
CAVALIERI DEL RAVIOLO
la tradizione che si traveste da rito
15 gen 2026

CAVALIERI DEL RAVIOLO
la tradizione che si traveste da rito
15 gen 2026

CAVALIERI DEL RAVIOLO
la tradizione che si traveste da rito
15 gen 2026
A Gavi, tra le pieghe degli Appennini, la pasta ripiena ha preso la forma di un piccolo mistero cavalleresco. Il raviolo non è soltanto un piatto del territorio: è un segno di confine, un patto silenzioso che unisce Liguria e Piemonte dentro un quadrato di sfoglia sottile. Da un lato arrivano le vie del sale, l’eco dei mercanti e del mare; dall’altro la campagna piemontese, i brodi e le carni a cottura lenta. Nel mezzo, un paese di frontiera che da secoli si racconta attraverso un boccone ripieno.
La leggenda vuole una locanda affacciata sul passaggio, una famiglia – i Raviolo – e una cucina che non butta via nulla: carni lessate, verdure dell’orto, formaggi, erbe di costa. Tutto viene tritato, legato dall’uovo, domato dalla disciplina della sfoglia. Che sia cronaca o mito, poco importa: è una cucina di necessità che, quasi senza accorgersene, scivola nel simbolo. Un nome diventa forma; una forma diventa appartenenza.
Oggi il raviolo di Gavi porta ancora in sé questa doppia fedeltà. Il ripieno intreccia bovino e suino, salsiccia, borragine e scarola: un impasto che non cerca l’eleganza per sottrazione, ma la misura per concordia. La sfoglia, invece, deve restare sottile al limite dell’invisibile: non per esibire tecnica, bensì per lasciare parlare il cuore del composto, quel “dentro” che qui è geografia, memoria, famiglia.
E poi c’è il modo di servirlo, che a Gavi è quasi una liturgia a tre voci: “al tocco”, con il sugo di carne che conversa con l’antica abitudine ligure; “in scodella al vino”, dove il piatto si fa cortese e collinare; oppure “a culo nudo”, nudo e fiero, come una prova iniziatica. Perché se il ripieno è equilibrato e la pasta ben tirata, non ha bisogno di altro che di una forchetta — e di un silenzio attento.
Attorno a questo gesto, nel Novecento, è nato l’Ordine Obertengo dei Cavalieri del Raviolo e del Gavi: mantelli, cerimonie, tronizzazioni. Si potrebbe sorridere, se non fosse che proprio questa teatralità ha salvato una tradizione fragile dalla distrazione del tempo. L’Ordine custodisce una ricetta madre, gelosamente protetta, e insieme legittima le variazioni domestiche — di famiglia, di osteria — come accade solo alle cose vive, quelle che non si imbalsamano.
Oggidì, il raviolo di Gavi è soprattutto una soglia: tra mare e collina, tra sacro e quotidiano, tra memoria e presente. Sedersi a tavola e incontrarlo nel piatto significa accettare un invito senza clamore: partecipare, anche solo per pochi bocconi, a un ordine cavalleresco nostalgicamente invisibile — quello di chi crede, strenuamente, che un ripieno ben dosato e una sfoglia tirata sottile possano ancora raccontare, da soli, la biografia di un territorio.
A Gavi, tra le pieghe degli Appennini, la pasta ripiena ha preso la forma di un piccolo mistero cavalleresco. Il raviolo non è soltanto un piatto del territorio: è un segno di confine, un patto silenzioso che unisce Liguria e Piemonte dentro un quadrato di sfoglia sottile. Da un lato arrivano le vie del sale, l’eco dei mercanti e del mare; dall’altro la campagna piemontese, i brodi e le carni a cottura lenta. Nel mezzo, un paese di frontiera che da secoli si racconta attraverso un boccone ripieno.
La leggenda vuole una locanda affacciata sul passaggio, una famiglia – i Raviolo – e una cucina che non butta via nulla: carni lessate, verdure dell’orto, formaggi, erbe di costa. Tutto viene tritato, legato dall’uovo, domato dalla disciplina della sfoglia. Che sia cronaca o mito, poco importa: è una cucina di necessità che, quasi senza accorgersene, scivola nel simbolo. Un nome diventa forma; una forma diventa appartenenza.
Oggi il raviolo di Gavi porta ancora in sé questa doppia fedeltà. Il ripieno intreccia bovino e suino, salsiccia, borragine e scarola: un impasto che non cerca l’eleganza per sottrazione, ma la misura per concordia. La sfoglia, invece, deve restare sottile al limite dell’invisibile: non per esibire tecnica, bensì per lasciare parlare il cuore del composto, quel “dentro” che qui è geografia, memoria, famiglia.
E poi c’è il modo di servirlo, che a Gavi è quasi una liturgia a tre voci: “al tocco”, con il sugo di carne che conversa con l’antica abitudine ligure; “in scodella al vino”, dove il piatto si fa cortese e collinare; oppure “a culo nudo”, nudo e fiero, come una prova iniziatica. Perché se il ripieno è equilibrato e la pasta ben tirata, non ha bisogno di altro che di una forchetta — e di un silenzio attento.
Attorno a questo gesto, nel Novecento, è nato l’Ordine Obertengo dei Cavalieri del Raviolo e del Gavi: mantelli, cerimonie, tronizzazioni. Si potrebbe sorridere, se non fosse che proprio questa teatralità ha salvato una tradizione fragile dalla distrazione del tempo. L’Ordine custodisce una ricetta madre, gelosamente protetta, e insieme legittima le variazioni domestiche — di famiglia, di osteria — come accade solo alle cose vive, quelle che non si imbalsamano.
Oggidì, il raviolo di Gavi è soprattutto una soglia: tra mare e collina, tra sacro e quotidiano, tra memoria e presente. Sedersi a tavola e incontrarlo nel piatto significa accettare un invito senza clamore: partecipare, anche solo per pochi bocconi, a un ordine cavalleresco nostalgicamente invisibile — quello di chi crede, strenuamente, che un ripieno ben dosato e una sfoglia tirata sottile possano ancora raccontare, da soli, la biografia di un territorio.
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A Gavi, tra le pieghe degli Appennini, la pasta ripiena ha preso la forma di un piccolo mistero cavalleresco. Il raviolo non è soltanto un piatto del territorio: è un segno di confine, un patto silenzioso che unisce Liguria e Piemonte dentro un quadrato di sfoglia sottile. Da un lato arrivano le vie del sale, l’eco dei mercanti e del mare; dall’altro la campagna piemontese, i brodi e le carni a cottura lenta. Nel mezzo, un paese di frontiera che da secoli si racconta attraverso un boccone ripieno.
La leggenda vuole una locanda affacciata sul passaggio, una famiglia – i Raviolo – e una cucina che non butta via nulla: carni lessate, verdure dell’orto, formaggi, erbe di costa. Tutto viene tritato, legato dall’uovo, domato dalla disciplina della sfoglia. Che sia cronaca o mito, poco importa: è una cucina di necessità che, quasi senza accorgersene, scivola nel simbolo. Un nome diventa forma; una forma diventa appartenenza.
Oggi il raviolo di Gavi porta ancora in sé questa doppia fedeltà. Il ripieno intreccia bovino e suino, salsiccia, borragine e scarola: un impasto che non cerca l’eleganza per sottrazione, ma la misura per concordia. La sfoglia, invece, deve restare sottile al limite dell’invisibile: non per esibire tecnica, bensì per lasciare parlare il cuore del composto, quel “dentro” che qui è geografia, memoria, famiglia.
E poi c’è il modo di servirlo, che a Gavi è quasi una liturgia a tre voci: “al tocco”, con il sugo di carne che conversa con l’antica abitudine ligure; “in scodella al vino”, dove il piatto si fa cortese e collinare; oppure “a culo nudo”, nudo e fiero, come una prova iniziatica. Perché se il ripieno è equilibrato e la pasta ben tirata, non ha bisogno di altro che di una forchetta — e di un silenzio attento.
Attorno a questo gesto, nel Novecento, è nato l’Ordine Obertengo dei Cavalieri del Raviolo e del Gavi: mantelli, cerimonie, tronizzazioni. Si potrebbe sorridere, se non fosse che proprio questa teatralità ha salvato una tradizione fragile dalla distrazione del tempo. L’Ordine custodisce una ricetta madre, gelosamente protetta, e insieme legittima le variazioni domestiche — di famiglia, di osteria — come accade solo alle cose vive, quelle che non si imbalsamano.
Oggidì, il raviolo di Gavi è soprattutto una soglia: tra mare e collina, tra sacro e quotidiano, tra memoria e presente. Sedersi a tavola e incontrarlo nel piatto significa accettare un invito senza clamore: partecipare, anche solo per pochi bocconi, a un ordine cavalleresco nostalgicamente invisibile — quello di chi crede, strenuamente, che un ripieno ben dosato e una sfoglia tirata sottile possano ancora raccontare, da soli, la biografia di un territorio.



