
PAPPARDELLE. L’APPETITO DELLE PAROLE
anche quando sono troppe
28 ott 2026

PAPPARDELLE. L’APPETITO DELLE PAROLE
anche quando sono troppe
28 ott 2026

PAPPARDELLE. L’APPETITO DELLE PAROLE
anche quando sono troppe
28 ott 2026
La fame vien mangiando, recita il proverbio. E ancora: «Il miglior condimento è la fame». Con le pappardelle si può cominciare ad avere appetito già pronunciandone il nome: ingombra le fauci, indugia fra le consonanti, come suggestione sonora promette un boccone generoso prima ancora che il piatto arrivi.
Treccani riconduce il nome a pappare, pur precisando che la formazione della parola non è del tutto acclarata. Possiamo riconoscervi il richiamo al mangiare avidamente e abbondantemente, senza pretendere di averne ricostruito l’intera storia. Sarebbe comodo, per chi scrive, trovare tutto già servito. Anche l’etimologia.
Il nome, intanto, attraversa i secoli. Il Vocabolario storico della lingua italiana della gastronomia ne segnala un’attestazione nel Libro della mensa dei priori di Firenze, del 1344–1345. E nel Corbaccio di Boccaccio le pappardelle compaiono «col formaggio parmigiano». Quel condimento ci sembra familiare; la pasta, però, resta meno definita. Queste testimonianze documentano l’uso antico del nome, senza dirci se larghezza, spessore e impasto coincidessero con quelli di oggi.
Nel 1560, nella Singolar dottrina di Domenico Romoli, un capitolo è dedicato alle «Lepri con pappardelle». Le istruzioni parlano di lasagne sottili, delicate e morbide, da cuocere nel brodo della lepre. In quel brodo scuro, insaporito di pepe, la pasta partecipa a una cucina che ci appare insieme vicina e remota: riconosciamo un abbinamento, mentre cambiano i gesti e il modo di comporre il piatto.
La stessa parola poteva riservare altre sorprese. Nell’Opera di Bartolomeo Scappi, del 1570, sono chiamate pappardelle anche frittelle a base di ricotta, uova e mollica di pane, servite con zucchero. Basta voltare pagina e il nome familiare conduce altrove. È anche questo il piacere di leggere gli antichi ricettari: incontrare una parola conosciuta e scoprire di non sapere ancora che cosa verrà portato in tavola.
Fuori dalla cucina c’è poi la pappardella fatta di parole: un discorso o uno scritto che annoia per lunghezza, disordine o ripetitività. Chiamarla così è già un giudizio, il segno di una misura oltrepassata. Si sente quasi il sospiro di chi ascolta, segue una digressione, ne affronta un’altra e comincia a dubitare che ci sia un approdo. La pasta trova una forma; il discorso non trova una fine.
Possiamo leggere in questo uso una piccola scena di eccesso. Chi parla continua a servire argomenti quando l’altro ha già perduto l’appetito. Aggiunge una premessa, riprende un dettaglio, torna su ciò che pareva concluso. L’abbondanza, tanto promettente nel nome della pasta, diventa qui un’offerta dalla quale è difficile congedarsi. Anche la pazienza, evidentemente, conosce la sazietà.
Del resto, diciamo che un racconto si gusta, che un libro si divora, che certe parole sono difficili da digerire o non vanno giù. Possiamo avere fame di notizie, sete di sapere, trovare insipida una conversazione. Il lessico della tavola ci accompagna anche quando leggiamo o ascoltiamo: dà un sapore al piacere, una consistenza alla fatica, perfino un peso a ciò che avremmo preferito non sentire.
La lunghezza, tuttavia, da sola spiega poco. Ci sono racconti che vorremmo prolungare, voci alle quali continuiamo a fare domande, pagine che rallentiamo per abitarle ancora. E ci sono poche frasi capaci di esaurire subito la nostra disponibilità. Conta ciò che accade durante quel tempo: una scoperta, un’immagine, il piacere di riconoscersi o di incontrare un pensiero inatteso. La parola può chiedere di sostare, purché abbia qualcosa da offrire.
A tavola lo sappiamo bene. Un pranzo si prolunga volentieri quando la conversazione passa da una voce all’altra, accoglie una domanda, lascia affiorare un ricordo. Il racconto di uno diventa occasione per quello di un altro. La pappardella verbale sembra invece dimenticarsi dei commensali: occupa il tempo comune, riempie ogni pausa, continua a versare. Chi ascolta cerca uno spiraglio per rientrare nella conversazione.
Rimane una lieve ingiustizia verso la pasta, alla quale abbiamo affidato anche la parte della noia. I suoi nastri larghi sanno raccogliere un condimento; alle parole chiediamo di raccogliere un pensiero e farlo arrivare a qualcuno. Quando ci riescono, restiamo volentieri a tavola. Altrimenti, viene voglia di chiedere una porzione più piccola.
La fame vien mangiando, recita il proverbio. E ancora: «Il miglior condimento è la fame». Con le pappardelle si può cominciare ad avere appetito già pronunciandone il nome: ingombra le fauci, indugia fra le consonanti, come suggestione sonora promette un boccone generoso prima ancora che il piatto arrivi.
Treccani riconduce il nome a pappare, pur precisando che la formazione della parola non è del tutto acclarata. Possiamo riconoscervi il richiamo al mangiare avidamente e abbondantemente, senza pretendere di averne ricostruito l’intera storia. Sarebbe comodo, per chi scrive, trovare tutto già servito. Anche l’etimologia.
Il nome, intanto, attraversa i secoli. Il Vocabolario storico della lingua italiana della gastronomia ne segnala un’attestazione nel Libro della mensa dei priori di Firenze, del 1344–1345. E nel Corbaccio di Boccaccio le pappardelle compaiono «col formaggio parmigiano». Quel condimento ci sembra familiare; la pasta, però, resta meno definita. Queste testimonianze documentano l’uso antico del nome, senza dirci se larghezza, spessore e impasto coincidessero con quelli di oggi.
Nel 1560, nella Singolar dottrina di Domenico Romoli, un capitolo è dedicato alle «Lepri con pappardelle». Le istruzioni parlano di lasagne sottili, delicate e morbide, da cuocere nel brodo della lepre. In quel brodo scuro, insaporito di pepe, la pasta partecipa a una cucina che ci appare insieme vicina e remota: riconosciamo un abbinamento, mentre cambiano i gesti e il modo di comporre il piatto.
La stessa parola poteva riservare altre sorprese. Nell’Opera di Bartolomeo Scappi, del 1570, sono chiamate pappardelle anche frittelle a base di ricotta, uova e mollica di pane, servite con zucchero. Basta voltare pagina e il nome familiare conduce altrove. È anche questo il piacere di leggere gli antichi ricettari: incontrare una parola conosciuta e scoprire di non sapere ancora che cosa verrà portato in tavola.
Fuori dalla cucina c’è poi la pappardella fatta di parole: un discorso o uno scritto che annoia per lunghezza, disordine o ripetitività. Chiamarla così è già un giudizio, il segno di una misura oltrepassata. Si sente quasi il sospiro di chi ascolta, segue una digressione, ne affronta un’altra e comincia a dubitare che ci sia un approdo. La pasta trova una forma; il discorso non trova una fine.
Possiamo leggere in questo uso una piccola scena di eccesso. Chi parla continua a servire argomenti quando l’altro ha già perduto l’appetito. Aggiunge una premessa, riprende un dettaglio, torna su ciò che pareva concluso. L’abbondanza, tanto promettente nel nome della pasta, diventa qui un’offerta dalla quale è difficile congedarsi. Anche la pazienza, evidentemente, conosce la sazietà.
Del resto, diciamo che un racconto si gusta, che un libro si divora, che certe parole sono difficili da digerire o non vanno giù. Possiamo avere fame di notizie, sete di sapere, trovare insipida una conversazione. Il lessico della tavola ci accompagna anche quando leggiamo o ascoltiamo: dà un sapore al piacere, una consistenza alla fatica, perfino un peso a ciò che avremmo preferito non sentire.
La lunghezza, tuttavia, da sola spiega poco. Ci sono racconti che vorremmo prolungare, voci alle quali continuiamo a fare domande, pagine che rallentiamo per abitarle ancora. E ci sono poche frasi capaci di esaurire subito la nostra disponibilità. Conta ciò che accade durante quel tempo: una scoperta, un’immagine, il piacere di riconoscersi o di incontrare un pensiero inatteso. La parola può chiedere di sostare, purché abbia qualcosa da offrire.
A tavola lo sappiamo bene. Un pranzo si prolunga volentieri quando la conversazione passa da una voce all’altra, accoglie una domanda, lascia affiorare un ricordo. Il racconto di uno diventa occasione per quello di un altro. La pappardella verbale sembra invece dimenticarsi dei commensali: occupa il tempo comune, riempie ogni pausa, continua a versare. Chi ascolta cerca uno spiraglio per rientrare nella conversazione.
Rimane una lieve ingiustizia verso la pasta, alla quale abbiamo affidato anche la parte della noia. I suoi nastri larghi sanno raccogliere un condimento; alle parole chiediamo di raccogliere un pensiero e farlo arrivare a qualcuno. Quando ci riescono, restiamo volentieri a tavola. Altrimenti, viene voglia di chiedere una porzione più piccola.
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La fame vien mangiando, recita il proverbio. E ancora: «Il miglior condimento è la fame». Con le pappardelle si può cominciare ad avere appetito già pronunciandone il nome: ingombra le fauci, indugia fra le consonanti, come suggestione sonora promette un boccone generoso prima ancora che il piatto arrivi.
Treccani riconduce il nome a pappare, pur precisando che la formazione della parola non è del tutto acclarata. Possiamo riconoscervi il richiamo al mangiare avidamente e abbondantemente, senza pretendere di averne ricostruito l’intera storia. Sarebbe comodo, per chi scrive, trovare tutto già servito. Anche l’etimologia.
Il nome, intanto, attraversa i secoli. Il Vocabolario storico della lingua italiana della gastronomia ne segnala un’attestazione nel Libro della mensa dei priori di Firenze, del 1344–1345. E nel Corbaccio di Boccaccio le pappardelle compaiono «col formaggio parmigiano». Quel condimento ci sembra familiare; la pasta, però, resta meno definita. Queste testimonianze documentano l’uso antico del nome, senza dirci se larghezza, spessore e impasto coincidessero con quelli di oggi.
Nel 1560, nella Singolar dottrina di Domenico Romoli, un capitolo è dedicato alle «Lepri con pappardelle». Le istruzioni parlano di lasagne sottili, delicate e morbide, da cuocere nel brodo della lepre. In quel brodo scuro, insaporito di pepe, la pasta partecipa a una cucina che ci appare insieme vicina e remota: riconosciamo un abbinamento, mentre cambiano i gesti e il modo di comporre il piatto.
La stessa parola poteva riservare altre sorprese. Nell’Opera di Bartolomeo Scappi, del 1570, sono chiamate pappardelle anche frittelle a base di ricotta, uova e mollica di pane, servite con zucchero. Basta voltare pagina e il nome familiare conduce altrove. È anche questo il piacere di leggere gli antichi ricettari: incontrare una parola conosciuta e scoprire di non sapere ancora che cosa verrà portato in tavola.
Fuori dalla cucina c’è poi la pappardella fatta di parole: un discorso o uno scritto che annoia per lunghezza, disordine o ripetitività. Chiamarla così è già un giudizio, il segno di una misura oltrepassata. Si sente quasi il sospiro di chi ascolta, segue una digressione, ne affronta un’altra e comincia a dubitare che ci sia un approdo. La pasta trova una forma; il discorso non trova una fine.
Possiamo leggere in questo uso una piccola scena di eccesso. Chi parla continua a servire argomenti quando l’altro ha già perduto l’appetito. Aggiunge una premessa, riprende un dettaglio, torna su ciò che pareva concluso. L’abbondanza, tanto promettente nel nome della pasta, diventa qui un’offerta dalla quale è difficile congedarsi. Anche la pazienza, evidentemente, conosce la sazietà.
Del resto, diciamo che un racconto si gusta, che un libro si divora, che certe parole sono difficili da digerire o non vanno giù. Possiamo avere fame di notizie, sete di sapere, trovare insipida una conversazione. Il lessico della tavola ci accompagna anche quando leggiamo o ascoltiamo: dà un sapore al piacere, una consistenza alla fatica, perfino un peso a ciò che avremmo preferito non sentire.
La lunghezza, tuttavia, da sola spiega poco. Ci sono racconti che vorremmo prolungare, voci alle quali continuiamo a fare domande, pagine che rallentiamo per abitarle ancora. E ci sono poche frasi capaci di esaurire subito la nostra disponibilità. Conta ciò che accade durante quel tempo: una scoperta, un’immagine, il piacere di riconoscersi o di incontrare un pensiero inatteso. La parola può chiedere di sostare, purché abbia qualcosa da offrire.
A tavola lo sappiamo bene. Un pranzo si prolunga volentieri quando la conversazione passa da una voce all’altra, accoglie una domanda, lascia affiorare un ricordo. Il racconto di uno diventa occasione per quello di un altro. La pappardella verbale sembra invece dimenticarsi dei commensali: occupa il tempo comune, riempie ogni pausa, continua a versare. Chi ascolta cerca uno spiraglio per rientrare nella conversazione.
Rimane una lieve ingiustizia verso la pasta, alla quale abbiamo affidato anche la parte della noia. I suoi nastri larghi sanno raccogliere un condimento; alle parole chiediamo di raccogliere un pensiero e farlo arrivare a qualcuno. Quando ci riescono, restiamo volentieri a tavola. Altrimenti, viene voglia di chiedere una porzione più piccola.



