KNÖDEL- GATE

quando lo slogan arriva in cucina

16/01/26

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quando lo slogan arriva in cucina

16/01/26

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quando lo slogan arriva in cucina

16/01/26

Da «Südtirol ist nicht Italien» a «Knödel sind nicht italienisch»: la provocazione della stampa di lingua tedesca in Alto Adige riporta il tema dell’appartenenza dentro il piatto, a pochi giorni dal riconoscimento Unesco della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale. Nel mirino finiscono i canederli, simbolo gastronomico sudtirolese, rivendicati come “non italiani” e, quindi, estranei a un primato nazionale che una parte del territorio non sente proprio.

La miccia è culturale prima che gastronomica . Perché la cucina, quando viene celebrata come patrimonio, smette di essere soltanto tecnica e memoria domestica: diventa racconto pubblico, bandiera, dispositivo identitario. E in un’area storicamente attraversata da fratture linguistiche e politiche, persino un impasto di pane e speck può trasformarsi in dichiarazione.

In queste ore la discussione si è allargata: dalla satira sulla “cucina italiana” declinata in chiave altoatesina, alle dispute più innocenti (ma rivelatrici) su come si debbano servire i canederli — nel brodo o con il burro — fino alle reazioni della politica locale, divisa tra chi minimizza e chi rilancia il tema dell’autonomia come identità separata.

Il paradosso, però, si vede meglio se si allarga l’inquadratura. Mentre fuori dai confini italiani l’Italian sounding continua a prosperare — etichette che imitano l’italiano per vendere “quasi-Italia” a scaffale, con stime di danno economico molto rilevanti — l’Alto Adige sceglie un gesto opposto: non farsi includere. Non perché manchi una tradizione, ma perché si contesta la cornice che la ingloba.

Cosa ci dice questa polemica, al di là dell’ennesimo “canederli-gate”? Che la cucina non coincide mai perfettamente con lo Stato. È geografia di scambi, di migrazioni, di frontiere mobili: ladina, mitteleuropea, alpina e italiana insieme. Ridurla a proprietà esclusiva — o, al contrario, negarle cittadinanza — è sempre una semplificazione.

Per MILLEUNAPASTA, la notizia è anche un promemoria: difendere l’autenticità del Made in Italy nel mondo non significa irrigidire l’idea di italianità, ma saperla raccontare nella sua pluralità. Perché il patrimonio, quando è vivo, non espelle: stratifica.

Da «Südtirol ist nicht Italien» a «Knödel sind nicht italienisch»: la provocazione della stampa di lingua tedesca in Alto Adige riporta il tema dell’appartenenza dentro il piatto, a pochi giorni dal riconoscimento Unesco della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale. Nel mirino finiscono i canederli, simbolo gastronomico sudtirolese, rivendicati come “non italiani” e, quindi, estranei a un primato nazionale che una parte del territorio non sente proprio.

La miccia è culturale prima che gastronomica . Perché la cucina, quando viene celebrata come patrimonio, smette di essere soltanto tecnica e memoria domestica: diventa racconto pubblico, bandiera, dispositivo identitario. E in un’area storicamente attraversata da fratture linguistiche e politiche, persino un impasto di pane e speck può trasformarsi in dichiarazione.

In queste ore la discussione si è allargata: dalla satira sulla “cucina italiana” declinata in chiave altoatesina, alle dispute più innocenti (ma rivelatrici) su come si debbano servire i canederli — nel brodo o con il burro — fino alle reazioni della politica locale, divisa tra chi minimizza e chi rilancia il tema dell’autonomia come identità separata.

Il paradosso, però, si vede meglio se si allarga l’inquadratura. Mentre fuori dai confini italiani l’Italian sounding continua a prosperare — etichette che imitano l’italiano per vendere “quasi-Italia” a scaffale, con stime di danno economico molto rilevanti — l’Alto Adige sceglie un gesto opposto: non farsi includere. Non perché manchi una tradizione, ma perché si contesta la cornice che la ingloba.

Cosa ci dice questa polemica, al di là dell’ennesimo “canederli-gate”? Che la cucina non coincide mai perfettamente con lo Stato. È geografia di scambi, di migrazioni, di frontiere mobili: ladina, mitteleuropea, alpina e italiana insieme. Ridurla a proprietà esclusiva — o, al contrario, negarle cittadinanza — è sempre una semplificazione.

Per MILLEUNAPASTA, la notizia è anche un promemoria: difendere l’autenticità del Made in Italy nel mondo non significa irrigidire l’idea di italianità, ma saperla raccontare nella sua pluralità. Perché il patrimonio, quando è vivo, non espelle: stratifica.

Da «Südtirol ist nicht Italien» a «Knödel sind nicht italienisch»: la provocazione della stampa di lingua tedesca in Alto Adige riporta il tema dell’appartenenza dentro il piatto, a pochi giorni dal riconoscimento Unesco della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale. Nel mirino finiscono i canederli, simbolo gastronomico sudtirolese, rivendicati come “non italiani” e, quindi, estranei a un primato nazionale che una parte del territorio non sente proprio.

La miccia è culturale prima che gastronomica . Perché la cucina, quando viene celebrata come patrimonio, smette di essere soltanto tecnica e memoria domestica: diventa racconto pubblico, bandiera, dispositivo identitario. E in un’area storicamente attraversata da fratture linguistiche e politiche, persino un impasto di pane e speck può trasformarsi in dichiarazione.

In queste ore la discussione si è allargata: dalla satira sulla “cucina italiana” declinata in chiave altoatesina, alle dispute più innocenti (ma rivelatrici) su come si debbano servire i canederli — nel brodo o con il burro — fino alle reazioni della politica locale, divisa tra chi minimizza e chi rilancia il tema dell’autonomia come identità separata.

Il paradosso, però, si vede meglio se si allarga l’inquadratura. Mentre fuori dai confini italiani l’Italian sounding continua a prosperare — etichette che imitano l’italiano per vendere “quasi-Italia” a scaffale, con stime di danno economico molto rilevanti — l’Alto Adige sceglie un gesto opposto: non farsi includere. Non perché manchi una tradizione, ma perché si contesta la cornice che la ingloba.

Cosa ci dice questa polemica, al di là dell’ennesimo “canederli-gate”? Che la cucina non coincide mai perfettamente con lo Stato. È geografia di scambi, di migrazioni, di frontiere mobili: ladina, mitteleuropea, alpina e italiana insieme. Ridurla a proprietà esclusiva — o, al contrario, negarle cittadinanza — è sempre una semplificazione.

Per MILLEUNAPASTA, la notizia è anche un promemoria: difendere l’autenticità del Made in Italy nel mondo non significa irrigidire l’idea di italianità, ma saperla raccontare nella sua pluralità. Perché il patrimonio, quando è vivo, non espelle: stratifica.