
“BASTA CHE SIA PASTA”
Elena Spisni e la sfoglia come ritorno
22/12/25

“BASTA CHE SIA PASTA”
Elena Spisni e la sfoglia come ritorno
22/12/25

“BASTA CHE SIA PASTA”
Elena Spisni e la sfoglia come ritorno
22/12/25
C’è tanta emozione, tenacia e nostalgia nell’itinerario di questa giornalista di origini emiliano-romagnole che, dal 2016 — anno della dipartita della nonna — ha deciso di specializzarsi nella pasta fresca. Quell’anno, a Natale, sulla tavola imbandita si apriva un vuoto abissale: mancavano proprio quei cappelletti che lei preparava con amore grande durante le festività, custodi di un sapere domestico tramandato a gesti, di una complicità che il tempo aveva di colpo sospeso.
Fu allora che Elena, spinta dalla strenua ricerca di quei sapori, decise di tornare alle radici del suo sentire. Si mise al lavoro con dedizione alacre e curiosità, andando a scuola dalle migliori sfogline della sua terra: donne di mani esperte e sguardo severo, ma capace di affetto, che le trasmisero la grazia nascosta del mestiere. Lodi, consigli, osservazioni puntuali: cappelletto dopo cappelletto, Elena affina il gesto, e nel “punto di chiusura” ritrova l’abbraccio perduto — il respiro della nonna, il suo profumo, l’eco di un’infanzia fatta di farina a mezzaria, di chiacchiere e silenzi che profumavano di casa.
Da quell’esperienza nasce Basta che sia Pasta, un blog che è insieme diario, laboratorio e luogo di memoria. Vi si intrecciano ricette e riflessioni, appunti di cucina e confessioni di vita. La sua è una scrittura schietta, luminosa, capace di fondere tecnica e sentimento: perché la pasta, in fondo, è molto più che nutrimento. È un atto d’amore, un rito quasi sacrale che resiste. È la risposta più gentile all’immediatezza del nostro tempo digitale: un tempo che scorre veloce, ma che lei sa rallentare con il ritmo del mattarello, con la calma necessaria a stendere una sfoglia perfetta.
Elena racconta la pasta come un linguaggio dell’anima, una forma di resistenza poetica. In ogni cappelletto si nasconde una carezza, in ogni tagliatella un gesto che salva. Basta che sia Pasta diventa così un manifesto di identità e di appartenenza, un invito a riscoprire il valore delle mani, il potere delle tradizioni, la dolcezza delle piccole cose che uniscono le generazioni.
È il fil rouge — fatto di uova e farina — di un legame indissolubile. Un ritorno alle proprie origini che non sa di passato, ma di continuità. Perché nella sfoglia, come nella vita, la perfezione non sta nella forma, ma nella memoria che custodisce.
C’è tanta emozione, tenacia e nostalgia nell’itinerario di questa giornalista di origini emiliano-romagnole che, dal 2016 — anno della dipartita della nonna — ha deciso di specializzarsi nella pasta fresca. Quell’anno, a Natale, sulla tavola imbandita si apriva un vuoto abissale: mancavano proprio quei cappelletti che lei preparava con amore grande durante le festività, custodi di un sapere domestico tramandato a gesti, di una complicità che il tempo aveva di colpo sospeso.
Fu allora che Elena, spinta dalla strenua ricerca di quei sapori, decise di tornare alle radici del suo sentire. Si mise al lavoro con dedizione alacre e curiosità, andando a scuola dalle migliori sfogline della sua terra: donne di mani esperte e sguardo severo, ma capace di affetto, che le trasmisero la grazia nascosta del mestiere. Lodi, consigli, osservazioni puntuali: cappelletto dopo cappelletto, Elena affina il gesto, e nel “punto di chiusura” ritrova l’abbraccio perduto — il respiro della nonna, il suo profumo, l’eco di un’infanzia fatta di farina a mezzaria, di chiacchiere e silenzi che profumavano di casa.
Da quell’esperienza nasce Basta che sia Pasta, un blog che è insieme diario, laboratorio e luogo di memoria. Vi si intrecciano ricette e riflessioni, appunti di cucina e confessioni di vita. La sua è una scrittura schietta, luminosa, capace di fondere tecnica e sentimento: perché la pasta, in fondo, è molto più che nutrimento. È un atto d’amore, un rito quasi sacrale che resiste. È la risposta più gentile all’immediatezza del nostro tempo digitale: un tempo che scorre veloce, ma che lei sa rallentare con il ritmo del mattarello, con la calma necessaria a stendere una sfoglia perfetta.
Elena racconta la pasta come un linguaggio dell’anima, una forma di resistenza poetica. In ogni cappelletto si nasconde una carezza, in ogni tagliatella un gesto che salva. Basta che sia Pasta diventa così un manifesto di identità e di appartenenza, un invito a riscoprire il valore delle mani, il potere delle tradizioni, la dolcezza delle piccole cose che uniscono le generazioni.
È il fil rouge — fatto di uova e farina — di un legame indissolubile. Un ritorno alle proprie origini che non sa di passato, ma di continuità. Perché nella sfoglia, come nella vita, la perfezione non sta nella forma, ma nella memoria che custodisce.
C’è tanta emozione, tenacia e nostalgia nell’itinerario di questa giornalista di origini emiliano-romagnole che, dal 2016 — anno della dipartita della nonna — ha deciso di specializzarsi nella pasta fresca. Quell’anno, a Natale, sulla tavola imbandita si apriva un vuoto abissale: mancavano proprio quei cappelletti che lei preparava con amore grande durante le festività, custodi di un sapere domestico tramandato a gesti, di una complicità che il tempo aveva di colpo sospeso.
Fu allora che Elena, spinta dalla strenua ricerca di quei sapori, decise di tornare alle radici del suo sentire. Si mise al lavoro con dedizione alacre e curiosità, andando a scuola dalle migliori sfogline della sua terra: donne di mani esperte e sguardo severo, ma capace di affetto, che le trasmisero la grazia nascosta del mestiere. Lodi, consigli, osservazioni puntuali: cappelletto dopo cappelletto, Elena affina il gesto, e nel “punto di chiusura” ritrova l’abbraccio perduto — il respiro della nonna, il suo profumo, l’eco di un’infanzia fatta di farina a mezzaria, di chiacchiere e silenzi che profumavano di casa.
Da quell’esperienza nasce Basta che sia Pasta, un blog che è insieme diario, laboratorio e luogo di memoria. Vi si intrecciano ricette e riflessioni, appunti di cucina e confessioni di vita. La sua è una scrittura schietta, luminosa, capace di fondere tecnica e sentimento: perché la pasta, in fondo, è molto più che nutrimento. È un atto d’amore, un rito quasi sacrale che resiste. È la risposta più gentile all’immediatezza del nostro tempo digitale: un tempo che scorre veloce, ma che lei sa rallentare con il ritmo del mattarello, con la calma necessaria a stendere una sfoglia perfetta.
Elena racconta la pasta come un linguaggio dell’anima, una forma di resistenza poetica. In ogni cappelletto si nasconde una carezza, in ogni tagliatella un gesto che salva. Basta che sia Pasta diventa così un manifesto di identità e di appartenenza, un invito a riscoprire il valore delle mani, il potere delle tradizioni, la dolcezza delle piccole cose che uniscono le generazioni.
È il fil rouge — fatto di uova e farina — di un legame indissolubile. Un ritorno alle proprie origini che non sa di passato, ma di continuità. Perché nella sfoglia, come nella vita, la perfezione non sta nella forma, ma nella memoria che custodisce.


