
UNA TREGUA DI SEMOLA
i dazi USA arretrano, la pasta resta
11/01/26

UNA TREGUA DI SEMOLA
i dazi USA arretrano, la pasta resta
11/01/26

UNA TREGUA DI SEMOLA
i dazi USA arretrano, la pasta resta
11/01/26
C’è un’idea ostinata, quasi ingenua, per cui la pasta attraversa l’Atlantico come attraversa una domenica: senza chiedere permesso, con la naturalezza delle cose necessarie. E invece no. Tra la semola e i container, la storia contemporanea sa ancora mettere sigilli, timbri, percentuali. Sa trasformare un gesto semplice – portare in tavola un piatto che consola – in una disputa di numeri e accuse, di “dumping” e “tariffe”, come se l’identità potesse essere pesata in dogana.
Nei giorni scorsi dagli Stati Uniti è arrivato un segnale che, per la filiera italiana, suona come una schiarita: la revisione al ribasso delle aliquote ipotizzate nell’indagine antidumping sulla pasta. Per mesi, l’ombra era stata quella di dazi enormi, capaci di rendere improvvisamente irriconoscibile il mercato americano: un luogo dove la pasta italiana non è solo merce, ma anche lingua, rito, nostalgia confezionata. La nuova stima ridimensiona quella minaccia, riorganizza le cifre, riapre un margine di respiro.
In Italia, la notizia è stata accolta come si accoglie una tregua: con gratitudine e prudenza. La diplomazia rivendica un lavoro paziente, fatto di interlocuzioni e dossier, di tavoli tecnici e pressioni misurate; la politica insiste sul registro della fermezza tranquilla, senza toni bellici; le associazioni industriali sottolineano l’importanza della collaborazione delle aziende e della trasparenza nella ricostruzione dei dati. È un gioco di equilibri: da un lato la necessità di difendere una filiera che vale lavoro, territori, investimenti; dall’altro l’obbligo di restare dentro le regole di un procedimento americano che ha tempi e logiche proprie.
Eppure, dietro i comunicati e le cifre, resta la questione che più interessa chi racconta la pasta come cultura: che cosa significa mettere un dazio su un simbolo? La pasta è un prodotto, certo: ha costi, margini, strategie commerciali. Ma è anche una forma di memoria esportata. È quel pacco che in molti hanno cercato da studenti, da emigrati, da italiani temporanei in un’altra lingua. È un modo di portarsi dietro casa, anche quando la casa non c’è. Colpirla con una tariffa punitiva significa colpire una parte di quella continuità: come se si dicesse che il gusto non può circolare liberamente, che anche la nostalgia deve pagare pedaggio. Oggi, dunque, si può parlare di un passo indietro rispetto allo scenario peggiore: un ridimensionamento che evita – almeno per ora – il cortocircuito di dazi capaci di stravolgere gli scaffali e i conti. Ma la partita non è chiusa. È, semmai, entrata nella sua fase più sottile: quella in cui una filiera intera deve dimostrare, ancora una volta, che l’Italia non vende “sottocosto” la propria identità, ma la costruisce – da secoli – con una disciplina che è insieme tecnica e civiltà.
E così la pasta resta lì, in bilico tra due verità: essere un bene quotidiano e, nello stesso tempo, un gesto collettivo. La dogana può misurare grammi e prezzi, ma non può misurare ciò che davvero passa dentro un piatto: la continuità di un Paese che, anche quando viene messo alla prova dai numeri, risponde con la stessa ostinazione di sempre. Quella di impastare. E andare avanti. A testa alta.
C’è un’idea ostinata, quasi ingenua, per cui la pasta attraversa l’Atlantico come attraversa una domenica: senza chiedere permesso, con la naturalezza delle cose necessarie. E invece no. Tra la semola e i container, la storia contemporanea sa ancora mettere sigilli, timbri, percentuali. Sa trasformare un gesto semplice – portare in tavola un piatto che consola – in una disputa di numeri e accuse, di “dumping” e “tariffe”, come se l’identità potesse essere pesata in dogana.
Nei giorni scorsi dagli Stati Uniti è arrivato un segnale che, per la filiera italiana, suona come una schiarita: la revisione al ribasso delle aliquote ipotizzate nell’indagine antidumping sulla pasta. Per mesi, l’ombra era stata quella di dazi enormi, capaci di rendere improvvisamente irriconoscibile il mercato americano: un luogo dove la pasta italiana non è solo merce, ma anche lingua, rito, nostalgia confezionata. La nuova stima ridimensiona quella minaccia, riorganizza le cifre, riapre un margine di respiro.
In Italia, la notizia è stata accolta come si accoglie una tregua: con gratitudine e prudenza. La diplomazia rivendica un lavoro paziente, fatto di interlocuzioni e dossier, di tavoli tecnici e pressioni misurate; la politica insiste sul registro della fermezza tranquilla, senza toni bellici; le associazioni industriali sottolineano l’importanza della collaborazione delle aziende e della trasparenza nella ricostruzione dei dati. È un gioco di equilibri: da un lato la necessità di difendere una filiera che vale lavoro, territori, investimenti; dall’altro l’obbligo di restare dentro le regole di un procedimento americano che ha tempi e logiche proprie.
Eppure, dietro i comunicati e le cifre, resta la questione che più interessa chi racconta la pasta come cultura: che cosa significa mettere un dazio su un simbolo? La pasta è un prodotto, certo: ha costi, margini, strategie commerciali. Ma è anche una forma di memoria esportata. È quel pacco che in molti hanno cercato da studenti, da emigrati, da italiani temporanei in un’altra lingua. È un modo di portarsi dietro casa, anche quando la casa non c’è. Colpirla con una tariffa punitiva significa colpire una parte di quella continuità: come se si dicesse che il gusto non può circolare liberamente, che anche la nostalgia deve pagare pedaggio. Oggi, dunque, si può parlare di un passo indietro rispetto allo scenario peggiore: un ridimensionamento che evita – almeno per ora – il cortocircuito di dazi capaci di stravolgere gli scaffali e i conti. Ma la partita non è chiusa. È, semmai, entrata nella sua fase più sottile: quella in cui una filiera intera deve dimostrare, ancora una volta, che l’Italia non vende “sottocosto” la propria identità, ma la costruisce – da secoli – con una disciplina che è insieme tecnica e civiltà.
E così la pasta resta lì, in bilico tra due verità: essere un bene quotidiano e, nello stesso tempo, un gesto collettivo. La dogana può misurare grammi e prezzi, ma non può misurare ciò che davvero passa dentro un piatto: la continuità di un Paese che, anche quando viene messo alla prova dai numeri, risponde con la stessa ostinazione di sempre. Quella di impastare. E andare avanti. A testa alta.
C’è un’idea ostinata, quasi ingenua, per cui la pasta attraversa l’Atlantico come attraversa una domenica: senza chiedere permesso, con la naturalezza delle cose necessarie. E invece no. Tra la semola e i container, la storia contemporanea sa ancora mettere sigilli, timbri, percentuali. Sa trasformare un gesto semplice – portare in tavola un piatto che consola – in una disputa di numeri e accuse, di “dumping” e “tariffe”, come se l’identità potesse essere pesata in dogana.
Nei giorni scorsi dagli Stati Uniti è arrivato un segnale che, per la filiera italiana, suona come una schiarita: la revisione al ribasso delle aliquote ipotizzate nell’indagine antidumping sulla pasta. Per mesi, l’ombra era stata quella di dazi enormi, capaci di rendere improvvisamente irriconoscibile il mercato americano: un luogo dove la pasta italiana non è solo merce, ma anche lingua, rito, nostalgia confezionata. La nuova stima ridimensiona quella minaccia, riorganizza le cifre, riapre un margine di respiro.
In Italia, la notizia è stata accolta come si accoglie una tregua: con gratitudine e prudenza. La diplomazia rivendica un lavoro paziente, fatto di interlocuzioni e dossier, di tavoli tecnici e pressioni misurate; la politica insiste sul registro della fermezza tranquilla, senza toni bellici; le associazioni industriali sottolineano l’importanza della collaborazione delle aziende e della trasparenza nella ricostruzione dei dati. È un gioco di equilibri: da un lato la necessità di difendere una filiera che vale lavoro, territori, investimenti; dall’altro l’obbligo di restare dentro le regole di un procedimento americano che ha tempi e logiche proprie.
Eppure, dietro i comunicati e le cifre, resta la questione che più interessa chi racconta la pasta come cultura: che cosa significa mettere un dazio su un simbolo? La pasta è un prodotto, certo: ha costi, margini, strategie commerciali. Ma è anche una forma di memoria esportata. È quel pacco che in molti hanno cercato da studenti, da emigrati, da italiani temporanei in un’altra lingua. È un modo di portarsi dietro casa, anche quando la casa non c’è. Colpirla con una tariffa punitiva significa colpire una parte di quella continuità: come se si dicesse che il gusto non può circolare liberamente, che anche la nostalgia deve pagare pedaggio. Oggi, dunque, si può parlare di un passo indietro rispetto allo scenario peggiore: un ridimensionamento che evita – almeno per ora – il cortocircuito di dazi capaci di stravolgere gli scaffali e i conti. Ma la partita non è chiusa. È, semmai, entrata nella sua fase più sottile: quella in cui una filiera intera deve dimostrare, ancora una volta, che l’Italia non vende “sottocosto” la propria identità, ma la costruisce – da secoli – con una disciplina che è insieme tecnica e civiltà.
E così la pasta resta lì, in bilico tra due verità: essere un bene quotidiano e, nello stesso tempo, un gesto collettivo. La dogana può misurare grammi e prezzi, ma non può misurare ciò che davvero passa dentro un piatto: la continuità di un Paese che, anche quando viene messo alla prova dai numeri, risponde con la stessa ostinazione di sempre. Quella di impastare. E andare avanti. A testa alta.


