IL GENIO COLLETTIVO DEGLI SPAGHETTI

"Più forte di Dante": la pastasciutta secondo Prezzolini

29 ago 2026

IL GENIO COLLETTIVO DEGLI SPAGHETTI

"Più forte di Dante": la pastasciutta secondo Prezzolini

29 ago 2026

IL GENIO COLLETTIVO DEGLI SPAGHETTI

"Più forte di Dante": la pastasciutta secondo Prezzolini

29 ago 2026

Attraversando le grandi arterie americane di Nuova York, Giuseppe Prezzolini aveva visto comparire sulle facciate dei diners una scritta ormai comprensibile da un oceano all’altro: Spaghetti Dinner. Pochi, osservava, conoscevano il significato della parola spago; tutti, però, sapevano che gli spaghetti erano italiani. Quell’insegna gli parve il segno di una conquista avvenuta senza militanze: una piccola pietra miliare dell’Italia nel mondo.

 Prezzolini risiedeva stabilmente a New York dal 1930. Aveva diretto la Casa Italiana della Columbia University, insegnato letteratura e osservato a lungo il modo in cui l’identità degli italiani trapiantati mutava nell’incontro con la società americana. Nel 1955 pubblicò in inglese Spaghetti Dinner (Abelard-Schuman, 1955, 148 pp.), dedicato all’amico Giovanni Buitoni; due anni dopo ripensò quella materia per il pubblico italiano in Maccheroni & C. (Longanesi, 1957, 262 pp.).

Il libro nacque anche dalla frequentazione con l’industriale perugino e la prima edizione italiana fu stampata in mille copie numerate in onore di Marco Buitoni, nel centotrentesimo anniversario dell’azienda. Eppure Prezzolini riuscì a trasformare l’occasione in qualcosa di assai più trasversale: una storia culturale della pasta, attraversata da letteratura, linguaggio, ricette, aneddoti e osservazioni di costume.

 La sua domanda più celebre conserva intatta la propria insolenza: «Che cos’è la gloria di Dante appresso a quella degli spaghetti?» Dante era l’opera irripetibile di un singolo; gli spaghetti, invece, appartenevano al genio collettivo del popolo italiano. Erano entrati in case americane nelle quali avevano compiuto una forma capillare di diplomazia.

 Per Prezzolini, però, la pasta non era soltanto un emblema nazionale. Era un banco di prova del carattere. Nel modo di affrontare un piatto di spaghetti credeva di riconoscere l’avido e il timoroso, il frettoloso e il meticoloso, chi li aggrediva e chi indugiava fino a lasciarli raffreddare — colpa, quest’ultima, difficilmente perdonabile. Intorno ai rebbi della forchetta allestiva così una piccola antropologia della tavola, ironica ma tutt’altro che superficiale: mangiare gli spaghetti significava prendere posizione.

 Non si limitava, del resto, ad osservarli. Nel 1953 accolse Indro Montanelli nell’abitazione ricavata sul terrazzo di un palazzo newyorkese e gli avrebbe preparato personalmente la pastasciutta, osservandone con apprensione il primo boccone.

 Oggi Maccheroni & C. non può essere assunto come una storia scientificamente definitiva della pasta: alcune genealogie appartengono alle conoscenze e ai miti disponibili negli anni Cinquanta e devono essere confrontate con gli studi successivi. Prezzolini però intuì che gli spaghetti erano uno dei modi attraverso i quali l’Italia diventava immediata e comprensibile agli altri.

 Tra filosofia e pastasciutta, scrisse, non esisteva più una vera gerarchia. Entrambe potevano spiegare l’uomo; ma soltanto una delle due arrivava fumante, chiedendo di essere assaporata tutti assieme.

Attraversando le grandi arterie americane di Nuova York, Giuseppe Prezzolini aveva visto comparire sulle facciate dei diners una scritta ormai comprensibile da un oceano all’altro: Spaghetti Dinner. Pochi, osservava, conoscevano il significato della parola spago; tutti, però, sapevano che gli spaghetti erano italiani. Quell’insegna gli parve il segno di una conquista avvenuta senza militanze: una piccola pietra miliare dell’Italia nel mondo.

 Prezzolini risiedeva stabilmente a New York dal 1930. Aveva diretto la Casa Italiana della Columbia University, insegnato letteratura e osservato a lungo il modo in cui l’identità degli italiani trapiantati mutava nell’incontro con la società americana. Nel 1955 pubblicò in inglese Spaghetti Dinner (Abelard-Schuman, 1955, 148 pp.), dedicato all’amico Giovanni Buitoni; due anni dopo ripensò quella materia per il pubblico italiano in Maccheroni & C. (Longanesi, 1957, 262 pp.).

Il libro nacque anche dalla frequentazione con l’industriale perugino e la prima edizione italiana fu stampata in mille copie numerate in onore di Marco Buitoni, nel centotrentesimo anniversario dell’azienda. Eppure Prezzolini riuscì a trasformare l’occasione in qualcosa di assai più trasversale: una storia culturale della pasta, attraversata da letteratura, linguaggio, ricette, aneddoti e osservazioni di costume.

 La sua domanda più celebre conserva intatta la propria insolenza: «Che cos’è la gloria di Dante appresso a quella degli spaghetti?» Dante era l’opera irripetibile di un singolo; gli spaghetti, invece, appartenevano al genio collettivo del popolo italiano. Erano entrati in case americane nelle quali avevano compiuto una forma capillare di diplomazia.

 Per Prezzolini, però, la pasta non era soltanto un emblema nazionale. Era un banco di prova del carattere. Nel modo di affrontare un piatto di spaghetti credeva di riconoscere l’avido e il timoroso, il frettoloso e il meticoloso, chi li aggrediva e chi indugiava fino a lasciarli raffreddare — colpa, quest’ultima, difficilmente perdonabile. Intorno ai rebbi della forchetta allestiva così una piccola antropologia della tavola, ironica ma tutt’altro che superficiale: mangiare gli spaghetti significava prendere posizione.

 Non si limitava, del resto, ad osservarli. Nel 1953 accolse Indro Montanelli nell’abitazione ricavata sul terrazzo di un palazzo newyorkese e gli avrebbe preparato personalmente la pastasciutta, osservandone con apprensione il primo boccone.

 Oggi Maccheroni & C. non può essere assunto come una storia scientificamente definitiva della pasta: alcune genealogie appartengono alle conoscenze e ai miti disponibili negli anni Cinquanta e devono essere confrontate con gli studi successivi. Prezzolini però intuì che gli spaghetti erano uno dei modi attraverso i quali l’Italia diventava immediata e comprensibile agli altri.

 Tra filosofia e pastasciutta, scrisse, non esisteva più una vera gerarchia. Entrambe potevano spiegare l’uomo; ma soltanto una delle due arrivava fumante, chiedendo di essere assaporata tutti assieme.

Attraversando le grandi arterie americane di Nuova York, Giuseppe Prezzolini aveva visto comparire sulle facciate dei diners una scritta ormai comprensibile da un oceano all’altro: Spaghetti Dinner. Pochi, osservava, conoscevano il significato della parola spago; tutti, però, sapevano che gli spaghetti erano italiani. Quell’insegna gli parve il segno di una conquista avvenuta senza militanze: una piccola pietra miliare dell’Italia nel mondo.

 Prezzolini risiedeva stabilmente a New York dal 1930. Aveva diretto la Casa Italiana della Columbia University, insegnato letteratura e osservato a lungo il modo in cui l’identità degli italiani trapiantati mutava nell’incontro con la società americana. Nel 1955 pubblicò in inglese Spaghetti Dinner (Abelard-Schuman, 1955, 148 pp.), dedicato all’amico Giovanni Buitoni; due anni dopo ripensò quella materia per il pubblico italiano in Maccheroni & C. (Longanesi, 1957, 262 pp.).

Il libro nacque anche dalla frequentazione con l’industriale perugino e la prima edizione italiana fu stampata in mille copie numerate in onore di Marco Buitoni, nel centotrentesimo anniversario dell’azienda. Eppure Prezzolini riuscì a trasformare l’occasione in qualcosa di assai più trasversale: una storia culturale della pasta, attraversata da letteratura, linguaggio, ricette, aneddoti e osservazioni di costume.

 La sua domanda più celebre conserva intatta la propria insolenza: «Che cos’è la gloria di Dante appresso a quella degli spaghetti?» Dante era l’opera irripetibile di un singolo; gli spaghetti, invece, appartenevano al genio collettivo del popolo italiano. Erano entrati in case americane nelle quali avevano compiuto una forma capillare di diplomazia.

 Per Prezzolini, però, la pasta non era soltanto un emblema nazionale. Era un banco di prova del carattere. Nel modo di affrontare un piatto di spaghetti credeva di riconoscere l’avido e il timoroso, il frettoloso e il meticoloso, chi li aggrediva e chi indugiava fino a lasciarli raffreddare — colpa, quest’ultima, difficilmente perdonabile. Intorno ai rebbi della forchetta allestiva così una piccola antropologia della tavola, ironica ma tutt’altro che superficiale: mangiare gli spaghetti significava prendere posizione.

 Non si limitava, del resto, ad osservarli. Nel 1953 accolse Indro Montanelli nell’abitazione ricavata sul terrazzo di un palazzo newyorkese e gli avrebbe preparato personalmente la pastasciutta, osservandone con apprensione il primo boccone.

 Oggi Maccheroni & C. non può essere assunto come una storia scientificamente definitiva della pasta: alcune genealogie appartengono alle conoscenze e ai miti disponibili negli anni Cinquanta e devono essere confrontate con gli studi successivi. Prezzolini però intuì che gli spaghetti erano uno dei modi attraverso i quali l’Italia diventava immediata e comprensibile agli altri.

 Tra filosofia e pastasciutta, scrisse, non esisteva più una vera gerarchia. Entrambe potevano spiegare l’uomo; ma soltanto una delle due arrivava fumante, chiedendo di essere assaporata tutti assieme.