro i protagonisti della serata.
CURRICULUM VITAE
“Nato per sbaglio in Italia” l’8 maggio del 1978, mezzo italiano e mezzo olandese, Eugenio Boer cresce in Olanda, a Voorburg, fino all’età di 7 anni, quando la famiglia si sposta in Italia, a Sestri Levante (GE), per seguire il padre, allora agente di commercio. La sua passione per la cucina scaturisce molto presto, quando a soli 3 anni Eugenio inizia a mettere le mani in pasta insieme alla nonna materna, cuoca di professione, che si era trasferita nei Paesi Bassi portando con sé la sua impastatrice dell’Imperia. A 12 anni insiste per andare a lavorare in un ristorante, ma il padre vuole che continui gli studi. Trova così un compromesso frequentando la scuola al mattino e lavorando di pomeriggio, mantenendo un equilibrio che lo porta a diplomarsi in ragioneria e nel frattempo ad apprendere le basi della cucina facendo pratica in alcuni ristoranti sestresi tra cui il Pescador e il S. Anna. Dopo sei anni di apprendistato in Liguria sbarca in Sicilia, all’Osteria dei Vespri di Palermo, dove resta per due anni. Si sposta poi in Germania, a Berlino, dove rimane per tre anni da Bacco – “ristorante della dolce vita berlinese”, il primo di cucina italiana in città – per proseguire da Vau, dove si approccia con una brigata veramente grande e articolata e dove impara cosa significhi organizzazione e precisione. Decide quindi di tornare in Italia, a Palermo, dove lavora presso l'Osteria dei Vespri per quasi 5 anni, diventando il sous-chef di Alberto Rizzo, depositario di una grande cultura relativa ai primi piatti, da quelli sontuosi e ricchi di chiara derivazione palermitana, alla pasta fresca ripiena, per via delle sue origini parmensi. Prosegue la sua formazione da Gaetano Trovato da Arnolfo di Colle Val d’Elsa (SI), dove assorbe cosa sia "il grande ristorante", assumendo il concetto di intensità dei sapori contemperata a un'estrema eleganza.
Giunge poi presso La Leggenda dei Frati, a Monteriggioni, fermandosi in provincia di Siena per 4 anni, sino ad approdare nel 2011 in Alto Adige, al St. Hubertus, da Norbert Niederkofler. Là scopre la cucina di montagna, apprezzando l’attaccamento a un territorio “non facile”, oltre che il concetto di famiglia che la brigata gli trasmette. Arriva in seguito a Milano dove si dedica a un progetto pionieristico incentrato sul vino naturale: Enocratia.
Il fortunato incontro con Stefano Saturnino lo porta poi ad aprire il Fishbar de Milan, concept innovativo che gli fa abbracciare un mondo della ristorazione più smart, giovane e più fruibile. Nel dicembre 2014, avvia Essenza, che nel novembre 2017 lo porta a conseguire la sua prima Stella Michelin.
A giugno dell'anno seguente, a Milano, apre [bu:r], il suo ristorante - la cui insegna fuga ogni dubbio sulla pronuncia del cognome dello Chef - assieme alla moglie Carlotta Perilli.
dialoghi
Quando ha capito che la pasta sarebbe stata la Sua lingua madre? Ci racconti brevemente la scena: luogo, mani, profumo, un suono di cucina che non ha più dimenticato. (Un dettaglio tattile che ancora oggi torna nei suoi impasti?)
Può sembrare assurdo — e in fondo assurdo un po’ lo è. Avevo circa tre anni e ricordo nitidamente l’arrivo di mia nonna Carlotta, detta Rosa, a casa nostra in Olanda. Cucinava ogni giorno, tantissimo. Io mi svegliavo e correvo in cucina: restavo ipnotizzato dai suoi gesti e da ciò che quei gesti generavano — non solo piatti, ma emozioni.
La prima cosa che ho imparato a fare è stata la pasta fresca: soprattutto la meticolosità e la pazienza con cui mi veniva insegnata. E poi ricordo mio padre quando tornava a casa: lei lo vedeva, lo abbracciava forte, e si ringraziavano in una lingua che era un impasto di italiano (genovese) e olandese. Il risultato finale era sempre lo stesso: amore. È questo il mio ingrediente “segreto” quando impasto — il ricordo di un amore.
Se dovesse identificarsi come formato: quale sezione, quale spessore, quale porosità sarebbe? E in che salsa riconoscerebbe il suo carattere—docile, ruvido, spigoloso? (Un piatto-ritratto che lo dimostri)
Se fossi un formato di pasta secca, sarei uno spaghetto ruvido e poroso. Se invece fossi una pasta fresca, sarei una pasta ripiena: perché il ripieno può diventare qualsiasi cosa, e questo rende le possibilità — e la creatività — quasi illimitate.
Se fossi una salsa, sarei sicuramente un pesto alla genovese fatto nel mortaio: ruvido, “stancante”, aromatico, pungente… ma anche avvolgente.
Cosa difende con ostinazione della tradizione e cosa ha imparato, con fatica, a superare? (Un gesto antico che ha “trascritto” in grammatica contemporanea)
Difendo l’idea che la pasta debba restare al centro del piatto: la sua anima, il motivo per cui — tra le altre cose — siamo riconosciuti nel mondo. Non snaturarla come esercizio di stile, ma semmai elevarla (se mai ce ne fosse bisogno) a qualcosa di ancora più unico.
E ciò che ho imparato a superare, con fatica, è la diffidenza verso ingredienti “non da primo”: per esempio la frutta, che uso spesso. L’apertura mentale, quando è guidata dal gusto, non tradisce: allarga.
Dov’è nata l’idea, quali prove ha bruciato, quale errore l’ha guidata alla forma definitiva? (Appunti di lavorazione: brodi, concentrazioni, mantecatura, impiattamento)
L’idea nasce dal desiderio di rendere la pasta — secca o fresca — il fulcro, non un veicolo o un elemento accessorio. Un ingrediente chiave non “perché è pasta”, ma perché lo si ragiona e lo si lavora come si fa con qualunque grande materia prima.
E allora brodi, cotture, stratificazioni del gusto diventano strumenti per sublimarla. Anche sbruciacchiarla, come stiamo facendo ora con un piatto in carta. O lavorare sul concetto di “stra-cottura”, che ci sta regalando soddisfazioni.
Quando ti estranei da ciò che “si fa di solito”, spesso vedi cose che altrimenti non vedresti: il “non corretto” smette di essere un tabù (“tradisce la tradizione”) e diventa un “perché no?”. E da lì, una strada da esplorare — e a volte da percorrere.
Sale in tre tempi, amido come legante, il punto di quiete prima del piatto: qual è la Sua sequenza per arrivare alla frase esatta al palato? (Come misura la densità “giusta”: occhio, mestolo, termometro, cronometro?)
Le metodologie che usiamo per “chiudere” i piatti sono diverse: non tutte le nostre paste prevedono necessariamente una mantecatura.
Per il sale nell’acqua abbiamo individuato quantità che funzionano bene in relazione agli altri elementi della ricetta — quindi cambiano in base al piatto. Restare incollati a un solo metodo e “regolarlo” sarebbe limitante. In generale, nella costruzione di un piatto, lasciarsi guidare dal gusto è fondamentale: ed è anche il modo migliore per tenere il palato della brigata sempre vigile.
In che modo la sua pasta traduce territori e migrazioni senza scadere nell’imitazione? (Un esempio concreto: una forma, un’erba, un’acqua che hanno cambiato un piatto.)
Un cuoco deve avere un pensiero, una filosofia. La mia è raccontare storie: la tradizione è uno spunto, mai il traguardo.
A volte significa enfatizzare un’aromatica, o inserirne un’altra; giocare su somiglianze tra ingredienti, consistenze, memorie. Anche l’acqua di cottura può diventare un veicolo di sapori e ricordi.
Più di dieci anni fa facevo lo Spaghetto del Pastificio dei Campi cotto nel lapsang souchong, con patate allo zafferano, ricci di mare ed estrazione di prezzemolo: un piatto dal cuore meridionale che, però, aveva deciso di fare un viaggio in Cina.
Una scelta scomoda che l’ha reso più vero: fornitore, scarto, energia, prezzo, porzione. (Quale indicatore tiene d’occhio per non trasformare l’etica in slogan?)
La scelta più netta è stata prendere le distanze da certe logiche di distribuzione e lavorare invece su ricerca e rapporto diretto, personale, con ogni fornitore. Richiede tempo, molto tempo, ma arriva agli ospiti come un messaggio concreto di filiera: produttori, pastori, artigiani non sono “contatti”, sono collaboratori che rendono possibile il progetto.
In parallelo, la riduzione dello scarto al minimo — a volte anche a discapito dell’estetica — e l’utilizzo integrale delle materie prime: anche questo costa, in risorse e in energie. Ma sono convinto che questi sacrifici si sentano nel piatto e lo valorizzino davvero.
La parola “sostenibile” non dovrebbe più essere un valore aggiunto: dovrebbe essere un modo di vivere il mestiere con coscienza, senza glamour.
Riposi, maturazioni, riduzioni, attese in sala: dove il tempo aggiunge sapore e dove lo toglie? (Un caso in cui il tempo l’ha salvato un piatto… e uno in cui l’ha tradito.)
Credo che alcune cotture sottovuoto possano uniformare le texture e appiattire i sapori, soprattutto se ripetute più volte in un menu. Se le uso, preferisco limitarle a un solo piatto; mentre le sto rivalutando per ottenere brodi o essenze.
Poi c’è un tema legato al servizio: oggi il tempo può diventare un deterrente dell’esperienza. Pranzi o cene troppo lunghe non sono sempre un valore aggiunto. Nel nostro caso la lettura degli ospiti è immediata anche grazie a mia moglie, Carlotta: la sua empatia ci permette di modulare i tempi del servizio sulle esigenze reali. Oggi “empatia” è una parola chiave, se vuoi far bene.
Sui piatti sono pragmatico: non mi interessa mettermi ostacoli da solo. Contestualizzare tutto ti permette di lavorare meglio, ridurre l’errore e rendere l’ospite felice.
Un azzardo sulla pasta che rifarebbe domani e uno che oggi non rifarebbe più: cosa le hanno insegnato entrambi? (Come protegge l’errore “buono” in laboratorio.)
Non credo esistano “errori buoni”: esistono errori che non dovrebbero arrivare nel piatto. Parlo di tecnica. Poi, sul gusto, entra sempre una componente di soggettività — ma la base dev’essere solida.
Che riforma sogna per la ristorazione italiana e quale destino immagina per la pasta tra dieci anni—filiera, formazione, prezzo giusto, ospitalità? (Una promessa che si sente di fare ai suoi ospiti?)
Sogno che vengano riconosciute e tutelate fiscalmente tutte le realtà — ristoranti, trattorie, pizzerie, paninoteche — che fanno qualità, e che questo permetta stipendi più giusti e una vita migliore per i dipendenti (e per chi conduce l’attività). È ingiusto mettere sullo stesso piano chi lavora seriamente e chi vive di scorciatoie o di logiche “acchiappa-turisti”.
Questo aiuterebbe anche la formazione, negli istituti statali e privati, sia in cucina sia in sala. Tornare a un’educazione più rigorosa darebbe valore a tutto: dall’apprendimento fino alla scena finale del servizio, restituendo all’ospitalità il posto che merita — più di ogni altra cosa.
La promessa ai nostri ospiti è semplice: saranno sempre loro i protagonisti della serata.
CURRICULUM VITAE
“Nato per sbaglio in Italia” l’8 maggio del 1978, mezzo italiano e mezzo olandese, Eugenio Boer cresce in Olanda, a Voorburg, fino all’età di 7 anni, quando la famiglia si sposta in Italia, a Sestri Levante (GE), per seguire il padre, allora agente di commercio. La sua passione per la cucina scaturisce molto presto, quando a soli 3 anni Eugenio inizia a mettere le mani in pasta insieme alla nonna materna, cuoca di professione, che si era trasferita nei Paesi Bassi portando con sé la sua impastatrice dell’Imperia. A 12 anni insiste per andare a lavorare in un ristorante, ma il padre vuole che continui gli studi. Trova così un compromesso frequentando la scuola al mattino e lavorando di pomeriggio, mantenendo un equilibrio che lo porta a diplomarsi in ragioneria e nel frattempo ad apprendere le basi della cucina facendo pratica in alcuni ristoranti sestresi tra cui il Pescador e il S. Anna. Dopo sei anni di apprendistato in Liguria sbarca in Sicilia, all’Osteria dei Vespri di Palermo, dove resta per due anni. Si sposta poi in Germania, a Berlino, dove rimane per tre anni da Bacco – “ristorante della dolce vita berlinese”, il primo di cucina italiana in città – per proseguire da Vau, dove si approccia con una brigata veramente grande e articolata e dove impara cosa significhi organizzazione e precisione. Decide quindi di tornare in Italia, a Palermo, dove lavora presso l'Osteria dei Vespri per quasi 5 anni, diventando il sous-chef di Alberto Rizzo, depositario di una grande cultura relativa ai primi piatti, da quelli sontuosi e ricchi di chiara derivazione palermitana, alla pasta fresca ripiena, per via delle sue origini parmensi. Prosegue la sua formazione da Gaetano Trovato da Arnolfo di Colle Val d’Elsa (SI), dove assorbe cosa sia "il grande ristorante", assumendo il concetto di intensità dei sapori contemperata a un'estrema eleganza.
Giunge poi presso La Leggenda dei Frati, a Monteriggioni, fermandosi in provincia di Siena per 4 anni, sino ad approdare nel 2011 in Alto Adige, al St. Hubertus, da Norbert Niederkofler. Là scopre la cucina di montagna, apprezzando l’attaccamento a un territorio “non facile”, oltre che il concetto di famiglia che la brigata gli trasmette. Arriva in seguito a Milano dove si dedica a un progetto pionieristico incentrato sul vino naturale: Enocratia.
Il fortunato incontro con Stefano Saturnino lo porta poi ad aprire il Fishbar de Milan, concept innovativo che gli fa abbracciare un mondo della ristorazione più smart, giovane e più fruibile. Nel dicembre 2014, avvia Essenza, che nel novembre 2017 lo porta a conseguire la sua prima Stella Michelin.
A giugno dell'anno seguente, a Milano, apre [bu:r], il suo ristorante - la cui insegna fuga ogni dubbio sulla pronuncia del cognome dello Chef - assieme alla moglie Carlotta Perilli.
dialoghi
Quando ha capito che la pasta sarebbe stata la Sua lingua madre? Ci racconti brevemente la scena: luogo, mani, profumo, un suono di cucina che non ha più dimenticato. (Un dettaglio tattile che ancora oggi torna nei suoi impasti?)
Può sembrare assurdo — e in fondo assurdo un po’ lo è. Avevo circa tre anni e ricordo nitidamente l’arrivo di mia nonna Carlotta, detta Rosa, a casa nostra in Olanda. Cucinava ogni giorno, tantissimo. Io mi svegliavo e correvo in cucina: restavo ipnotizzato dai suoi gesti e da ciò che quei gesti generavano — non solo piatti, ma emozioni.
La prima cosa che ho imparato a fare è stata la pasta fresca: soprattutto la meticolosità e la pazienza con cui mi veniva insegnata. E poi ricordo mio padre quando tornava a casa: lei lo vedeva, lo abbracciava forte, e si ringraziavano in una lingua che era un impasto di italiano (genovese) e olandese. Il risultato finale era sempre lo stesso: amore. È questo il mio ingrediente “segreto” quando impasto — il ricordo di un amore.
Se dovesse identificarsi come formato: quale sezione, quale spessore, quale porosità sarebbe? E in che salsa riconoscerebbe il suo carattere—docile, ruvido, spigoloso? (Un piatto-ritratto che lo dimostri)
Se fossi un formato di pasta secca, sarei uno spaghetto ruvido e poroso. Se invece fossi una pasta fresca, sarei una pasta ripiena: perché il ripieno può diventare qualsiasi cosa, e questo rende le possibilità — e la creatività — quasi illimitate.
Se fossi una salsa, sarei sicuramente un pesto alla genovese fatto nel mortaio: ruvido, “stancante”, aromatico, pungente… ma anche avvolgente.
Cosa difende con ostinazione della tradizione e cosa ha imparato, con fatica, a superare? (Un gesto antico che ha “trascritto” in grammatica contemporanea)
Difendo l’idea che la pasta debba restare al centro del piatto: la sua anima, il motivo per cui — tra le altre cose — siamo riconosciuti nel mondo. Non snaturarla come esercizio di stile, ma semmai elevarla (se mai ce ne fosse bisogno) a qualcosa di ancora più unico.
E ciò che ho imparato a superare, con fatica, è la diffidenza verso ingredienti “non da primo”: per esempio la frutta, che uso spesso. L’apertura mentale, quando è guidata dal gusto, non tradisce: allarga.
Dov’è nata l’idea, quali prove ha bruciato, quale errore l’ha guidata alla forma definitiva? (Appunti di lavorazione: brodi, concentrazioni, mantecatura, impiattamento)
L’idea nasce dal desiderio di rendere la pasta — secca o fresca — il fulcro, non un veicolo o un elemento accessorio. Un ingrediente chiave non “perché è pasta”, ma perché lo si ragiona e lo si lavora come si fa con qualunque grande materia prima.
E allora brodi, cotture, stratificazioni del gusto diventano strumenti per sublimarla. Anche sbruciacchiarla, come stiamo facendo ora con un piatto in carta. O lavorare sul concetto di “stra-cottura”, che ci sta regalando soddisfazioni.
Quando ti estranei da ciò che “si fa di solito”, spesso vedi cose che altrimenti non vedresti: il “non corretto” smette di essere un tabù (“tradisce la tradizione”) e diventa un “perché no?”. E da lì, una strada da esplorare — e a volte da percorrere.
Sale in tre tempi, amido come legante, il punto di quiete prima del piatto: qual è la Sua sequenza per arrivare alla frase esatta al palato? (Come misura la densità “giusta”: occhio, mestolo, termometro, cronometro?)
Le metodologie che usiamo per “chiudere” i piatti sono diverse: non tutte le nostre paste prevedono necessariamente una mantecatura.
Per il sale nell’acqua abbiamo individuato quantità che funzionano bene in relazione agli altri elementi della ricetta — quindi cambiano in base al piatto. Restare incollati a un solo metodo e “regolarlo” sarebbe limitante. In generale, nella costruzione di un piatto, lasciarsi guidare dal gusto è fondamentale: ed è anche il modo migliore per tenere il palato della brigata sempre vigile.
In che modo la sua pasta traduce territori e migrazioni senza scadere nell’imitazione? (Un esempio concreto: una forma, un’erba, un’acqua che hanno cambiato un piatto.)
Un cuoco deve avere un pensiero, una filosofia. La mia è raccontare storie: la tradizione è uno spunto, mai il traguardo.
A volte significa enfatizzare un’aromatica, o inserirne un’altra; giocare su somiglianze tra ingredienti, consistenze, memorie. Anche l’acqua di cottura può diventare un veicolo di sapori e ricordi.
Più di dieci anni fa facevo lo Spaghetto del Pastificio dei Campi cotto nel lapsang souchong, con patate allo zafferano, ricci di mare ed estrazione di prezzemolo: un piatto dal cuore meridionale che, però, aveva deciso di fare un viaggio in Cina.
Una scelta scomoda che l’ha reso più vero: fornitore, scarto, energia, prezzo, porzione. (Quale indicatore tiene d’occhio per non trasformare l’etica in slogan?)
La scelta più netta è stata prendere le distanze da certe logiche di distribuzione e lavorare invece su ricerca e rapporto diretto, personale, con ogni fornitore. Richiede tempo, molto tempo, ma arriva agli ospiti come un messaggio concreto di filiera: produttori, pastori, artigiani non sono “contatti”, sono collaboratori che rendono possibile il progetto.
In parallelo, la riduzione dello scarto al minimo — a volte anche a discapito dell’estetica — e l’utilizzo integrale delle materie prime: anche questo costa, in risorse e in energie. Ma sono convinto che questi sacrifici si sentano nel piatto e lo valorizzino davvero.
La parola “sostenibile” non dovrebbe più essere un valore aggiunto: dovrebbe essere un modo di vivere il mestiere con coscienza, senza glamour.
Riposi, maturazioni, riduzioni, attese in sala: dove il tempo aggiunge sapore e dove lo toglie? (Un caso in cui il tempo l’ha salvato un piatto… e uno in cui l’ha tradito.)
Credo che alcune cotture sottovuoto possano uniformare le texture e appiattire i sapori, soprattutto se ripetute più volte in un menu. Se le uso, preferisco limitarle a un solo piatto; mentre le sto rivalutando per ottenere brodi o essenze.
Poi c’è un tema legato al servizio: oggi il tempo può diventare un deterrente dell’esperienza. Pranzi o cene troppo lunghe non sono sempre un valore aggiunto. Nel nostro caso la lettura degli ospiti è immediata anche grazie a mia moglie, Carlotta: la sua empatia ci permette di modulare i tempi del servizio sulle esigenze reali. Oggi “empatia” è una parola chiave, se vuoi far bene.
Sui piatti sono pragmatico: non mi interessa mettermi ostacoli da solo. Contestualizzare tutto ti permette di lavorare meglio, ridurre l’errore e rendere l’ospite felice.
Un azzardo sulla pasta che rifarebbe domani e uno che oggi non rifarebbe più: cosa le hanno insegnato entrambi? (Come protegge l’errore “buono” in laboratorio.)
Non credo esistano “errori buoni”: esistono errori che non dovrebbero arrivare nel piatto. Parlo di tecnica. Poi, sul gusto, entra sempre una componente di soggettività — ma la base dev’essere solida.
Che riforma sogna per la ristorazione italiana e quale destino immagina per la pasta tra dieci anni—filiera, formazione, prezzo giusto, ospitalità? (Una promessa che si sente di fare ai suoi ospiti?)
Sogno che vengano riconosciute e tutelate fiscalmente tutte le realtà — ristoranti, trattorie, pizzerie, paninoteche — che fanno qualità, e che questo permetta stipendi più giusti e una vita migliore per i dipendenti (e per chi conduce l’attività). È ingiusto mettere sullo stesso piano chi lavora seriamente e chi vive di scorciatoie o di logiche “acchiappa-turisti”.
Questo aiuterebbe anche la formazione, negli istituti statali e privati, sia in cucina sia in sala. Tornare a un’educazione più rigorosa darebbe valore a tutto: dall’apprendimento fino alla scena finale del servizio, restituendo all’ospitalità il posto che merita — più di ogni altra cosa.
La promessa ai nostri ospiti è semplice: saranno sempre loro i protagonisti della serata.


