
QUADERNI DI SUGO
l’Italia custodita nelle ricette di casa
16 gen 2026

QUADERNI DI SUGO
l’Italia custodita nelle ricette di casa
16 gen 2026

QUADERNI DI SUGO
l’Italia custodita nelle ricette di casa
16 gen 2026
C’è una storia d’Italia che non passa dai proclami né dalle cronache ufficiali. È minuta, quotidiana, meticolosa, paziente: si è scritta a mano — spesso in un corsivo incerto — tra quaderni domestici, fogli volanti, agende riciclate. Una storia che profuma di cucina, di storie sussurrate e di vita vissuta e che oggi torna, finalmente, leggibile grazie ad un progetto e uno sguardo capace di riconoscerne il profondo valore culturale, accompagnando il lettore alla rivalutazione di un patrimonio a lungo considerato sin troppo marginale: i ricettari di casa. Non semplici raccolte di preparazioni, ma archivi della vita quotidiana, dove il gesto culinario si intreccia alla cura, alla necessità, all’ingegno. In quelle pagine non c’è soltanto “cosa cucinare”, ma un modo di stare al mondo: come risparmiare, come adattare, come nutrire una famiglia attraversando stagioni diverse — e spesso difficili.
Il cuore di questo lavoro è RAGÙ – Reti e Archivi del Gusto, ideato e curato da Mila Fumini: un archivio digitale che raccoglie, studia e restituisce dignità ai ricettari manoscritti di famiglia, trasformando la cucina domestica in una lente per leggere la società italiana. Qui la ricetta diventa documento; la nota a margine, indizio; la correzione a matita racconta un mutamento economico, una guerra, una carestia, un progresso. Anche una macchia di sugo, a volte, è un vessillo involontario del tempo.
Emergono così — con impeto silenzioso — le figure che hanno custodito questo sapere: soprattutto figure muliebri spesso anonime, capaci di trasformare la scarsità in metodo e l’esperienza in conoscenza trasmissibile. Mani che hanno scritto per non dimenticare, per insegnare, per lasciare una traccia. Falangi che hanno fatto della cucina un luogo di resistenza e permanenza culturale.
Rileggere oggi quei ricettari significa riconoscere che la cucina italiana non è soltanto un repertorio di piatti celebri: è un corpo vivo di pratiche, stratificato e intimo. Un patrimonio che non nasce nei ristoranti, ma nel focolare; che non si impone, ma si tramanda. Ed è forse proprio lì — tra una dose “a occhio” e una parola riscritta sul margine — che l’Italia ha continuato a raccontarsi con la sua più lucida verità.
C’è una storia d’Italia che non passa dai proclami né dalle cronache ufficiali. È minuta, quotidiana, meticolosa, paziente: si è scritta a mano — spesso in un corsivo incerto — tra quaderni domestici, fogli volanti, agende riciclate. Una storia che profuma di cucina, di storie sussurrate e di vita vissuta e che oggi torna, finalmente, leggibile grazie ad un progetto e uno sguardo capace di riconoscerne il profondo valore culturale, accompagnando il lettore alla rivalutazione di un patrimonio a lungo considerato sin troppo marginale: i ricettari di casa. Non semplici raccolte di preparazioni, ma archivi della vita quotidiana, dove il gesto culinario si intreccia alla cura, alla necessità, all’ingegno. In quelle pagine non c’è soltanto “cosa cucinare”, ma un modo di stare al mondo: come risparmiare, come adattare, come nutrire una famiglia attraversando stagioni diverse — e spesso difficili.
Il cuore di questo lavoro è RAGÙ – Reti e Archivi del Gusto, ideato e curato da Mila Fumini: un archivio digitale che raccoglie, studia e restituisce dignità ai ricettari manoscritti di famiglia, trasformando la cucina domestica in una lente per leggere la società italiana. Qui la ricetta diventa documento; la nota a margine, indizio; la correzione a matita racconta un mutamento economico, una guerra, una carestia, un progresso. Anche una macchia di sugo, a volte, è un vessillo involontario del tempo.
Emergono così — con impeto silenzioso — le figure che hanno custodito questo sapere: soprattutto figure muliebri spesso anonime, capaci di trasformare la scarsità in metodo e l’esperienza in conoscenza trasmissibile. Mani che hanno scritto per non dimenticare, per insegnare, per lasciare una traccia. Falangi che hanno fatto della cucina un luogo di resistenza e permanenza culturale.
Rileggere oggi quei ricettari significa riconoscere che la cucina italiana non è soltanto un repertorio di piatti celebri: è un corpo vivo di pratiche, stratificato e intimo. Un patrimonio che non nasce nei ristoranti, ma nel focolare; che non si impone, ma si tramanda. Ed è forse proprio lì — tra una dose “a occhio” e una parola riscritta sul margine — che l’Italia ha continuato a raccontarsi con la sua più lucida verità.
C’è una storia d’Italia che non passa dai proclami né dalle cronache ufficiali. È minuta, quotidiana, meticolosa, paziente: si è scritta a mano — spesso in un corsivo incerto — tra quaderni domestici, fogli volanti, agende riciclate. Una storia che profuma di cucina, di storie sussurrate e di vita vissuta e che oggi torna, finalmente, leggibile grazie ad un progetto e uno sguardo capace di riconoscerne il profondo valore culturale, accompagnando il lettore alla rivalutazione di un patrimonio a lungo considerato sin troppo marginale: i ricettari di casa. Non semplici raccolte di preparazioni, ma archivi della vita quotidiana, dove il gesto culinario si intreccia alla cura, alla necessità, all’ingegno. In quelle pagine non c’è soltanto “cosa cucinare”, ma un modo di stare al mondo: come risparmiare, come adattare, come nutrire una famiglia attraversando stagioni diverse — e spesso difficili.
Il cuore di questo lavoro è RAGÙ – Reti e Archivi del Gusto, ideato e curato da Mila Fumini: un archivio digitale che raccoglie, studia e restituisce dignità ai ricettari manoscritti di famiglia, trasformando la cucina domestica in una lente per leggere la società italiana. Qui la ricetta diventa documento; la nota a margine, indizio; la correzione a matita racconta un mutamento economico, una guerra, una carestia, un progresso. Anche una macchia di sugo, a volte, è un vessillo involontario del tempo.
Emergono così — con impeto silenzioso — le figure che hanno custodito questo sapere: soprattutto figure muliebri spesso anonime, capaci di trasformare la scarsità in metodo e l’esperienza in conoscenza trasmissibile. Mani che hanno scritto per non dimenticare, per insegnare, per lasciare una traccia. Falangi che hanno fatto della cucina un luogo di resistenza e permanenza culturale.
Rileggere oggi quei ricettari significa riconoscere che la cucina italiana non è soltanto un repertorio di piatti celebri: è un corpo vivo di pratiche, stratificato e intimo. Un patrimonio che non nasce nei ristoranti, ma nel focolare; che non si impone, ma si tramanda. Ed è forse proprio lì — tra una dose “a occhio” e una parola riscritta sul margine — che l’Italia ha continuato a raccontarsi con la sua più lucida verità.



