
LA SAGGEZZA DELLO SPAGHETTO
quando la forma educa la glicemia
30 ott 2025

LA SAGGEZZA DELLO SPAGHETTO
quando la forma educa la glicemia
30 ott 2025

LA SAGGEZZA DELLO SPAGHETTO
quando la forma educa la glicemia
30 ott 2025
In un’epoca di informazione frenetica — e talvolta grossolana — anche su Sua Maestà la Pasta germinano, giorno dopo giorno, nuove evidenze in limine tra verità e mendaci semplificazioni. I dati più solidi indicano che la struttura della pasta, inclusa la sua morfologia, inciderebbe sulla risposta glicemica post-prandiale: a parità di ingredienti, i formati lunghi — come lo spaghetto — tenderebbero a produrre picchi più lievi rispetto ad alcuni formati corti, per via della diversa disgregazione durante masticazione e digestione.
Qui, più che altrove, sarebbe la densità a parlare la lingua del tempo.
Gli spaghetti, nati da trafile che premono la semola con forza quasi alchemica, custodiscono nel loro corpo sottile una rete glutinica allungata e compatta, una trama fitta che resiste all’invadenza dell’acqua e degli enzimi digestivi.
I rigatoni, al contrario, sembrano più possenti ma hanno pareti più sottili, un’anima meno condensata: la loro architettura interna si apre prima, lasciando che l’amido si sciolga più in fretta, docile alla masticazione e alla biochimica.
E poi c’è la cottura, rito e misura del tempo. Lo spaghetto resiste, mantiene il suo “al dente” come una promessa di ordine; il rigatone, invece, cede più facilmente al calore, diviene permeabile, aperto. In quella resa la maglia si allenta, l’acqua penetra, la struttura si smembra — e la glicemia, silenziosa, s’innalza come un respiro troppo rapido dopo la corsa. C’è poi la via paziente della retrogradazione: cuocere, raffreddare in frigorifero per 12–24 ore e quindi riscaldare, potrebbe aumentare la quota di amido resistente e, in diversi studi, attenuare la risposta glicemica; l’effetto c’è, ma è modesto e variabile secondo formato e ricetta. Infine, il gesto: una masticazione ridotta e più rapida genera particelle più grandi che, specie nei formati piccoli, potrebbero rallentare l’idrolisi degli amidi e quindi abbassare l’IG.
Così la pasta — rispettata nei tempi e nelle forme — non è antagonista ma misura: alleata discreta del benessere quotidiano, dentro una dieta equilibrata e gioiosa, dove la cultura del gesto vale quanto la scienza del piatto.
In un’epoca di informazione frenetica — e talvolta grossolana — anche su Sua Maestà la Pasta germinano, giorno dopo giorno, nuove evidenze in limine tra verità e mendaci semplificazioni. I dati più solidi indicano che la struttura della pasta, inclusa la sua morfologia, inciderebbe sulla risposta glicemica post-prandiale: a parità di ingredienti, i formati lunghi — come lo spaghetto — tenderebbero a produrre picchi più lievi rispetto ad alcuni formati corti, per via della diversa disgregazione durante masticazione e digestione.
Qui, più che altrove, sarebbe la densità a parlare la lingua del tempo.
Gli spaghetti, nati da trafile che premono la semola con forza quasi alchemica, custodiscono nel loro corpo sottile una rete glutinica allungata e compatta, una trama fitta che resiste all’invadenza dell’acqua e degli enzimi digestivi.
I rigatoni, al contrario, sembrano più possenti ma hanno pareti più sottili, un’anima meno condensata: la loro architettura interna si apre prima, lasciando che l’amido si sciolga più in fretta, docile alla masticazione e alla biochimica.
E poi c’è la cottura, rito e misura del tempo. Lo spaghetto resiste, mantiene il suo “al dente” come una promessa di ordine; il rigatone, invece, cede più facilmente al calore, diviene permeabile, aperto. In quella resa la maglia si allenta, l’acqua penetra, la struttura si smembra — e la glicemia, silenziosa, s’innalza come un respiro troppo rapido dopo la corsa. C’è poi la via paziente della retrogradazione: cuocere, raffreddare in frigorifero per 12–24 ore e quindi riscaldare, potrebbe aumentare la quota di amido resistente e, in diversi studi, attenuare la risposta glicemica; l’effetto c’è, ma è modesto e variabile secondo formato e ricetta. Infine, il gesto: una masticazione ridotta e più rapida genera particelle più grandi che, specie nei formati piccoli, potrebbero rallentare l’idrolisi degli amidi e quindi abbassare l’IG.
Così la pasta — rispettata nei tempi e nelle forme — non è antagonista ma misura: alleata discreta del benessere quotidiano, dentro una dieta equilibrata e gioiosa, dove la cultura del gesto vale quanto la scienza del piatto.
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In un’epoca di informazione frenetica — e talvolta grossolana — anche su Sua Maestà la Pasta germinano, giorno dopo giorno, nuove evidenze in limine tra verità e mendaci semplificazioni. I dati più solidi indicano che la struttura della pasta, inclusa la sua morfologia, inciderebbe sulla risposta glicemica post-prandiale: a parità di ingredienti, i formati lunghi — come lo spaghetto — tenderebbero a produrre picchi più lievi rispetto ad alcuni formati corti, per via della diversa disgregazione durante masticazione e digestione.
Qui, più che altrove, sarebbe la densità a parlare la lingua del tempo.
Gli spaghetti, nati da trafile che premono la semola con forza quasi alchemica, custodiscono nel loro corpo sottile una rete glutinica allungata e compatta, una trama fitta che resiste all’invadenza dell’acqua e degli enzimi digestivi.
I rigatoni, al contrario, sembrano più possenti ma hanno pareti più sottili, un’anima meno condensata: la loro architettura interna si apre prima, lasciando che l’amido si sciolga più in fretta, docile alla masticazione e alla biochimica.
E poi c’è la cottura, rito e misura del tempo. Lo spaghetto resiste, mantiene il suo “al dente” come una promessa di ordine; il rigatone, invece, cede più facilmente al calore, diviene permeabile, aperto. In quella resa la maglia si allenta, l’acqua penetra, la struttura si smembra — e la glicemia, silenziosa, s’innalza come un respiro troppo rapido dopo la corsa. C’è poi la via paziente della retrogradazione: cuocere, raffreddare in frigorifero per 12–24 ore e quindi riscaldare, potrebbe aumentare la quota di amido resistente e, in diversi studi, attenuare la risposta glicemica; l’effetto c’è, ma è modesto e variabile secondo formato e ricetta. Infine, il gesto: una masticazione ridotta e più rapida genera particelle più grandi che, specie nei formati piccoli, potrebbero rallentare l’idrolisi degli amidi e quindi abbassare l’IG.
Così la pasta — rispettata nei tempi e nelle forme — non è antagonista ma misura: alleata discreta del benessere quotidiano, dentro una dieta equilibrata e gioiosa, dove la cultura del gesto vale quanto la scienza del piatto.


