
I FRATELLI FABRIZI
Roma, la Pasta e il sapore di un'identità
19 ago 2026

I FRATELLI FABRIZI
Roma, la Pasta e il sapore di un'identità
19 ago 2026

I FRATELLI FABRIZI
Roma, la Pasta e il sapore di un'identità
19 ago 2026
Sua maestà la pastasciutta, regina incontrastata della tavola tricolore, incarnazione di quell’indissolubile legame tra terra, gesti antichi e immortali tradizioni, è colonna portante del nostro patrimonio gastronomico e tra i pilastri del concetto stesso di italianità.
Pochi artisti hanno saputo celebrarla con tanto trasporto, ironia e sensibilità quanto Aldo Fabrizi, romano verace, attore immenso, poeta in dialetto e custode innamorato della cucina della sua città; fu tra i primi a cogliere un concetto ai giorni nostri più che assunto, che la nostra cucina è una vera e propria forma arte, un’eredità da preservare, celebrare e condividere. Da Avanti c'è posto! a Roma città aperta, passando dalla TV alla radio, dal varietà alla commedia musicale, Fabrizi non si limitò a recitare la romanità, ne divenne sommo ambasciatore, la personificò con straordinaria profondità attraverso quegli iconici protagonisti della Capitale che con lui condividevano le origini popolari. E proprio nella pastasciutta, Fabrizi, individuò uno dei suoi temi più alti. Correva il 1970 quando pubblicò per Mondadori “La Pastasciutta. Ricette nuove e considerazioni in versi”, un’opera originale dove ricette e poesia si fondono in lettere d’amore al piatto più amato dagli italiani; così, attraverso i grandi classici romani declinati in sonetti e rime in dialetto romanesco, l’autore rivendicava la dignità artistica della cucina capitolina, tramutando il cibo di ogni giorno in piccoli capolavori letterari. Tra preparazioni tipiche romane, laziali o di fantasia, non mancando rivisitazioni squisitamente personali, certe sue ricette sono considerate dai puristi alquanto eretiche, pensiamo a “La Matriciana mia”; nella ricetta in versi dedicata all’intramontabile specialità della cucina laziale, infatti, Fabrizi descrive una variante dell’Amatriciana decisamente avulsa da quella tradizionale, prevendendo un soffritto di aglio, cipolla e zenzero, guanciale e pancetta e perfino il basilico – a differenza della versione per così dire ortodossa esclusivamente base di guanciale, pomodoro e pecorino, un pizzico di peperoncino; peculiare, in questo senso, anche il caso della Carbonara, non dimentichiamo difatti che la ricetta più antica di questo amatissimo piatto, attribuita all'attore, appare il 20 aprile 1952 sul giornale francese La Croix du Nord di Lille; e qui Fabrizi elenca tra gli ingredienti del condimento un soffritto di olio e burro, lardo, uova, parmigiano e pepe nero – netta, la distanza dalla ricetta che consideriamo “ufficiale”, con guanciale e pecorino.
Tra le innumerevoli testimonianze legate alla pasta, sua immensa passione, che il Maestro Fabrizi ha lasciato, impossibile non citare la celebre poesia “L’Indolenza” composta con il suo inconfondibile registro romanesco; l'autore fantastica su un'utopica società dove l'umanità si ciba solo di pastasciutta, un’opportunità foriera di considerevoli benefici al portafoglio e una sorta di piacevolissimo obbligo collettivo alla pennichella – riducendo drasticamente anche il traffico cittadino. Ecco, che nella sua acuta ironia mai superficiale, la pasta assurge a pilastro di un mondo in cui le asperità della vita sono ridotte al minimo, le scodelle fumanti capaci di placare le inquietudini portando a sazietà lo stomaco ma soprattutto gratificando l’animo. In quei versi, a ben vedere, c’è tutto Fabrizi, la sua appartenenza alla Roma del popolo che ha provato la fame, conosciuto la guerra e la miseria rendendo i suoi abitanti quasi fisiologicamente inclini allo scherno e al cinismo, ma anche alla resilienza e alla speranza; è in questo quadro che un buon piatto di pasta rappresenta già da sola un atto di civiltà, spalancando la via a una cucina che progressivamente si emancipa dai suoi stessi dogmi, raccontando, piuttosto che di necessità corporee, di vita vissuta, momenti di convivialità e memorie di famiglia. E proprio dalla famiglia non è possibile prescindere, quando si evoca Aldo Fabrizi. Sua sorella Elena, la leggendaria Sora Lella, voce di Radio Lazio e volto popolare del grande schermo ma ancor prima cuoca sopraffina nonché apprezzata ristoratrice, interpretò per decenni l’autentica cucina romanesca nel ristorante sull'Isola Tiberina gestito assieme al marito Renato Trabalza (già macellaio al mattatoio di Testaccio) e al figlio Aldo. Era il 1959, l’anno in cui la Trattoria Sora Lella aprì i battenti, destinata a diventare un’istituzione della Capitale – il ristorante è ancora oggi in generosa attività, gestito dai nipoti dell’attrice.; coriacea, generosa e schietta esattamente come alcuni dei personaggi Alla Trattoria il rito della pastasciutta veniva (e viene) quotidianamente officiato con sacralità che ha interpretato (suprema, la Sora Lella, nel ruolo della nonna di Verdone che la scelse per Bianco, rosso e Verdone, film del 1981 per cui lei vinse il Nastro d'Argento e il David di Donatello), Elena materializzava la versione operosa della romanità che il fratello Aldo declinava in rima, regnando in cucina tra piatti diretti e potenti nel momento in cui Roma stava diventando meta turistica internazionale, la sua Trattoria consacrandosi mecca per bongustai a caccia della più verace, ma mai grossolana, cucina romana. La coppia di fratelli ha saputo interpretare la pastasciutta su due piani complementari, quello simbolico che rintracciava la sua espressione nella recitazione e nella poesia, e quello sostanziale, domestico e concreto dove dall’alchimia tra la cuoca e gli ingredienti prendeva vita qualcosa di ben oltre il semplice nutrimento. E proprio attraverso quel piatto che unisce l’Italia intera pur mantenendo mille volti regionali, veicolando storie e consuetudini che esistono da secoli, Aldo e Elena Fabrizi hanno compiuto insieme non soltanto un’operazione di salvaguardia dell’essenza popolare della Capitale, ma molto di più: hanno dato voce a quel sistema di valori nazionali che la pasta evoca e di cui è sempiterna messaggera, contribuendo a trasformare un cibo ordinario in potente simbolo di identità e appartenenza culturale.
Sua maestà la pastasciutta, regina incontrastata della tavola tricolore, incarnazione di quell’indissolubile legame tra terra, gesti antichi e immortali tradizioni, è colonna portante del nostro patrimonio gastronomico e tra i pilastri del concetto stesso di italianità.
Pochi artisti hanno saputo celebrarla con tanto trasporto, ironia e sensibilità quanto Aldo Fabrizi, romano verace, attore immenso, poeta in dialetto e custode innamorato della cucina della sua città; fu tra i primi a cogliere un concetto ai giorni nostri più che assunto, che la nostra cucina è una vera e propria forma arte, un’eredità da preservare, celebrare e condividere. Da Avanti c'è posto! a Roma città aperta, passando dalla TV alla radio, dal varietà alla commedia musicale, Fabrizi non si limitò a recitare la romanità, ne divenne sommo ambasciatore, la personificò con straordinaria profondità attraverso quegli iconici protagonisti della Capitale che con lui condividevano le origini popolari. E proprio nella pastasciutta, Fabrizi, individuò uno dei suoi temi più alti. Correva il 1970 quando pubblicò per Mondadori “La Pastasciutta. Ricette nuove e considerazioni in versi”, un’opera originale dove ricette e poesia si fondono in lettere d’amore al piatto più amato dagli italiani; così, attraverso i grandi classici romani declinati in sonetti e rime in dialetto romanesco, l’autore rivendicava la dignità artistica della cucina capitolina, tramutando il cibo di ogni giorno in piccoli capolavori letterari. Tra preparazioni tipiche romane, laziali o di fantasia, non mancando rivisitazioni squisitamente personali, certe sue ricette sono considerate dai puristi alquanto eretiche, pensiamo a “La Matriciana mia”; nella ricetta in versi dedicata all’intramontabile specialità della cucina laziale, infatti, Fabrizi descrive una variante dell’Amatriciana decisamente avulsa da quella tradizionale, prevendendo un soffritto di aglio, cipolla e zenzero, guanciale e pancetta e perfino il basilico – a differenza della versione per così dire ortodossa esclusivamente base di guanciale, pomodoro e pecorino, un pizzico di peperoncino; peculiare, in questo senso, anche il caso della Carbonara, non dimentichiamo difatti che la ricetta più antica di questo amatissimo piatto, attribuita all'attore, appare il 20 aprile 1952 sul giornale francese La Croix du Nord di Lille; e qui Fabrizi elenca tra gli ingredienti del condimento un soffritto di olio e burro, lardo, uova, parmigiano e pepe nero – netta, la distanza dalla ricetta che consideriamo “ufficiale”, con guanciale e pecorino.
Tra le innumerevoli testimonianze legate alla pasta, sua immensa passione, che il Maestro Fabrizi ha lasciato, impossibile non citare la celebre poesia “L’Indolenza” composta con il suo inconfondibile registro romanesco; l'autore fantastica su un'utopica società dove l'umanità si ciba solo di pastasciutta, un’opportunità foriera di considerevoli benefici al portafoglio e una sorta di piacevolissimo obbligo collettivo alla pennichella – riducendo drasticamente anche il traffico cittadino. Ecco, che nella sua acuta ironia mai superficiale, la pasta assurge a pilastro di un mondo in cui le asperità della vita sono ridotte al minimo, le scodelle fumanti capaci di placare le inquietudini portando a sazietà lo stomaco ma soprattutto gratificando l’animo. In quei versi, a ben vedere, c’è tutto Fabrizi, la sua appartenenza alla Roma del popolo che ha provato la fame, conosciuto la guerra e la miseria rendendo i suoi abitanti quasi fisiologicamente inclini allo scherno e al cinismo, ma anche alla resilienza e alla speranza; è in questo quadro che un buon piatto di pasta rappresenta già da sola un atto di civiltà, spalancando la via a una cucina che progressivamente si emancipa dai suoi stessi dogmi, raccontando, piuttosto che di necessità corporee, di vita vissuta, momenti di convivialità e memorie di famiglia. E proprio dalla famiglia non è possibile prescindere, quando si evoca Aldo Fabrizi. Sua sorella Elena, la leggendaria Sora Lella, voce di Radio Lazio e volto popolare del grande schermo ma ancor prima cuoca sopraffina nonché apprezzata ristoratrice, interpretò per decenni l’autentica cucina romanesca nel ristorante sull'Isola Tiberina gestito assieme al marito Renato Trabalza (già macellaio al mattatoio di Testaccio) e al figlio Aldo. Era il 1959, l’anno in cui la Trattoria Sora Lella aprì i battenti, destinata a diventare un’istituzione della Capitale – il ristorante è ancora oggi in generosa attività, gestito dai nipoti dell’attrice.; coriacea, generosa e schietta esattamente come alcuni dei personaggi Alla Trattoria il rito della pastasciutta veniva (e viene) quotidianamente officiato con sacralità che ha interpretato (suprema, la Sora Lella, nel ruolo della nonna di Verdone che la scelse per Bianco, rosso e Verdone, film del 1981 per cui lei vinse il Nastro d'Argento e il David di Donatello), Elena materializzava la versione operosa della romanità che il fratello Aldo declinava in rima, regnando in cucina tra piatti diretti e potenti nel momento in cui Roma stava diventando meta turistica internazionale, la sua Trattoria consacrandosi mecca per bongustai a caccia della più verace, ma mai grossolana, cucina romana. La coppia di fratelli ha saputo interpretare la pastasciutta su due piani complementari, quello simbolico che rintracciava la sua espressione nella recitazione e nella poesia, e quello sostanziale, domestico e concreto dove dall’alchimia tra la cuoca e gli ingredienti prendeva vita qualcosa di ben oltre il semplice nutrimento. E proprio attraverso quel piatto che unisce l’Italia intera pur mantenendo mille volti regionali, veicolando storie e consuetudini che esistono da secoli, Aldo e Elena Fabrizi hanno compiuto insieme non soltanto un’operazione di salvaguardia dell’essenza popolare della Capitale, ma molto di più: hanno dato voce a quel sistema di valori nazionali che la pasta evoca e di cui è sempiterna messaggera, contribuendo a trasformare un cibo ordinario in potente simbolo di identità e appartenenza culturale.
Sua maestà la pastasciutta, regina incontrastata della tavola tricolore, incarnazione di quell’indissolubile legame tra terra, gesti antichi e immortali tradizioni, è colonna portante del nostro patrimonio gastronomico e tra i pilastri del concetto stesso di italianità.
Pochi artisti hanno saputo celebrarla con tanto trasporto, ironia e sensibilità quanto Aldo Fabrizi, romano verace, attore immenso, poeta in dialetto e custode innamorato della cucina della sua città; fu tra i primi a cogliere un concetto ai giorni nostri più che assunto, che la nostra cucina è una vera e propria forma arte, un’eredità da preservare, celebrare e condividere. Da Avanti c'è posto! a Roma città aperta, passando dalla TV alla radio, dal varietà alla commedia musicale, Fabrizi non si limitò a recitare la romanità, ne divenne sommo ambasciatore, la personificò con straordinaria profondità attraverso quegli iconici protagonisti della Capitale che con lui condividevano le origini popolari. E proprio nella pastasciutta, Fabrizi, individuò uno dei suoi temi più alti. Correva il 1970 quando pubblicò per Mondadori “La Pastasciutta. Ricette nuove e considerazioni in versi”, un’opera originale dove ricette e poesia si fondono in lettere d’amore al piatto più amato dagli italiani; così, attraverso i grandi classici romani declinati in sonetti e rime in dialetto romanesco, l’autore rivendicava la dignità artistica della cucina capitolina, tramutando il cibo di ogni giorno in piccoli capolavori letterari. Tra preparazioni tipiche romane, laziali o di fantasia, non mancando rivisitazioni squisitamente personali, certe sue ricette sono considerate dai puristi alquanto eretiche, pensiamo a “La Matriciana mia”; nella ricetta in versi dedicata all’intramontabile specialità della cucina laziale, infatti, Fabrizi descrive una variante dell’Amatriciana decisamente avulsa da quella tradizionale, prevendendo un soffritto di aglio, cipolla e zenzero, guanciale e pancetta e perfino il basilico – a differenza della versione per così dire ortodossa esclusivamente base di guanciale, pomodoro e pecorino, un pizzico di peperoncino; peculiare, in questo senso, anche il caso della Carbonara, non dimentichiamo difatti che la ricetta più antica di questo amatissimo piatto, attribuita all'attore, appare il 20 aprile 1952 sul giornale francese La Croix du Nord di Lille; e qui Fabrizi elenca tra gli ingredienti del condimento un soffritto di olio e burro, lardo, uova, parmigiano e pepe nero – netta, la distanza dalla ricetta che consideriamo “ufficiale”, con guanciale e pecorino.
Tra le innumerevoli testimonianze legate alla pasta, sua immensa passione, che il Maestro Fabrizi ha lasciato, impossibile non citare la celebre poesia “L’Indolenza” composta con il suo inconfondibile registro romanesco; l'autore fantastica su un'utopica società dove l'umanità si ciba solo di pastasciutta, un’opportunità foriera di considerevoli benefici al portafoglio e una sorta di piacevolissimo obbligo collettivo alla pennichella – riducendo drasticamente anche il traffico cittadino. Ecco, che nella sua acuta ironia mai superficiale, la pasta assurge a pilastro di un mondo in cui le asperità della vita sono ridotte al minimo, le scodelle fumanti capaci di placare le inquietudini portando a sazietà lo stomaco ma soprattutto gratificando l’animo. In quei versi, a ben vedere, c’è tutto Fabrizi, la sua appartenenza alla Roma del popolo che ha provato la fame, conosciuto la guerra e la miseria rendendo i suoi abitanti quasi fisiologicamente inclini allo scherno e al cinismo, ma anche alla resilienza e alla speranza; è in questo quadro che un buon piatto di pasta rappresenta già da sola un atto di civiltà, spalancando la via a una cucina che progressivamente si emancipa dai suoi stessi dogmi, raccontando, piuttosto che di necessità corporee, di vita vissuta, momenti di convivialità e memorie di famiglia. E proprio dalla famiglia non è possibile prescindere, quando si evoca Aldo Fabrizi. Sua sorella Elena, la leggendaria Sora Lella, voce di Radio Lazio e volto popolare del grande schermo ma ancor prima cuoca sopraffina nonché apprezzata ristoratrice, interpretò per decenni l’autentica cucina romanesca nel ristorante sull'Isola Tiberina gestito assieme al marito Renato Trabalza (già macellaio al mattatoio di Testaccio) e al figlio Aldo. Era il 1959, l’anno in cui la Trattoria Sora Lella aprì i battenti, destinata a diventare un’istituzione della Capitale – il ristorante è ancora oggi in generosa attività, gestito dai nipoti dell’attrice.; coriacea, generosa e schietta esattamente come alcuni dei personaggi Alla Trattoria il rito della pastasciutta veniva (e viene) quotidianamente officiato con sacralità che ha interpretato (suprema, la Sora Lella, nel ruolo della nonna di Verdone che la scelse per Bianco, rosso e Verdone, film del 1981 per cui lei vinse il Nastro d'Argento e il David di Donatello), Elena materializzava la versione operosa della romanità che il fratello Aldo declinava in rima, regnando in cucina tra piatti diretti e potenti nel momento in cui Roma stava diventando meta turistica internazionale, la sua Trattoria consacrandosi mecca per bongustai a caccia della più verace, ma mai grossolana, cucina romana. La coppia di fratelli ha saputo interpretare la pastasciutta su due piani complementari, quello simbolico che rintracciava la sua espressione nella recitazione e nella poesia, e quello sostanziale, domestico e concreto dove dall’alchimia tra la cuoca e gli ingredienti prendeva vita qualcosa di ben oltre il semplice nutrimento. E proprio attraverso quel piatto che unisce l’Italia intera pur mantenendo mille volti regionali, veicolando storie e consuetudini che esistono da secoli, Aldo e Elena Fabrizi hanno compiuto insieme non soltanto un’operazione di salvaguardia dell’essenza popolare della Capitale, ma molto di più: hanno dato voce a quel sistema di valori nazionali che la pasta evoca e di cui è sempiterna messaggera, contribuendo a trasformare un cibo ordinario in potente simbolo di identità e appartenenza culturale.



