
LA PASTA AI CINQUE BUCHI
il sapore dell’errore che diventa leggenda
7 nov 2025

LA PASTA AI CINQUE BUCHI
il sapore dell’errore che diventa leggenda
7 nov 2025

LA PASTA AI CINQUE BUCHI
il sapore dell’errore che diventa leggenda
7 nov 2025
In Sicilia, dove la cucina è rito e memoria, accade che un errore si trasformi in capolavoro. Così nacque la pasta ai cinque buchi: un maccherone monumentale, rugoso e possente, traforato da cinque fori, come un rosone di una mirabile cattedrale commestibile. La leggenda racconta di un pastaio catanese che, per sbaglio o per intuizione, creò questo formato iperbolico nei giorni febbrili del Carnevale, allestito da una cavità centrale e quattro laterali (si mormora che un tempo fossero persino sette). Un maccherone che non si volle gettare via, ma servire invece con orgoglio, consacrando l’imperfezione a un degno rango di tradizione.
Una rarità fuori dalla Sicilia, reperibile presso pochi produttori o online, “a pasta (o maccarruna) che’ cincu puttusa” è un inno alla concretezza della tavola di trinacria. La sua superficie rugosa e le anse multiple trattengono il sugo con avidità, trasformando ogni boccone in un incontro voluttuoso tra pasta e condimento. E il condimento non è mai banale: un sugo rosso, denso e passionale come la lava torrida dell’Etna, preparato con i tagli più generosi del maiale — puntine, salsiccia e tocchetti di maiale (talvolta la cotenna) — che cuociono a lungo nel pomodoro profumato d’alloro e vino rosso. Il ragù si fa scuro, lucido, un unguento carnale che avvolge i maccheroni in un abbraccio caldo e saporito.
Mangiare i cinque buchi è partecipare a un rito che sa di festa e di abbondanza, di memoria contadina e di ebbrezza carnascialesca. Ogni forchettata risveglia un’appartenenza profonda, come se il gusto affondasse le radici nel tempo antico e struggente delle tavolate di famiglia, nei racconti sussurrati dalle nonne, nei fumi della cucina che precedono la festa. È un piatto che non conosce leggerezza, né la cerca: è un inno alla fame primordiale, alla convivialità che si fa vertigine e gratitudine. Un sapore che resta addosso, come un errore diventato leggenda. E che lascia, alla fine, la smania istintiva di ripetere il gesto: spezzare un pezzetto di pane e raccogliere l’ultimo filo rosso di sugo dal fondo della pentola.
In Sicilia, dove la cucina è rito e memoria, accade che un errore si trasformi in capolavoro. Così nacque la pasta ai cinque buchi: un maccherone monumentale, rugoso e possente, traforato da cinque fori, come un rosone di una mirabile cattedrale commestibile. La leggenda racconta di un pastaio catanese che, per sbaglio o per intuizione, creò questo formato iperbolico nei giorni febbrili del Carnevale, allestito da una cavità centrale e quattro laterali (si mormora che un tempo fossero persino sette). Un maccherone che non si volle gettare via, ma servire invece con orgoglio, consacrando l’imperfezione a un degno rango di tradizione.
Una rarità fuori dalla Sicilia, reperibile presso pochi produttori o online, “a pasta (o maccarruna) che’ cincu puttusa” è un inno alla concretezza della tavola di trinacria. La sua superficie rugosa e le anse multiple trattengono il sugo con avidità, trasformando ogni boccone in un incontro voluttuoso tra pasta e condimento. E il condimento non è mai banale: un sugo rosso, denso e passionale come la lava torrida dell’Etna, preparato con i tagli più generosi del maiale — puntine, salsiccia e tocchetti di maiale (talvolta la cotenna) — che cuociono a lungo nel pomodoro profumato d’alloro e vino rosso. Il ragù si fa scuro, lucido, un unguento carnale che avvolge i maccheroni in un abbraccio caldo e saporito.
Mangiare i cinque buchi è partecipare a un rito che sa di festa e di abbondanza, di memoria contadina e di ebbrezza carnascialesca. Ogni forchettata risveglia un’appartenenza profonda, come se il gusto affondasse le radici nel tempo antico e struggente delle tavolate di famiglia, nei racconti sussurrati dalle nonne, nei fumi della cucina che precedono la festa. È un piatto che non conosce leggerezza, né la cerca: è un inno alla fame primordiale, alla convivialità che si fa vertigine e gratitudine. Un sapore che resta addosso, come un errore diventato leggenda. E che lascia, alla fine, la smania istintiva di ripetere il gesto: spezzare un pezzetto di pane e raccogliere l’ultimo filo rosso di sugo dal fondo della pentola.
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In Sicilia, dove la cucina è rito e memoria, accade che un errore si trasformi in capolavoro. Così nacque la pasta ai cinque buchi: un maccherone monumentale, rugoso e possente, traforato da cinque fori, come un rosone di una mirabile cattedrale commestibile. La leggenda racconta di un pastaio catanese che, per sbaglio o per intuizione, creò questo formato iperbolico nei giorni febbrili del Carnevale, allestito da una cavità centrale e quattro laterali (si mormora che un tempo fossero persino sette). Un maccherone che non si volle gettare via, ma servire invece con orgoglio, consacrando l’imperfezione a un degno rango di tradizione.
Una rarità fuori dalla Sicilia, reperibile presso pochi produttori o online, “a pasta (o maccarruna) che’ cincu puttusa” è un inno alla concretezza della tavola di trinacria. La sua superficie rugosa e le anse multiple trattengono il sugo con avidità, trasformando ogni boccone in un incontro voluttuoso tra pasta e condimento. E il condimento non è mai banale: un sugo rosso, denso e passionale come la lava torrida dell’Etna, preparato con i tagli più generosi del maiale — puntine, salsiccia e tocchetti di maiale (talvolta la cotenna) — che cuociono a lungo nel pomodoro profumato d’alloro e vino rosso. Il ragù si fa scuro, lucido, un unguento carnale che avvolge i maccheroni in un abbraccio caldo e saporito.
Mangiare i cinque buchi è partecipare a un rito che sa di festa e di abbondanza, di memoria contadina e di ebbrezza carnascialesca. Ogni forchettata risveglia un’appartenenza profonda, come se il gusto affondasse le radici nel tempo antico e struggente delle tavolate di famiglia, nei racconti sussurrati dalle nonne, nei fumi della cucina che precedono la festa. È un piatto che non conosce leggerezza, né la cerca: è un inno alla fame primordiale, alla convivialità che si fa vertigine e gratitudine. Un sapore che resta addosso, come un errore diventato leggenda. E che lascia, alla fine, la smania istintiva di ripetere il gesto: spezzare un pezzetto di pane e raccogliere l’ultimo filo rosso di sugo dal fondo della pentola.


