
IL PESSIMISMO NON MANGIA MACCHERONI
Leopardi, Napoli e l’equivoco di una guerra gastronomica
10 ott 2026

IL PESSIMISMO NON MANGIA MACCHERONI
Leopardi, Napoli e l’equivoco di una guerra gastronomica
10 ott 2026

IL PESSIMISMO NON MANGIA MACCHERONI
Leopardi, Napoli e l’equivoco di una guerra gastronomica
10 ott 2026
Giacomo Leopardi odiava i maccheroni? La risposta più onesta è che nulla lo prova. E soprattutto, ciò che scrisse non è quello che i nuovi credenti di questa leggenda vogliono farci credere.
Composto a Napoli nel 1835-36 e pubblicato soltanto nel 1906, I nuovi credenti è un capitolo satirico in terza rima, di tono bernesco, che prende di mira gli ambienti dello spiritualismo napoletano: quella fiducia consolatoria nell’uomo e nel proprio tempo che Leopardi considerava divergente con la sua filosofia. È dentro questa polemica, non dentro una recensione gastronomica ante litteram, che entrano in scena i maccheroni.
La città viene convocata quasi topograficamente: dal Lavinaio al Chiatamone, da Sant’Elmo al Molo, per Toledo, la Riviera di Chiaia, il Mercato, Capodimonte. Poi la stoccata: «D’un concorde voler tutta in mio danno / s’arma Napoli a gara alla difesa / de’ maccheroni suoi». A dichiarare guerra, dunque, è Napoli, non il poeta: le pesa troppo che si sia «anteposto il morir» ai maccheroni. Seguono triglie e alici, ostriche e «frutta di mare», fino ai gelati dell’«arte onde barone è Vito». Un’intera geografia del piacere viene apparecchiata davanti al lettore, come se la dovizia stessa bastasse a certificare la bontà della vita partenopea.
Ma il bersaglio non è il piatto.
I maccheroni divengono piuttosto la cifra di quella felicità troppo facilmente garantita: si mangia bene, si conversa, ci si intrattiene, dunque la vita deve essere, necessariamente, buona. Napoli, nei versi, non si capacita che, «quando son buoni», i maccheroni non rendano felici «borghi, terre, provincie e nazioni». È precisamente questo sillogismo — già messo in scena dall’elenco di piaceri che precede — che Leopardi sovverte. L’appagamento del corpo, nella sua satira, rischia di trasformarsi in indolenza del pensiero; la consolazione quotidiana, in alibi per non guardare ciò che incomoda.
Non è un dettaglio da poco che già nel Dialogo di Tristano e di un amico (1832) Leopardi avesse respinto l’idea che la propria concezione dell’infelicità umana fosse semplicemente il prodotto della malattia: Tristano ammette di non sapere se i suoi sentimenti germinino da lì, ma «malato o sano» rivendica una «filosofia dolorosa, ma vera». Ridurre il suo pensiero al patimento del corpo era, per lui, un modo di non affrontarne la sostanza. Nei Nuovi credenti il meccanismo torna quasi capovolto: al corpo che spasima si oppone il corpo satollo, e neppure quest’ultimo, costituisce una prova filosofica della felicità.
Si racconta spesso che il poeta giuglianese Gennaro Quaranta rispondesse immediatamente a Leopardi con la Maccheronata, rimproverandogli di aver amato i libri, che «fanno l’umor negro», più dei maccheroni.
La cronologia, però, non lo consentirebbe. Quaranta nacque a Giugliano nel 1899, oltre sessant’anni dopo la morte di Leopardi. Lo dicono gli stessi versi, che si rivolgono al poeta al passato («fosti infelice») e al condizionale («giunto saresti»): si parla a un defunto. La Maccheronata. Sonetti in difesa dei maccheroni appartiene al Novecento: uscì a Napoli negli anni Quaranta, e la Pro Loco di Giugliano la presenta come una satira ispirata al «gran digiuno» della guerra. Non dunque una replica ottocentesca «per le rime», ma un sonetto burlesco postumo, scritto oltre un secolo dopo.
Leopardi non dichiarò guerra alla pasta. Tra le sue carte napoletane si conserva, anzi, una lista autografa di piatti in cui compaiono anche i maccheroni. Li impiegò come solo un grande scrittore avrebbe potuto fare: trasformando un alimento profondamente radicato nella vita napoletana in un quesito filosofico.
Può un piatto colmo bastare a dimostrare che il mondo sia felice e a tacitare così, con complicità acquiescente, il nostro horror vacui esistenziale?
Per Leopardi, evidentemente, no.
Giacomo Leopardi odiava i maccheroni? La risposta più onesta è che nulla lo prova. E soprattutto, ciò che scrisse non è quello che i nuovi credenti di questa leggenda vogliono farci credere.
Composto a Napoli nel 1835-36 e pubblicato soltanto nel 1906, I nuovi credenti è un capitolo satirico in terza rima, di tono bernesco, che prende di mira gli ambienti dello spiritualismo napoletano: quella fiducia consolatoria nell’uomo e nel proprio tempo che Leopardi considerava divergente con la sua filosofia. È dentro questa polemica, non dentro una recensione gastronomica ante litteram, che entrano in scena i maccheroni.
La città viene convocata quasi topograficamente: dal Lavinaio al Chiatamone, da Sant’Elmo al Molo, per Toledo, la Riviera di Chiaia, il Mercato, Capodimonte. Poi la stoccata: «D’un concorde voler tutta in mio danno / s’arma Napoli a gara alla difesa / de’ maccheroni suoi». A dichiarare guerra, dunque, è Napoli, non il poeta: le pesa troppo che si sia «anteposto il morir» ai maccheroni. Seguono triglie e alici, ostriche e «frutta di mare», fino ai gelati dell’«arte onde barone è Vito». Un’intera geografia del piacere viene apparecchiata davanti al lettore, come se la dovizia stessa bastasse a certificare la bontà della vita partenopea.
Ma il bersaglio non è il piatto.
I maccheroni divengono piuttosto la cifra di quella felicità troppo facilmente garantita: si mangia bene, si conversa, ci si intrattiene, dunque la vita deve essere, necessariamente, buona. Napoli, nei versi, non si capacita che, «quando son buoni», i maccheroni non rendano felici «borghi, terre, provincie e nazioni». È precisamente questo sillogismo — già messo in scena dall’elenco di piaceri che precede — che Leopardi sovverte. L’appagamento del corpo, nella sua satira, rischia di trasformarsi in indolenza del pensiero; la consolazione quotidiana, in alibi per non guardare ciò che incomoda.
Non è un dettaglio da poco che già nel Dialogo di Tristano e di un amico (1832) Leopardi avesse respinto l’idea che la propria concezione dell’infelicità umana fosse semplicemente il prodotto della malattia: Tristano ammette di non sapere se i suoi sentimenti germinino da lì, ma «malato o sano» rivendica una «filosofia dolorosa, ma vera». Ridurre il suo pensiero al patimento del corpo era, per lui, un modo di non affrontarne la sostanza. Nei Nuovi credenti il meccanismo torna quasi capovolto: al corpo che spasima si oppone il corpo satollo, e neppure quest’ultimo, costituisce una prova filosofica della felicità.
Si racconta spesso che il poeta giuglianese Gennaro Quaranta rispondesse immediatamente a Leopardi con la Maccheronata, rimproverandogli di aver amato i libri, che «fanno l’umor negro», più dei maccheroni.
La cronologia, però, non lo consentirebbe. Quaranta nacque a Giugliano nel 1899, oltre sessant’anni dopo la morte di Leopardi. Lo dicono gli stessi versi, che si rivolgono al poeta al passato («fosti infelice») e al condizionale («giunto saresti»): si parla a un defunto. La Maccheronata. Sonetti in difesa dei maccheroni appartiene al Novecento: uscì a Napoli negli anni Quaranta, e la Pro Loco di Giugliano la presenta come una satira ispirata al «gran digiuno» della guerra. Non dunque una replica ottocentesca «per le rime», ma un sonetto burlesco postumo, scritto oltre un secolo dopo.
Leopardi non dichiarò guerra alla pasta. Tra le sue carte napoletane si conserva, anzi, una lista autografa di piatti in cui compaiono anche i maccheroni. Li impiegò come solo un grande scrittore avrebbe potuto fare: trasformando un alimento profondamente radicato nella vita napoletana in un quesito filosofico.
Può un piatto colmo bastare a dimostrare che il mondo sia felice e a tacitare così, con complicità acquiescente, il nostro horror vacui esistenziale?
Per Leopardi, evidentemente, no.
Giacomo Leopardi odiava i maccheroni? La risposta più onesta è che nulla lo prova. E soprattutto, ciò che scrisse non è quello che i nuovi credenti di questa leggenda vogliono farci credere.
Composto a Napoli nel 1835-36 e pubblicato soltanto nel 1906, I nuovi credenti è un capitolo satirico in terza rima, di tono bernesco, che prende di mira gli ambienti dello spiritualismo napoletano: quella fiducia consolatoria nell’uomo e nel proprio tempo che Leopardi considerava divergente con la sua filosofia. È dentro questa polemica, non dentro una recensione gastronomica ante litteram, che entrano in scena i maccheroni.
La città viene convocata quasi topograficamente: dal Lavinaio al Chiatamone, da Sant’Elmo al Molo, per Toledo, la Riviera di Chiaia, il Mercato, Capodimonte. Poi la stoccata: «D’un concorde voler tutta in mio danno / s’arma Napoli a gara alla difesa / de’ maccheroni suoi». A dichiarare guerra, dunque, è Napoli, non il poeta: le pesa troppo che si sia «anteposto il morir» ai maccheroni. Seguono triglie e alici, ostriche e «frutta di mare», fino ai gelati dell’«arte onde barone è Vito». Un’intera geografia del piacere viene apparecchiata davanti al lettore, come se la dovizia stessa bastasse a certificare la bontà della vita partenopea.
Ma il bersaglio non è il piatto.
I maccheroni divengono piuttosto la cifra di quella felicità troppo facilmente garantita: si mangia bene, si conversa, ci si intrattiene, dunque la vita deve essere, necessariamente, buona. Napoli, nei versi, non si capacita che, «quando son buoni», i maccheroni non rendano felici «borghi, terre, provincie e nazioni». È precisamente questo sillogismo — già messo in scena dall’elenco di piaceri che precede — che Leopardi sovverte. L’appagamento del corpo, nella sua satira, rischia di trasformarsi in indolenza del pensiero; la consolazione quotidiana, in alibi per non guardare ciò che incomoda.
Non è un dettaglio da poco che già nel Dialogo di Tristano e di un amico (1832) Leopardi avesse respinto l’idea che la propria concezione dell’infelicità umana fosse semplicemente il prodotto della malattia: Tristano ammette di non sapere se i suoi sentimenti germinino da lì, ma «malato o sano» rivendica una «filosofia dolorosa, ma vera». Ridurre il suo pensiero al patimento del corpo era, per lui, un modo di non affrontarne la sostanza. Nei Nuovi credenti il meccanismo torna quasi capovolto: al corpo che spasima si oppone il corpo satollo, e neppure quest’ultimo, costituisce una prova filosofica della felicità.
Si racconta spesso che il poeta giuglianese Gennaro Quaranta rispondesse immediatamente a Leopardi con la Maccheronata, rimproverandogli di aver amato i libri, che «fanno l’umor negro», più dei maccheroni.
La cronologia, però, non lo consentirebbe. Quaranta nacque a Giugliano nel 1899, oltre sessant’anni dopo la morte di Leopardi. Lo dicono gli stessi versi, che si rivolgono al poeta al passato («fosti infelice») e al condizionale («giunto saresti»): si parla a un defunto. La Maccheronata. Sonetti in difesa dei maccheroni appartiene al Novecento: uscì a Napoli negli anni Quaranta, e la Pro Loco di Giugliano la presenta come una satira ispirata al «gran digiuno» della guerra. Non dunque una replica ottocentesca «per le rime», ma un sonetto burlesco postumo, scritto oltre un secolo dopo.
Leopardi non dichiarò guerra alla pasta. Tra le sue carte napoletane si conserva, anzi, una lista autografa di piatti in cui compaiono anche i maccheroni. Li impiegò come solo un grande scrittore avrebbe potuto fare: trasformando un alimento profondamente radicato nella vita napoletana in un quesito filosofico.
Può un piatto colmo bastare a dimostrare che il mondo sia felice e a tacitare così, con complicità acquiescente, il nostro horror vacui esistenziale?
Per Leopardi, evidentemente, no.



