


genesi
Arrivare a Bologna da Campobasso e scegliere di fare pasta fresca significa misurarsi con una grammatica che qui appartiene quasi alla vita quotidiana. Michele Ramacieri lo ha fatto partendo dalle mani: quelle della madre e delle nonne osservate da ragazzo, quando impastare era un amorevole atto domestico ben prima che diventasse mestiere.
A Bologna arriva a vent’anni. L’ingresso nel mondo della pasta avviene quasi casualmente, attraverso un corso base di appena venti ore. Il resto viene dopo: pratica, cucine di ristorante, osservazione, prove, lavoro da autodidatta. Fino all’apertura, circa quattro anni e mezzo fa, di “Ramaciotto”, epiteto nato dalla deformazione affettuosa del suo cognome e divenuto insegna.
Il locale ha un doppio registro: laboratorio di pasta fresca, interamente a vista, ma anche piccola gastronomia: si può acquistare la pasta da portare a casa oppure fermarsi per il pranzo, tra sedute alte e pochi tavoli, o scegliere l’asporto. Una formula agile che negli anni ha raccolto una clientela sorprendentemente trasversale, dagli studenti agli habitué del quartiere.
magie
La sfida iniziale non era affatto scontata. Essere un pastaio non bolognese proprio a Bologna significava entrare in punta di piedi in un vissuto in cui tagliatelle, tortellini e tortelloni sono anche memoria e appartenenza. La diffidenza dei primi tempi si è però trasformata progressivamente in fiducia e fidelizzazione.
Nel banco rimangono i fondamentali della tradizione emiliana — tagliatelle, tortelloni, tortellini, lasagne e passatelli — ai quali Michele affianca preparazioni governate dalla stagione. Zucchine, melanzane e peperoni durante l’estate; zucca e cavolo nero quando arriva il freddo. Le materie prime provengono soprattutto da piccoli produttori locali, mentre alcuni ingredienti continuano ad arrivare direttamente dal Molise.
Ed è proprio quando le due geografie si incontrano che Ramaciotto trova forse il suo tratto più personale. Nel tortellone ripieno di ventricina, porri e mandorle tostate, servito su crema di patate, la forma parla bolognese mentre il ripieno guarda verso casa. Non una contaminazione costruita a tavolino, ma la sintesi naturale di due appartenenze.
È qui che risiede la piccola magia di Ramaciotto: apprendere una lingua gastronomica profondamente identitaria senza rinunciare al proprio accento.
ubicazione
ultimi patrimoni
genesi
Arrivare a Bologna da Campobasso e scegliere di fare pasta fresca significa misurarsi con una grammatica che qui appartiene quasi alla vita quotidiana. Michele Ramacieri lo ha fatto partendo dalle mani: quelle della madre e delle nonne osservate da ragazzo, quando impastare era un amorevole atto domestico ben prima che diventasse mestiere.
A Bologna arriva a vent’anni. L’ingresso nel mondo della pasta avviene quasi casualmente, attraverso un corso base di appena venti ore. Il resto viene dopo: pratica, cucine di ristorante, osservazione, prove, lavoro da autodidatta. Fino all’apertura, circa quattro anni e mezzo fa, di “Ramaciotto”, epiteto nato dalla deformazione affettuosa del suo cognome e divenuto insegna.
Il locale ha un doppio registro: laboratorio di pasta fresca, interamente a vista, ma anche piccola gastronomia: si può acquistare la pasta da portare a casa oppure fermarsi per il pranzo, tra sedute alte e pochi tavoli, o scegliere l’asporto. Una formula agile che negli anni ha raccolto una clientela sorprendentemente trasversale, dagli studenti agli habitué del quartiere.
magie
La sfida iniziale non era affatto scontata. Essere un pastaio non bolognese proprio a Bologna significava entrare in punta di piedi in un vissuto in cui tagliatelle, tortellini e tortelloni sono anche memoria e appartenenza. La diffidenza dei primi tempi si è però trasformata progressivamente in fiducia e fidelizzazione.
Nel banco rimangono i fondamentali della tradizione emiliana — tagliatelle, tortelloni, tortellini, lasagne e passatelli — ai quali Michele affianca preparazioni governate dalla stagione. Zucchine, melanzane e peperoni durante l’estate; zucca e cavolo nero quando arriva il freddo. Le materie prime provengono soprattutto da piccoli produttori locali, mentre alcuni ingredienti continuano ad arrivare direttamente dal Molise.
Ed è proprio quando le due geografie si incontrano che Ramaciotto trova forse il suo tratto più personale. Nel tortellone ripieno di ventricina, porri e mandorle tostate, servito su crema di patate, la forma parla bolognese mentre il ripieno guarda verso casa. Non una contaminazione costruita a tavolino, ma la sintesi naturale di due appartenenze.
È qui che risiede la piccola magia di Ramaciotto: apprendere una lingua gastronomica profondamente identitaria senza rinunciare al proprio accento.
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ultimi patrimoni
genesi
Arrivare a Bologna da Campobasso e scegliere di fare pasta fresca significa misurarsi con una grammatica che qui appartiene quasi alla vita quotidiana. Michele Ramacieri lo ha fatto partendo dalle mani: quelle della madre e delle nonne osservate da ragazzo, quando impastare era un amorevole atto domestico ben prima che diventasse mestiere.
A Bologna arriva a vent’anni. L’ingresso nel mondo della pasta avviene quasi casualmente, attraverso un corso base di appena venti ore. Il resto viene dopo: pratica, cucine di ristorante, osservazione, prove, lavoro da autodidatta. Fino all’apertura, circa quattro anni e mezzo fa, di “Ramaciotto”, epiteto nato dalla deformazione affettuosa del suo cognome e divenuto insegna.
Il locale ha un doppio registro: laboratorio di pasta fresca, interamente a vista, ma anche piccola gastronomia: si può acquistare la pasta da portare a casa oppure fermarsi per il pranzo, tra sedute alte e pochi tavoli, o scegliere l’asporto. Una formula agile che negli anni ha raccolto una clientela sorprendentemente trasversale, dagli studenti agli habitué del quartiere.
magie
La sfida iniziale non era affatto scontata. Essere un pastaio non bolognese proprio a Bologna significava entrare in punta di piedi in un vissuto in cui tagliatelle, tortellini e tortelloni sono anche memoria e appartenenza. La diffidenza dei primi tempi si è però trasformata progressivamente in fiducia e fidelizzazione.
Nel banco rimangono i fondamentali della tradizione emiliana — tagliatelle, tortelloni, tortellini, lasagne e passatelli — ai quali Michele affianca preparazioni governate dalla stagione. Zucchine, melanzane e peperoni durante l’estate; zucca e cavolo nero quando arriva il freddo. Le materie prime provengono soprattutto da piccoli produttori locali, mentre alcuni ingredienti continuano ad arrivare direttamente dal Molise.
Ed è proprio quando le due geografie si incontrano che Ramaciotto trova forse il suo tratto più personale. Nel tortellone ripieno di ventricina, porri e mandorle tostate, servito su crema di patate, la forma parla bolognese mentre il ripieno guarda verso casa. Non una contaminazione costruita a tavolino, ma la sintesi naturale di due appartenenze.
È qui che risiede la piccola magia di Ramaciotto: apprendere una lingua gastronomica profondamente identitaria senza rinunciare al proprio accento.



