1932

Roma

Pastificio - Gastronomia

1932

Roma

Pastificio - Gastronomia

1932

Roma

Pastificio - Gastronomia

genesi

Ci sono botteghe per le quali parlano gli anziani habitué e le persone che vi fanno ritorno.

Nel caso del Pastificio Taddei, a Roma, questo ritorno ha spesso il passo lento e commosso di chi entra in negozio e dice: «Venivo qui a comprare i tortellini quando ero bambina».

È forse questa la vera data di nascita di un luogo: non soltanto il 1932, anno in cui il pastificio avvia la propria storia, ma il momento in cui una bottega diventa memoria domestica. Un punto fermo. Una golosa abitudine che attraversa le generazioni e resta, anche quando cambia tutto intorno.

L’insegna Taddei appartiene alla storia originaria del laboratorio. Francesco Bonacci, che lì lavorava, ne raccolse poi il testimone quando la continuità familiare precedente non proseguì nell’attività. Da allora il nome è rimasto, come spesso accade nelle botteghe vere: non per nostalgia decorativa, ma perché certi nomi diventano casa. Oggi quella storia continua con Chiara e Daniele - i figli - in una gestione ancora familiare, tra il laboratorio di Viale delle Milizie e il punto vendita sulla Cassia.

La pasta fresca all’uovo, qui, non è una moda ritrovata. È un gesto rimasto uguale nella sostanza: farina, uova, sfoglia, ripieno, banco, prenotazioni, clienti che si passano la voce. Anche quando i prezzi salgono, anche quando le abitudini cambiano, chi riconosce un prodotto artigianale tende a tornare. Perché certe paste non si comprano soltanto: si riconsegnano alla tavola.

Il segreto, racconta Daniele, è duplice. Da una parte ci sono le ricette dei ripieni, rimaste fedeli alla memoria del 1932. Dall’altra c’è la materia prima, da scegliere ogni giorno con attenzione, perché una ricetta antica non basta se non trova ingredienti vivi, coerenti, all’altezza.

Poi c’è la macchina. O meglio: il corpo antico della sfoglia; un cilindro in ghisa del 1920, già acquistato usato quando il pastificio cominciò la propria storia. Non è un dettaglio romantico: è tecnica. La ghisa non scalda, accompagna l’impasto senza violentarlo, lascia alla sfoglia una qualità tattile diversa, una tensione più composta, una superficie capace di tenere sugo, taglio, morso. È lì che fettuccine e tonnarelli diventano riconoscibili. Non per effetto speciale, ma per fedeltà a un modo di fare.

magie

Tra i fiori all’occhiello Daniele cita anzitutto i Cappelletti — che a Roma molti continuano a chiamare Tortellini. La distinzione è sottile ma importante: non la forma a ciambella del tortellino bolognese, bensì una pasta ripiena più vicina al cappelletto, adottata però dal lessico romano con il nome affettivo di tortellino. Ed è proprio qui che accade uno degli episodi più belli: un cliente bolognese, capitato a Roma in occasione di una finale di calcio Milan-Bologna, assaggia il cappelletto Taddei crudo, ne resta folgorato e torna il giorno dopo per portarselo a Bologna, da far provare agli amici!

Un piccolo paradosso gastronomico: Roma che convince Bologna su una pasta ripiena.

Ma il punto non è la competizione. È il ripieno allestito con carne di manzo, mortadella, parmigiano, sale, pepe, noce moscata; tutto rimacinato due volte, tutto rigorosamente a crudo.

Accanto ai Cappelletti, i Ravioli ricotta e spinaci, le Fettuccine, le Lasagne al ragù. Le lasagne sono quelle classiche, da forno, con sfoglia gialla; la verde si può preparare su ordinazione. Anche qui, niente posa: il pastificio lavora per l’asporto, non per il consumo sul posto. La destinazione naturale è la casa. Il forno acceso, la tavola, la domenica, il pranzo preparato senza perdere il legame con la bottega.

Ed è forse questo il tratto più romano di Taddei: la pasta non viene trasformata in “oggetto da vetrina”, ma resta ciò che deve essere, ossia un bene quotidiano di qualità, una forma di profonda fiducia, un sapere manuale che si consegna alle famiglie perché diventi pasto, rito, ricordo, vieppiù in un mondo in cui tutto tende a dichiararsi “artigianale”. Quello che non ha bisogno di spiegarsi troppo, perché vive nel banco, nella sfoglia, nel ritorno dei clienti anziani, nel passaparola, in un cilindro di ghisa che ancora lavora a freddo e in un cappelletto romano capace di farsi portare con orgoglio fino a Bologna.

ubicazione

genesi

Ci sono botteghe per le quali parlano gli anziani habitué e le persone che vi fanno ritorno.

Nel caso del Pastificio Taddei, a Roma, questo ritorno ha spesso il passo lento e commosso di chi entra in negozio e dice: «Venivo qui a comprare i tortellini quando ero bambina».

È forse questa la vera data di nascita di un luogo: non soltanto il 1932, anno in cui il pastificio avvia la propria storia, ma il momento in cui una bottega diventa memoria domestica. Un punto fermo. Una golosa abitudine che attraversa le generazioni e resta, anche quando cambia tutto intorno.

L’insegna Taddei appartiene alla storia originaria del laboratorio. Francesco Bonacci, che lì lavorava, ne raccolse poi il testimone quando la continuità familiare precedente non proseguì nell’attività. Da allora il nome è rimasto, come spesso accade nelle botteghe vere: non per nostalgia decorativa, ma perché certi nomi diventano casa. Oggi quella storia continua con Chiara e Daniele - i figli - in una gestione ancora familiare, tra il laboratorio di Viale delle Milizie e il punto vendita sulla Cassia.

La pasta fresca all’uovo, qui, non è una moda ritrovata. È un gesto rimasto uguale nella sostanza: farina, uova, sfoglia, ripieno, banco, prenotazioni, clienti che si passano la voce. Anche quando i prezzi salgono, anche quando le abitudini cambiano, chi riconosce un prodotto artigianale tende a tornare. Perché certe paste non si comprano soltanto: si riconsegnano alla tavola.

Il segreto, racconta Daniele, è duplice. Da una parte ci sono le ricette dei ripieni, rimaste fedeli alla memoria del 1932. Dall’altra c’è la materia prima, da scegliere ogni giorno con attenzione, perché una ricetta antica non basta se non trova ingredienti vivi, coerenti, all’altezza.

Poi c’è la macchina. O meglio: il corpo antico della sfoglia; un cilindro in ghisa del 1920, già acquistato usato quando il pastificio cominciò la propria storia. Non è un dettaglio romantico: è tecnica. La ghisa non scalda, accompagna l’impasto senza violentarlo, lascia alla sfoglia una qualità tattile diversa, una tensione più composta, una superficie capace di tenere sugo, taglio, morso. È lì che fettuccine e tonnarelli diventano riconoscibili. Non per effetto speciale, ma per fedeltà a un modo di fare.

magie

Tra i fiori all’occhiello Daniele cita anzitutto i Cappelletti — che a Roma molti continuano a chiamare Tortellini. La distinzione è sottile ma importante: non la forma a ciambella del tortellino bolognese, bensì una pasta ripiena più vicina al cappelletto, adottata però dal lessico romano con il nome affettivo di tortellino. Ed è proprio qui che accade uno degli episodi più belli: un cliente bolognese, capitato a Roma in occasione di una finale di calcio Milan-Bologna, assaggia il cappelletto Taddei crudo, ne resta folgorato e torna il giorno dopo per portarselo a Bologna, da far provare agli amici!

Un piccolo paradosso gastronomico: Roma che convince Bologna su una pasta ripiena.

Ma il punto non è la competizione. È il ripieno allestito con carne di manzo, mortadella, parmigiano, sale, pepe, noce moscata; tutto rimacinato due volte, tutto rigorosamente a crudo.

Accanto ai Cappelletti, i Ravioli ricotta e spinaci, le Fettuccine, le Lasagne al ragù. Le lasagne sono quelle classiche, da forno, con sfoglia gialla; la verde si può preparare su ordinazione. Anche qui, niente posa: il pastificio lavora per l’asporto, non per il consumo sul posto. La destinazione naturale è la casa. Il forno acceso, la tavola, la domenica, il pranzo preparato senza perdere il legame con la bottega.

Ed è forse questo il tratto più romano di Taddei: la pasta non viene trasformata in “oggetto da vetrina”, ma resta ciò che deve essere, ossia un bene quotidiano di qualità, una forma di profonda fiducia, un sapere manuale che si consegna alle famiglie perché diventi pasto, rito, ricordo, vieppiù in un mondo in cui tutto tende a dichiararsi “artigianale”. Quello che non ha bisogno di spiegarsi troppo, perché vive nel banco, nella sfoglia, nel ritorno dei clienti anziani, nel passaparola, in un cilindro di ghisa che ancora lavora a freddo e in un cappelletto romano capace di farsi portare con orgoglio fino a Bologna.

ubicazione

genesi

Ci sono botteghe per le quali parlano gli anziani habitué e le persone che vi fanno ritorno.

Nel caso del Pastificio Taddei, a Roma, questo ritorno ha spesso il passo lento e commosso di chi entra in negozio e dice: «Venivo qui a comprare i tortellini quando ero bambina».

È forse questa la vera data di nascita di un luogo: non soltanto il 1932, anno in cui il pastificio avvia la propria storia, ma il momento in cui una bottega diventa memoria domestica. Un punto fermo. Una golosa abitudine che attraversa le generazioni e resta, anche quando cambia tutto intorno.

L’insegna Taddei appartiene alla storia originaria del laboratorio. Francesco Bonacci, che lì lavorava, ne raccolse poi il testimone quando la continuità familiare precedente non proseguì nell’attività. Da allora il nome è rimasto, come spesso accade nelle botteghe vere: non per nostalgia decorativa, ma perché certi nomi diventano casa. Oggi quella storia continua con Chiara e Daniele - i figli - in una gestione ancora familiare, tra il laboratorio di Viale delle Milizie e il punto vendita sulla Cassia.

La pasta fresca all’uovo, qui, non è una moda ritrovata. È un gesto rimasto uguale nella sostanza: farina, uova, sfoglia, ripieno, banco, prenotazioni, clienti che si passano la voce. Anche quando i prezzi salgono, anche quando le abitudini cambiano, chi riconosce un prodotto artigianale tende a tornare. Perché certe paste non si comprano soltanto: si riconsegnano alla tavola.

Il segreto, racconta Daniele, è duplice. Da una parte ci sono le ricette dei ripieni, rimaste fedeli alla memoria del 1932. Dall’altra c’è la materia prima, da scegliere ogni giorno con attenzione, perché una ricetta antica non basta se non trova ingredienti vivi, coerenti, all’altezza.

Poi c’è la macchina. O meglio: il corpo antico della sfoglia; un cilindro in ghisa del 1920, già acquistato usato quando il pastificio cominciò la propria storia. Non è un dettaglio romantico: è tecnica. La ghisa non scalda, accompagna l’impasto senza violentarlo, lascia alla sfoglia una qualità tattile diversa, una tensione più composta, una superficie capace di tenere sugo, taglio, morso. È lì che fettuccine e tonnarelli diventano riconoscibili. Non per effetto speciale, ma per fedeltà a un modo di fare.

magie

Tra i fiori all’occhiello Daniele cita anzitutto i Cappelletti — che a Roma molti continuano a chiamare Tortellini. La distinzione è sottile ma importante: non la forma a ciambella del tortellino bolognese, bensì una pasta ripiena più vicina al cappelletto, adottata però dal lessico romano con il nome affettivo di tortellino. Ed è proprio qui che accade uno degli episodi più belli: un cliente bolognese, capitato a Roma in occasione di una finale di calcio Milan-Bologna, assaggia il cappelletto Taddei crudo, ne resta folgorato e torna il giorno dopo per portarselo a Bologna, da far provare agli amici!

Un piccolo paradosso gastronomico: Roma che convince Bologna su una pasta ripiena.

Ma il punto non è la competizione. È il ripieno allestito con carne di manzo, mortadella, parmigiano, sale, pepe, noce moscata; tutto rimacinato due volte, tutto rigorosamente a crudo.

Accanto ai Cappelletti, i Ravioli ricotta e spinaci, le Fettuccine, le Lasagne al ragù. Le lasagne sono quelle classiche, da forno, con sfoglia gialla; la verde si può preparare su ordinazione. Anche qui, niente posa: il pastificio lavora per l’asporto, non per il consumo sul posto. La destinazione naturale è la casa. Il forno acceso, la tavola, la domenica, il pranzo preparato senza perdere il legame con la bottega.

Ed è forse questo il tratto più romano di Taddei: la pasta non viene trasformata in “oggetto da vetrina”, ma resta ciò che deve essere, ossia un bene quotidiano di qualità, una forma di profonda fiducia, un sapere manuale che si consegna alle famiglie perché diventi pasto, rito, ricordo, vieppiù in un mondo in cui tutto tende a dichiararsi “artigianale”. Quello che non ha bisogno di spiegarsi troppo, perché vive nel banco, nella sfoglia, nel ritorno dei clienti anziani, nel passaparola, in un cilindro di ghisa che ancora lavora a freddo e in un cappelletto romano capace di farsi portare con orgoglio fino a Bologna.

ubicazione