LETTURE DI PASTA

Luigi Veronelli presenta "Il Libro della pasta”. (Fabbri Editori, 1985, 187 pp.)

24 ago 2026

LETTURE DI PASTA

Luigi Veronelli presenta "Il Libro della pasta”. (Fabbri Editori, 1985, 187 pp.)

24 ago 2026

LETTURE DI PASTA

Luigi Veronelli presenta "Il Libro della pasta”. (Fabbri Editori, 1985, 187 pp.)

24 ago 2026

Il Libro pesa gagliardo tra le mani, la carta è patinata, le fotografie conservano quella grana un poco ruvida tipica dei primi anni Ottanta. "Il Libro della pasta" si annuncia così, ancora prima di essere aperto — e bastano due pagine per ritrovarsi, “à rebours”, quarant’anni indietro.

 Il volume attraversa la pasta secca e quella fresca, gli impasti, i ripieni: un formato dopo l’altro. Forse non è un libro da leggere dall’inizio alla fine — si apre a metà, si torna indietro di venti pagine cercando quella ricetta intravista una volta, si rimanda il resto a un’altra occasione. Ogni voce porta con sé una cucina regionale, una casa, gesti che nel 1985 erano quotidiani e oggi, per molti, sono già un ricordo di famiglia.

 Certe fotografie dichiarano la propria età: colori un poco stemperati dal tempo, impaginazioni che oggi appaiono piuttosto naïf. L’idea, invece, è sempiterna — e tiene. Perché il libro non fu pensato per ammiccare da uno scaffale, ma per restare aperto sul piano di lavoro, magari con una macchia di sugo sulla pagina e un tocco di farina sulla copertina.

 Ed è proprio nella sua «sporcizia pratica» che funziona ancora. La pasta, qui, non è un pretesto: è l’impasto da lavorare con le mani, il ripieno da richiudere bene, il condimento da assaggiare con il mestolo di legno – cimelio affettivo e domestico di un’epoca che pare non ci sia più – e correggere finché non "è giusto di sale". E, in filigrana, quasi senza volerlo, il Libro restituisce un’Italia che nel frattempo è cambiata: falangi per le quali il fare era ancora un sapere quotidiano e la soddisfazione — piccola ma autentica — di un piatto riuscito.

Ricettari come questo finivano accanto ai fornelli, non nel ‘living’. Ed è proprio lì, un poco consumati e finalmente vissuti, che è giusto restino.

Il Libro pesa gagliardo tra le mani, la carta è patinata, le fotografie conservano quella grana un poco ruvida tipica dei primi anni Ottanta. "Il Libro della pasta" si annuncia così, ancora prima di essere aperto — e bastano due pagine per ritrovarsi, “à rebours”, quarant’anni indietro.

 Il volume attraversa la pasta secca e quella fresca, gli impasti, i ripieni: un formato dopo l’altro. Forse non è un libro da leggere dall’inizio alla fine — si apre a metà, si torna indietro di venti pagine cercando quella ricetta intravista una volta, si rimanda il resto a un’altra occasione. Ogni voce porta con sé una cucina regionale, una casa, gesti che nel 1985 erano quotidiani e oggi, per molti, sono già un ricordo di famiglia.

 Certe fotografie dichiarano la propria età: colori un poco stemperati dal tempo, impaginazioni che oggi appaiono piuttosto naïf. L’idea, invece, è sempiterna — e tiene. Perché il libro non fu pensato per ammiccare da uno scaffale, ma per restare aperto sul piano di lavoro, magari con una macchia di sugo sulla pagina e un tocco di farina sulla copertina.

 Ed è proprio nella sua «sporcizia pratica» che funziona ancora. La pasta, qui, non è un pretesto: è l’impasto da lavorare con le mani, il ripieno da richiudere bene, il condimento da assaggiare con il mestolo di legno – cimelio affettivo e domestico di un’epoca che pare non ci sia più – e correggere finché non "è giusto di sale". E, in filigrana, quasi senza volerlo, il Libro restituisce un’Italia che nel frattempo è cambiata: falangi per le quali il fare era ancora un sapere quotidiano e la soddisfazione — piccola ma autentica — di un piatto riuscito.

Ricettari come questo finivano accanto ai fornelli, non nel ‘living’. Ed è proprio lì, un poco consumati e finalmente vissuti, che è giusto restino.

Il Libro pesa gagliardo tra le mani, la carta è patinata, le fotografie conservano quella grana un poco ruvida tipica dei primi anni Ottanta. "Il Libro della pasta" si annuncia così, ancora prima di essere aperto — e bastano due pagine per ritrovarsi, “à rebours”, quarant’anni indietro.

 Il volume attraversa la pasta secca e quella fresca, gli impasti, i ripieni: un formato dopo l’altro. Forse non è un libro da leggere dall’inizio alla fine — si apre a metà, si torna indietro di venti pagine cercando quella ricetta intravista una volta, si rimanda il resto a un’altra occasione. Ogni voce porta con sé una cucina regionale, una casa, gesti che nel 1985 erano quotidiani e oggi, per molti, sono già un ricordo di famiglia.

 Certe fotografie dichiarano la propria età: colori un poco stemperati dal tempo, impaginazioni che oggi appaiono piuttosto naïf. L’idea, invece, è sempiterna — e tiene. Perché il libro non fu pensato per ammiccare da uno scaffale, ma per restare aperto sul piano di lavoro, magari con una macchia di sugo sulla pagina e un tocco di farina sulla copertina.

 Ed è proprio nella sua «sporcizia pratica» che funziona ancora. La pasta, qui, non è un pretesto: è l’impasto da lavorare con le mani, il ripieno da richiudere bene, il condimento da assaggiare con il mestolo di legno – cimelio affettivo e domestico di un’epoca che pare non ci sia più – e correggere finché non "è giusto di sale". E, in filigrana, quasi senza volerlo, il Libro restituisce un’Italia che nel frattempo è cambiata: falangi per le quali il fare era ancora un sapere quotidiano e la soddisfazione — piccola ma autentica — di un piatto riuscito.

Ricettari come questo finivano accanto ai fornelli, non nel ‘living’. Ed è proprio lì, un poco consumati e finalmente vissuti, che è giusto restino.