MARINA RAVAROTTO

Radici, fuoco, memoria contemporanea

1981

Nuoro

Identitaria - Materica

MARINA RAVAROTTO

Radici, fuoco, memoria contemporanea

1981

Nuoro

Identitaria - Materica

MARINA RAVAROTTO

Radici, fuoco, memoria contemporanea

1981

Nuoro

Identitaria - Materica

CURRICULUM VITAE

Nata nel 1981 a Nuoro, cuore pulsante della Barbagia, Marina Ravarotto porta con sé sin dall'infanzia un patrimonio fatto di sapori, profumi e calore domestico. Sono i pranzi in famiglia, le mani delle nonne, l'incontro straordinario tra due culture — quella sarda di Nuoro, dove affondano le radici del padre Piero, e quella altoatesina di Bolzano, terra d'origine della madre Maria — a forgiare la sua sensibilità gastronomica.

Dopo il diploma conseguito nel 1999 presso la Scuola Alberghiera ENAP di Sardegna, Marina inizia il suo percorso nelle cucine della sua città natale, fino all'incontro che segnerà profondamente la sua visione: quello con Mario Tirotto, Chef del Resort Valle dell'Erica a Santa Teresa di Gallura. Sotto la sua guida apprende molto più che ricette — apprende il significato autentico di dedizione, costanza, impegno e fantasia.

Il cammino prosegue affiancando grandi protagonisti della cucina sarda come Stefano Deidda e Roberto Petza, dai quali affina tecniche e impiattamenti, consolidando un'identità culinaria sempre più riconoscibile, radicata nella tradizione ma aperta alla contemporaneità.

È il 2017 quando Marina decide di costruire la sua casa: nasce il Ristorante ChiaroScuro a Cagliari, liberamente ispirato alle novelle di Grazia Deledda — la scrittrice nuorese Premio Nobel per la Letteratura, con la quale condivide non solo la città natia ma anche quella vena narrativa che trasforma ogni piatto in racconto.

Negli anni il locale cresce, affina la sua voce, definisce con maggiore precisione la propria identità. Persino la pandemia del 2020, con la sua ombra di incertezza, diventa per Marina un'opportunità di scoperta: impara da autodidatta l'arte di tessere 'Su Filindeu' — i "Fili di Dio" — i finissimi trini di semola che contano ormai pochissimi custodi nel mondo, e che richiedono una pazienza quasi mistica, fatta di tempo, dedizione e studio appassionato.

I riconoscimenti non tardano ad arrivare. Il coronamento giunge nel 2023, quando Marina Ravarotto entra nella Guida Michelin: un traguardo raggiunto dopo anni di sacrifici silenziosi, vissuto non come punto d'arrivo, ma come nuovo punto di partenza — uno stimolo per lei, per la sua brigata, per tutto ciò che ancora resta da scrivere.

dialoghi

  • Quando ha capito che la pasta sarebbe stata la Sua lingua madre?

  • Durante la mia esperienza da S'Apposentu con lo Chef Roberto Petza conobbi per la prima volta le 'Tallutzas', pasta tipica della Marmilla, la zona in cui si trova Siddi, dove allora aveva sede il ristorante. Lo Chef mi spiegò che quel tipo di pasta, nel suo locale, era riservato ai bambini. Fu lavorando quell'impasto di semola che capii di voler approfondire il mondo della pasta. Da lì partì una ricerca — anche storica, perché le 'Tallutzas' si rifanno al timbro tipico sardo de Sa Pintadera — sulle paste tradizionali, e crebbe in me la voglia di sperimentare sempre di più. Ogni volta che preparo un impasto, toccare la superficie con un dito per verificarne la consistenza mi riporta a quel giorno.

  • Se dovesse identificarsi come formato: quale struttura, quale rugosità, quale tenuta in cottura la rappresentano?

  • Sono un 'Andarinos': pasta tipica sarda, rugosa come le rughe che mi compaiono sulla fronte quando mi inquieto — movimentata, e permeabile a tutto ciò che la circonda.

  • 'Su Filindeu' è pasta votiva, rito di passaggio, gesto antico e rarissimo. Lei lo ha appreso da autodidatta. Cosa si smarrisce e cosa si guadagna nell'imparare una pasta senza maestra?

  • Si perde la possibilità di acquisire i segreti, la manualità e la gestualità che solo questa può tramandare. Nel caso del 'Filindeu' manca anche quella ritualità legata alla Festa di San Francesco, che appartiene alle matriarche nuoresi e non può essere trasmessa in altro modo. Si guadagna, in compenso, tanta pazienza, tanta dedizione e tanta sperimentazione — perché l'ingrediente fondamentale di questa pasta è la sua conoscenza. Per quanto mi riguarda, ne ho guadagnato anche un senso di pace con me stessa che avverto soltanto quando preparo questo tipo di pasta.

  • Cosa difende con ostinazione della cucina barbaricina e cosa ha imparato, con fatica, a rileggere in chiave contemporanea?

  • Con ostinazione porto avanti Su Pane Frattau, memoria della mia infanzia e della città di Nuoro. In chiave moderna ho invece riletto il Filindeu, affinando il brodo attraverso una chiarificazione per valorizzare ancora di più questa pasta rara.

  • Dal Su Filindeu agli Is Gravellus, ai Maccarrones de busa: quando decide di inserirli in carta, cosa ricerca — fedeltà, necessità narrativa, possibilità tecnica, emozione personale?

  • La mia scelta è quella di raccontare tutte le paste sarde, nei loro diversi formati. Il 'Filindeu' rimane in carta tutto l'anno; a ogni cambio di menù aggiungiamo un nuovo formato, scegliendo quello che meglio si adatta alla stagione. Ci sono ancora alcuni formati che non ho inserito: tra questi gli 'Sappuedus', tipici del Sulcis Iglesiente — ce li ha fatti conoscere la nostra responsabile di sala Barbara — e 'Su Pitzudu' di Ovodda.

  • Acqua, semola, sale, mani: l'impasto del 'Filindeu' è di un'essenzialità assoluta. Come si lavora sul minimo senza cadere nella carenza?

  • Il segreto è proprio nell'essenzialità. Il Filindeu esige rigore e rispetto dei passaggi: questo è il punto. Non si tratta di aggiungere, ma solo di non sottrarre nulla a ciò che c'è.

  • Il brodo richiede più tempo della pasta stessa. Quanto pesa l'elemento che non si vede rispetto alla forma che arriva in tavola?

  • Tutto è importante nella preparazione del piatto. Nel caso del 'Filindeu' il brodo deve essere equilibrato, giusto di spezie, calibrato in ogni suo ingrediente: dalle erbe alla carne di pecora. L'obiettivo è trovare un equilibrio che riesca, allo stesso tempo, a far risaltare la pasta — che è la vera regina del piatto.

  • Lei fa due mestieri: chef e imprenditrice. Quando i due ruoli entrano in conflitto, quale vince — e a quale costo?

  • Vince sempre la chef. Il costo è che le scelte non sempre sono dettate da un tornaconto economico, ma dalla voglia di sperimentare e di far conoscere il mio territorio.

  • ChiaroScuro è un ristorante nato da una scelta di campo: restare in Sardegna, raccontare la Barbagia da Cagliari. Quanto pesa la distanza tra il luogo che si racconta e il luogo in cui si cucina?

  • La distanza tra Nuoro e Cagliari si fa sentire, ma con il tempo ho trovato un giusto equilibrio. Aprire otto anni fa un ristorante di carne a Cagliari era una sfida: il tempo mi ha dato ragione. Le persone sono curiose, ritornano, e questo è motivo di grande soddisfazione. Un alimento che ancora non sono riuscita a portare in carta è la trota. Nuoro è lontana dal mare, e la trota di fiume è sempre stata il pesce per eccellenza in quelle zone. I piatti di pesce del nostro menù omaggiano il Golfo degli Angeli che ci ospita: è per questo che, per ora, la trota non ha ancora trovato posto.

  • Se dovesse consegnare alla pasta un futuro, che forma avrebbe?

  • Mi limiterei a consegnare le paste che già fanno parte della nostra tradizione che è sempre il punto di partenza sulla quale poter costruire il futuro.

CURRICULUM VITAE

Nata nel 1981 a Nuoro, cuore pulsante della Barbagia, Marina Ravarotto porta con sé sin dall'infanzia un patrimonio fatto di sapori, profumi e calore domestico. Sono i pranzi in famiglia, le mani delle nonne, l'incontro straordinario tra due culture — quella sarda di Nuoro, dove affondano le radici del padre Piero, e quella altoatesina di Bolzano, terra d'origine della madre Maria — a forgiare la sua sensibilità gastronomica.

Dopo il diploma conseguito nel 1999 presso la Scuola Alberghiera ENAP di Sardegna, Marina inizia il suo percorso nelle cucine della sua città natale, fino all'incontro che segnerà profondamente la sua visione: quello con Mario Tirotto, Chef del Resort Valle dell'Erica a Santa Teresa di Gallura. Sotto la sua guida apprende molto più che ricette — apprende il significato autentico di dedizione, costanza, impegno e fantasia.

Il cammino prosegue affiancando grandi protagonisti della cucina sarda come Stefano Deidda e Roberto Petza, dai quali affina tecniche e impiattamenti, consolidando un'identità culinaria sempre più riconoscibile, radicata nella tradizione ma aperta alla contemporaneità.

È il 2017 quando Marina decide di costruire la sua casa: nasce il Ristorante ChiaroScuro a Cagliari, liberamente ispirato alle novelle di Grazia Deledda — la scrittrice nuorese Premio Nobel per la Letteratura, con la quale condivide non solo la città natia ma anche quella vena narrativa che trasforma ogni piatto in racconto.

Negli anni il locale cresce, affina la sua voce, definisce con maggiore precisione la propria identità. Persino la pandemia del 2020, con la sua ombra di incertezza, diventa per Marina un'opportunità di scoperta: impara da autodidatta l'arte di tessere 'Su Filindeu' — i "Fili di Dio" — i finissimi trini di semola che contano ormai pochissimi custodi nel mondo, e che richiedono una pazienza quasi mistica, fatta di tempo, dedizione e studio appassionato.

I riconoscimenti non tardano ad arrivare. Il coronamento giunge nel 2023, quando Marina Ravarotto entra nella Guida Michelin: un traguardo raggiunto dopo anni di sacrifici silenziosi, vissuto non come punto d'arrivo, ma come nuovo punto di partenza — uno stimolo per lei, per la sua brigata, per tutto ciò che ancora resta da scrivere.

dialoghi

  • Quando ha capito che la pasta sarebbe stata la Sua lingua madre?

  • Durante la mia esperienza da S'Apposentu con lo Chef Roberto Petza conobbi per la prima volta le 'Tallutzas', pasta tipica della Marmilla, la zona in cui si trova Siddi, dove allora aveva sede il ristorante. Lo Chef mi spiegò che quel tipo di pasta, nel suo locale, era riservato ai bambini. Fu lavorando quell'impasto di semola che capii di voler approfondire il mondo della pasta. Da lì partì una ricerca — anche storica, perché le 'Tallutzas' si rifanno al timbro tipico sardo de Sa Pintadera — sulle paste tradizionali, e crebbe in me la voglia di sperimentare sempre di più. Ogni volta che preparo un impasto, toccare la superficie con un dito per verificarne la consistenza mi riporta a quel giorno.

  • Se dovesse identificarsi come formato: quale struttura, quale rugosità, quale tenuta in cottura la rappresentano?

  • Sono un 'Andarinos': pasta tipica sarda, rugosa come le rughe che mi compaiono sulla fronte quando mi inquieto — movimentata, e permeabile a tutto ciò che la circonda.

  • 'Su Filindeu' è pasta votiva, rito di passaggio, gesto antico e rarissimo. Lei lo ha appreso da autodidatta. Cosa si smarrisce e cosa si guadagna nell'imparare una pasta senza maestra?

  • Si perde la possibilità di acquisire i segreti, la manualità e la gestualità che solo questa può tramandare. Nel caso del 'Filindeu' manca anche quella ritualità legata alla Festa di San Francesco, che appartiene alle matriarche nuoresi e non può essere trasmessa in altro modo. Si guadagna, in compenso, tanta pazienza, tanta dedizione e tanta sperimentazione — perché l'ingrediente fondamentale di questa pasta è la sua conoscenza. Per quanto mi riguarda, ne ho guadagnato anche un senso di pace con me stessa che avverto soltanto quando preparo questo tipo di pasta.

  • Cosa difende con ostinazione della cucina barbaricina e cosa ha imparato, con fatica, a rileggere in chiave contemporanea?

  • Con ostinazione porto avanti Su Pane Frattau, memoria della mia infanzia e della città di Nuoro. In chiave moderna ho invece riletto il Filindeu, affinando il brodo attraverso una chiarificazione per valorizzare ancora di più questa pasta rara.

  • Dal Su Filindeu agli Is Gravellus, ai Maccarrones de busa: quando decide di inserirli in carta, cosa ricerca — fedeltà, necessità narrativa, possibilità tecnica, emozione personale?

  • La mia scelta è quella di raccontare tutte le paste sarde, nei loro diversi formati. Il 'Filindeu' rimane in carta tutto l'anno; a ogni cambio di menù aggiungiamo un nuovo formato, scegliendo quello che meglio si adatta alla stagione. Ci sono ancora alcuni formati che non ho inserito: tra questi gli 'Sappuedus', tipici del Sulcis Iglesiente — ce li ha fatti conoscere la nostra responsabile di sala Barbara — e 'Su Pitzudu' di Ovodda.

  • Acqua, semola, sale, mani: l'impasto del 'Filindeu' è di un'essenzialità assoluta. Come si lavora sul minimo senza cadere nella carenza?

  • Il segreto è proprio nell'essenzialità. Il Filindeu esige rigore e rispetto dei passaggi: questo è il punto. Non si tratta di aggiungere, ma solo di non sottrarre nulla a ciò che c'è.

  • Il brodo richiede più tempo della pasta stessa. Quanto pesa l'elemento che non si vede rispetto alla forma che arriva in tavola?

  • Tutto è importante nella preparazione del piatto. Nel caso del 'Filindeu' il brodo deve essere equilibrato, giusto di spezie, calibrato in ogni suo ingrediente: dalle erbe alla carne di pecora. L'obiettivo è trovare un equilibrio che riesca, allo stesso tempo, a far risaltare la pasta — che è la vera regina del piatto.

  • Lei fa due mestieri: chef e imprenditrice. Quando i due ruoli entrano in conflitto, quale vince — e a quale costo?

  • Vince sempre la chef. Il costo è che le scelte non sempre sono dettate da un tornaconto economico, ma dalla voglia di sperimentare e di far conoscere il mio territorio.

  • ChiaroScuro è un ristorante nato da una scelta di campo: restare in Sardegna, raccontare la Barbagia da Cagliari. Quanto pesa la distanza tra il luogo che si racconta e il luogo in cui si cucina?

  • La distanza tra Nuoro e Cagliari si fa sentire, ma con il tempo ho trovato un giusto equilibrio. Aprire otto anni fa un ristorante di carne a Cagliari era una sfida: il tempo mi ha dato ragione. Le persone sono curiose, ritornano, e questo è motivo di grande soddisfazione. Un alimento che ancora non sono riuscita a portare in carta è la trota. Nuoro è lontana dal mare, e la trota di fiume è sempre stata il pesce per eccellenza in quelle zone. I piatti di pesce del nostro menù omaggiano il Golfo degli Angeli che ci ospita: è per questo che, per ora, la trota non ha ancora trovato posto.

  • Se dovesse consegnare alla pasta un futuro, che forma avrebbe?

  • Mi limiterei a consegnare le paste che già fanno parte della nostra tradizione che è sempre il punto di partenza sulla quale poter costruire il futuro.

CURRICULUM VITAE

Nata nel 1981 a Nuoro, cuore pulsante della Barbagia, Marina Ravarotto porta con sé sin dall'infanzia un patrimonio fatto di sapori, profumi e calore domestico. Sono i pranzi in famiglia, le mani delle nonne, l'incontro straordinario tra due culture — quella sarda di Nuoro, dove affondano le radici del padre Piero, e quella altoatesina di Bolzano, terra d'origine della madre Maria — a forgiare la sua sensibilità gastronomica.

Dopo il diploma conseguito nel 1999 presso la Scuola Alberghiera ENAP di Sardegna, Marina inizia il suo percorso nelle cucine della sua città natale, fino all'incontro che segnerà profondamente la sua visione: quello con Mario Tirotto, Chef del Resort Valle dell'Erica a Santa Teresa di Gallura. Sotto la sua guida apprende molto più che ricette — apprende il significato autentico di dedizione, costanza, impegno e fantasia.

Il cammino prosegue affiancando grandi protagonisti della cucina sarda come Stefano Deidda e Roberto Petza, dai quali affina tecniche e impiattamenti, consolidando un'identità culinaria sempre più riconoscibile, radicata nella tradizione ma aperta alla contemporaneità.

È il 2017 quando Marina decide di costruire la sua casa: nasce il Ristorante ChiaroScuro a Cagliari, liberamente ispirato alle novelle di Grazia Deledda — la scrittrice nuorese Premio Nobel per la Letteratura, con la quale condivide non solo la città natia ma anche quella vena narrativa che trasforma ogni piatto in racconto.

Negli anni il locale cresce, affina la sua voce, definisce con maggiore precisione la propria identità. Persino la pandemia del 2020, con la sua ombra di incertezza, diventa per Marina un'opportunità di scoperta: impara da autodidatta l'arte di tessere 'Su Filindeu' — i "Fili di Dio" — i finissimi trini di semola che contano ormai pochissimi custodi nel mondo, e che richiedono una pazienza quasi mistica, fatta di tempo, dedizione e studio appassionato.

I riconoscimenti non tardano ad arrivare. Il coronamento giunge nel 2023, quando Marina Ravarotto entra nella Guida Michelin: un traguardo raggiunto dopo anni di sacrifici silenziosi, vissuto non come punto d'arrivo, ma come nuovo punto di partenza — uno stimolo per lei, per la sua brigata, per tutto ciò che ancora resta da scrivere.

dialoghi

  • Quando ha capito che la pasta sarebbe stata la Sua lingua madre?

  • Durante la mia esperienza da S'Apposentu con lo Chef Roberto Petza conobbi per la prima volta le 'Tallutzas', pasta tipica della Marmilla, la zona in cui si trova Siddi, dove allora aveva sede il ristorante. Lo Chef mi spiegò che quel tipo di pasta, nel suo locale, era riservato ai bambini. Fu lavorando quell'impasto di semola che capii di voler approfondire il mondo della pasta. Da lì partì una ricerca — anche storica, perché le 'Tallutzas' si rifanno al timbro tipico sardo de Sa Pintadera — sulle paste tradizionali, e crebbe in me la voglia di sperimentare sempre di più. Ogni volta che preparo un impasto, toccare la superficie con un dito per verificarne la consistenza mi riporta a quel giorno.

  • Se dovesse identificarsi come formato: quale struttura, quale rugosità, quale tenuta in cottura la rappresentano?

  • Sono un 'Andarinos': pasta tipica sarda, rugosa come le rughe che mi compaiono sulla fronte quando mi inquieto — movimentata, e permeabile a tutto ciò che la circonda.

  • 'Su Filindeu' è pasta votiva, rito di passaggio, gesto antico e rarissimo. Lei lo ha appreso da autodidatta. Cosa si smarrisce e cosa si guadagna nell'imparare una pasta senza maestra?

  • Si perde la possibilità di acquisire i segreti, la manualità e la gestualità che solo questa può tramandare. Nel caso del 'Filindeu' manca anche quella ritualità legata alla Festa di San Francesco, che appartiene alle matriarche nuoresi e non può essere trasmessa in altro modo. Si guadagna, in compenso, tanta pazienza, tanta dedizione e tanta sperimentazione — perché l'ingrediente fondamentale di questa pasta è la sua conoscenza. Per quanto mi riguarda, ne ho guadagnato anche un senso di pace con me stessa che avverto soltanto quando preparo questo tipo di pasta.

  • Cosa difende con ostinazione della cucina barbaricina e cosa ha imparato, con fatica, a rileggere in chiave contemporanea?

  • Con ostinazione porto avanti Su Pane Frattau, memoria della mia infanzia e della città di Nuoro. In chiave moderna ho invece riletto il Filindeu, affinando il brodo attraverso una chiarificazione per valorizzare ancora di più questa pasta rara.

  • Dal Su Filindeu agli Is Gravellus, ai Maccarrones de busa: quando decide di inserirli in carta, cosa ricerca — fedeltà, necessità narrativa, possibilità tecnica, emozione personale?

  • La mia scelta è quella di raccontare tutte le paste sarde, nei loro diversi formati. Il 'Filindeu' rimane in carta tutto l'anno; a ogni cambio di menù aggiungiamo un nuovo formato, scegliendo quello che meglio si adatta alla stagione. Ci sono ancora alcuni formati che non ho inserito: tra questi gli 'Sappuedus', tipici del Sulcis Iglesiente — ce li ha fatti conoscere la nostra responsabile di sala Barbara — e 'Su Pitzudu' di Ovodda.

  • Acqua, semola, sale, mani: l'impasto del 'Filindeu' è di un'essenzialità assoluta. Come si lavora sul minimo senza cadere nella carenza?

  • Il segreto è proprio nell'essenzialità. Il Filindeu esige rigore e rispetto dei passaggi: questo è il punto. Non si tratta di aggiungere, ma solo di non sottrarre nulla a ciò che c'è.

  • Il brodo richiede più tempo della pasta stessa. Quanto pesa l'elemento che non si vede rispetto alla forma che arriva in tavola?

  • Tutto è importante nella preparazione del piatto. Nel caso del 'Filindeu' il brodo deve essere equilibrato, giusto di spezie, calibrato in ogni suo ingrediente: dalle erbe alla carne di pecora. L'obiettivo è trovare un equilibrio che riesca, allo stesso tempo, a far risaltare la pasta — che è la vera regina del piatto.

  • Lei fa due mestieri: chef e imprenditrice. Quando i due ruoli entrano in conflitto, quale vince — e a quale costo?

  • Vince sempre la chef. Il costo è che le scelte non sempre sono dettate da un tornaconto economico, ma dalla voglia di sperimentare e di far conoscere il mio territorio.

  • ChiaroScuro è un ristorante nato da una scelta di campo: restare in Sardegna, raccontare la Barbagia da Cagliari. Quanto pesa la distanza tra il luogo che si racconta e il luogo in cui si cucina?

  • La distanza tra Nuoro e Cagliari si fa sentire, ma con il tempo ho trovato un giusto equilibrio. Aprire otto anni fa un ristorante di carne a Cagliari era una sfida: il tempo mi ha dato ragione. Le persone sono curiose, ritornano, e questo è motivo di grande soddisfazione. Un alimento che ancora non sono riuscita a portare in carta è la trota. Nuoro è lontana dal mare, e la trota di fiume è sempre stata il pesce per eccellenza in quelle zone. I piatti di pesce del nostro menù omaggiano il Golfo degli Angeli che ci ospita: è per questo che, per ora, la trota non ha ancora trovato posto.

  • Se dovesse consegnare alla pasta un futuro, che forma avrebbe?

  • Mi limiterei a consegnare le paste che già fanno parte della nostra tradizione che è sempre il punto di partenza sulla quale poter costruire il futuro.